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I figli del genocidio

in Ruanda dopo 25 anni

Justine e Alice

Justine e Alice Jonathan Torgovnik

Sono trascorsi 25 anni da quando, nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1994, iniziò in Ruanda il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano dell’esercito regolare e degli interahamwe - le milizie paramilitari -, che durò 100 giorni e uccise circa un milione di persone. I segni lasciati dal genocidio nella società ruandese sono profondi e le conseguenze delle atrocità compiute continuano nel presente: la “società dei sopravvissuti” convive con quella dei perpetratori, il vicino può essere l’assassino di qualcuno della propria famiglia o il proprio violentatore. Molti di coloro che hanno subito le violenze trovano la forza di andare avanti attraverso la strada della riconciliazione e del perdono, scontrandosi con le ripercussioni delle proprie ferite fisiche e psicologiche sulla vita di ogni giorno.

Una delle conseguenze più profonde che il genocidio ha lasciato in Ruanda è quella della difficoltà d’integrazione e del trauma psicologico che vivono i cosiddetti “figli degli assassini”. Si tratta di migliaia di bambini nati dagli stupri usati come arma di guerra durante i giorni dei massacri, crimini non solo volti a distruggere la persona che li subiva e la sua famiglia, ma che “condannavano” anche la vita dei nuovi nati, visti come il frutto di quella violenza. Oggi questi bambini sono adulti, alcuni più consapevoli di ciò che è accaduto alle loro madri e altri meno. Tutti condividono le difficoltà di appartenere a una società che spesso li condanna alle discriminazioni dovute all’etichetta che è stata loro assegnata, quella di “possibili criminali”. Sul New York Times del 30 marzo sono state pubblicate alcune delle loro storie, raccontate dal fotoreporter Jonathan Torgovnik, che ha dichiarato: “visitando le famiglie che avevo incontrato 12 anni fa, quando ho iniziato a documentare le realtà delle donne stuprate nel ’94 e dei loro figli, ho trovato storie stimolanti di speranza e perdono. Ma ho trovato anche fragilità e traumi persistenti”.

Di seguito alcune di quelle testimonianze, parole di chi ha vissuto il male e di che ha conosciuto una verità difficile da accettare.

Bernadette, madre di Faustin, ha fatto dei progressi rispetto alla prima volta che Torgovnik l’aveva incontrata nel 2007. Ora ha deciso di perdonare il suo aguzzino perché perlomeno, dice, l’ha lasciata vivere quando avrebbe potuto ucciderla. Il suo trauma però riaffiora nel momento in cui si accorge che, nonostante lei abbia voluto iniziare una nuova pagina della sua vita trovando il coraggio di guardare avanti, chi la circonda non mostra la stessa volontà e continua a considerare Faustin solo il figlio di un assassino.

Justine è riuscita a dire ad Alice che è figlia del genocidio, ma non può sapere quale dei molti uomini che l'hanno violentata sia suo padre. Per Alice non è stato facile scoprire di essere figlia di una persona che ha fatto cose così orribili, ma il futuro la attende, ha appena completato gli studi secondari e si è iscritta all’università. “La mia vita è migliorata e so che andrà sempre meglio, mi sento libera”, racconta. Anche Justine prova un sentimento simile, sente che il suo rapporto con la figlia è migliorato perché prima faticava ad amarla mentre ora, che ha raccontato tutto, la sente più vicina.

Claude, pur provando profonda vergogna per quel padre che ha scoperto assassino, trova il suo coraggio nel fatto di essere un giovane uomo che non verrà definito dal modo in cui è nato ma dal fatto che saprà costruirsi un buon futuro ed essere una persona responsabile. Avrebbe voluto conoscere suo padre, perché sentiva il bisogno di chiedergli il motivo per cui aveva fatto tutte quelle cose terribili. Purtroppo, il padre è morto prima che potesse incontrarlo.
La madre di Claude, Stella, pensa che lo stupro sia stata la più grande arma durante il genocidio in Ruanda perché, dichiara, “le persone che sono state uccise sono morte, ma le donne che sono state stuprate, vivono con le conseguenze di quanto accaduto e le hanno trasmesse alla generazione successiva”. 

Di questa tremenda realtà si è tornati a parlare molto, recentemente, a seguito dell'assegnazione del Premio Nobel per la pace 2018 al medico congolese Denis Mukwege e alla testimone del genocidio yazida Nadia Murad "per i loro sforzi per mettere fine all'uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”. Aumentare la conoscenza e la consapevolezza su questi temi è fondamentale per una nuova presa di coscienza sulle violenze che continuano a verificarsi in diversi Paesi del mondo. Le storie dei figli del genocidio ruandese mostrano una via per reagire, ma anche quanto ancora ci sia da fare per far luce sulla questione e intervenire a livello internazionale.

4 aprile 2019

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Rwanda 1994

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Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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