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Bibi, a cinque anni in fuga dal Rwanda

la sua storia nel libro di Christiana Ruggeri

La copertina del libro

La copertina del libro

A soli 5 anni Bibi ha vissuto la tragedia del genocidio rwandese. Oggi è una giovane donna che sta finendo gli studi di medicina a Roma. In Italia si è ricostruita una vita, ma sogna di tornare in Rwanda dopo la laurea, per aiutare chi è rimasto e "riportare laggiù la gratitudine...a casa, tra coloro che non hanno avuto le mie stesse possibilità". 

Christiana Ruggeri, inviata del Tg2 da sempre attenta alla situazione minorile e femminile nei Paesi del Sud del mondo, ha raccontato la sua storia nel libro Dall'inferno si ritorna (Giunti Editore). Con lei abbiamo parlato di Bibi, del genocidio e del futuro del Rwanda.

Fin dalle prime pagine del libro si avvertono l’odio e il disprezzo degli hutu nei confronti dei tutsi, sfociati nel massacro del 1994. Cos’ha portato allo scoppio di tanta violenza in Rwanda?

La storia insegna che spesso un massacro, una follia umana, vengono ‘annunciati’ prima. E questo è il caso. Il genocidio in Rwanda è stato facilitato dagli attriti e dalle invidie tra le due etnie, ma sono stati i Belgi a introdurre dal 1958 la carta d’identità etnica, acuendone le differenze. E con gli anni, anche la Francia che addestrava l’esercito, in netta maggioranza hutu, ha riacceso il fuoco sotto la cenere. Il genocidio poteva essere arginato, forse evitato del tutto. Inoltre c’è da dire che, in quel milione di morti in 101 giorni, sono stati uccisi anche hutu moderati che hanno rifiutato di trasformarsi in assassini. Il fallimento della missione Onu e la disattenzione dell’Occidente hanno completato il quadro della carneficina. Con gli anni, ogni responsabilità sarà chiarita: è la potenza della storia, che rivela le sue verità allontanandosi dai fatti accaduti.

Joseph e Mama Lucy rischiano la vita per salvare la piccola Bibi. Entrambi appartengono all’etnia hutu, artefice del genocidio. Qual è l’importanza di queste figure, anche rispetto al processo di riconciliazione?

Sono i due esempi viventi di quanto la bontà e l’altruismo di alcuni hutu moderati abbiano fatto la differenza: questi due signori hanno messo a repentaglio la loro vita per una bambina fragile a cui l’odio immotivato che stava distruggendo il Paese aveva tolto tutto: famiglia, speranza, futuro. In guerra, come durante il genocidio, esce sempre il lato migliore e peggiore della gente. Angeli e diavoli combattevano in quei mesi due battaglie opposte: per la pace i primi, per l’annientamento di un’etnia i secondi.

La presenza femminile è centrale nella storia Bibi, in cui le donne rappresentano la forza e la speranza. Che ruolo hanno avuto durante il genocidio? Qual è invece il loro ruolo oggi, nella ricostruzione del Paese?

Senza le donne credo che il Rwanda non esisterebbe più: nel 1994 gli uomini adulti o erano morti, o mutilati, o fuggiti….le donne pur abusate, offese, scioccate, sia hutu che tutsi, con fatica sovrumana si sono unite. Hanno superato il loro egoismo e il grande dolore. E come un’araba fenice rwandese hanno ricostruito il Paese: oggi il 64% dei membri del Parlamento è donna.

Qual è il messaggio più forte che la storia di Bibi può darci?

Bibi mi ha insegnato tante cose, senza neanche rendersene conto. Ognuno di noi, purtroppo, attraversa inferni in questa vita. Forse, con il ‘coraggio inconsapevole’ dei bambini, con l’innocenza, si possono attraversare le fiamme senza scottarsi. Vincere la morte: quando sembra abbia avuto già la meglio. E ricominciare a vivere e a sognare. Come questa meravigliosa grande donna suggerisce di fare a tutti noi. Mai mollare, mai cedere allo sconforto e, per chi crede, come nel nostro caso, pregare Dio perché ci aiuti a farcela ancora una volta.

Lei attribuisce al termine “sopravvissuta” un significato particolare, che non è il semplice scampare alla morte. Può spiegarci qual è questo significato?

È vero. Si sopravvive alla morte, come in questo caso. Ma si può non sopravvivere al dolore che ci ha investito. Capita allora che alcune sopravvissute e sopravvissuti perdano il senno, proprio quando ce l’hanno fatta, perché è troppo doloroso ricordare, andare avanti, respirare. E la pazzia, per assurdo, li protegge. Molti si rifugiano invece nel silenzio: ingoiano dolore come gocce di veleno silenziose. Il male spirituale e fisico è peggiore della morte. Ma Bibi e il suo grande cuore stanno guardando avanti, quel dolore la accompagna, ma ha vinto lei. La sua sopravvivenza è per se stessa, per chi non ce l’ha fatta e per i bambini di domani che lei sta già aiutando.

a cura di Valentina De Fazio e Martina Landi, Redazione Gariwo

3 aprile 2015

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Rwanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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