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"Educhiamo i giovani alla responsabilità"

Yolande Mukagasana e la ricostruzione in Rwanda

Gariwo ha intervistato Yolande Mukagasana, testimone della verità sul genocidio del Rwanda onorata nel Giardino dei Giusti di Milano e impegnata nella costruzione di un Giardino dei Giusti a Kigali, sulle sfide che attendono il Paese delle colline oggi. Le condizioni dei sopravvissuti sono estremamente difficili, ma c'è chi come lei lavora con i giovani e le donne per formare nuove generazioni scevre da odi etnici. 


Ci può descrivere la sua attività con i giovani e le donne del Rwanda? 


Io lavoro nell’ambito di un’associazione sostenuta dallo Stato, che stipendia una persona per le attività che consentono di rappresentare gli interessi dei sopravvissuti al genocidio del 1994. Per esempio io vado a visitare le persone che hanno dei processi, per esempio degli orfani a cui sono state sottratte le terre. Io vado ad aiutarli a ottenere giustizia. Vado a trovare i malati o anche coloro che non hanno da mangiare, perché molti sopravvissuti non hanno più niente, neanche da mangiare. La vita dei sopravvissuti è estremamente difficile, moltissimi sono senza casa, ci sono dei giovani che non hanno accesso all’università e non riescono a trovare un lavoro. 

Che ruolo svolgono le donne? 

Fortunatamente ci sono delle donne molto attive, tra cui la première dame del Rwanda, che si attivano per i sopravvissuti e per le altre donne. 

Le attività sono dirette solamente ai tutsi o anche per esempio a famiglie di hutu moderati falcidiati dal genocidio? 

L’aiuto è erogato a tutti, non c’è più la carta d’identità etnica, sono tutti rwandesi  e su tutto il territorio c’è gente da aiutare indipendentemente dall’etnia. Altrimenti sarebbe come dire che avevano ragione i persecutori. La differenza etnica esiste soltanto per gli autori del genocidio, ma oggi tutti fanno tutto con tutti, lavorano con tutti. È l’Occidente che ogni volta ripropone questo dramma etnico. 

Come procede la ricostruzione morale e fisica del Rwanda? 

La ricostruzione viene perseguita in molti modi. Anche la nostra associazione dei Giusti a cui stanno aderendo sempre più persone fa ricostruzione. Qui abbiamo dovuto ricostruire tutto da zero perché dopo il genocidio non c’era più niente. Lo Stato ha affrontato la ricostruzione da diversi punti di vista. Per esempio sono stati formati degli psicoterapeuti per formare chi è stato traumatizzato, compresi i bambini. 

Ci descrive meglio il progetto dei Giusti in Rwanda? 

Il progetto dei Giusti è particolarmente importante, perché se non ci fossero stati dei Giusti non ci sarebbero neanche i sopravvissuti. Il Paese sarebbe appartenuto soltanto agli assassini. Invece una persona giusta in famiglia può istruire il resto della famiglia. Siamo partiti dalla questione di combattere il male, per poi poter anche dire che anche tra gli hutu ci sono stati i Giusti. Sempre più gente ci segue. 

Quindi i Giusti aiutano sia la riconciliazione, sia la ricostruzione?

Possiamo dire così, ma è ancora incerto. Diciamo che sarà così se verrà svolto un buon lavoro di educazione alla cittadinanza responsabile. Noi abbiamo costruito una scuola materna che parte dai 4 anni. Qui le elementari iniziano a 7 anni, l’asilo a 4. Ma questi asili non sono finanziati dallo Stato e sono cari. C’è molto da fare, ma con il nostro programma noi abbiamo creato una scuola che investe nei valori dell’identità ruandese. 

Da questi bambini che si formano alla vostra scuola può venire un messaggio di speranza per il futuro del Rwanda? 

La speranza del Rwanda sono i bambini di oggi, che possano apprendere la responsabilità perché si crei un Rwanda dove regni l’amore e non l’odio.

Carolina Figini, Redazione Gariwo

1 aprile 2014

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Rwanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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