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La gioventù rwandese: la speranza per un Paese più giusto

I casi di Kizito Mihigo e Diane Rwigara

 Kizito Mihigo

Kizito Mihigo

Dopo il genocidio del 1994, il Rwanda ha vissuto un'impressionante evoluzione progressiva, tanto in campo economico quanto educativo. Tuttavia gli osservatori internazionali, tra cui le Nazioni Unite, l'Unione Europea e le ONG internazionali per la difesa dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, continuano a contestare al governo alcune azioni contro i diritti umani e le libertà fondamentali.

Il Rwandan Patriotic Front (RPF), guidato da Paul Kagame, fino a oggi beneficia del merito di aver fermato il genocidio. Una guerra civile a dir poco devastante. Quella guerra che in un modo o nell’altro ha segnato il destino di ogni rwandese  in quel triste Aprile del 1994. Una guerra che nel giro di soli 100 giorni privò il Rwanda di quasi 1 milione di persone: madri, padri, nonni, fratelli, in alcuni casi anche famiglie intere; persone del tutto innocenti. Io stessa sono orfana di padre e madre a causa di questa agghiacciante guerra; io nel 1994 avevo solo 3 anni e la mia è soltanto una delle tantissime testimonianze di chi oggi popola la mia amata terra.

Durante questa terribile guerra civile, l'analisi dei fatti evidenziò l'importanza  dell’intervento dello RPF nell'arrestare il genocidio. Lo RPF infatti mirava a porre fine alle ingiustizie del regime di Habyarimana contro i Tutsi interni al Paese, ma anche contro quelli che soggiornavano fuori dal Paese in veste di profughi. Il regime di Habyarimana paragonava il Rwanda ad un bicchiere d’acqua pieno: in Rwanda non c'era più posto per nessuno. Con l' aiuto di Museveni Kaguta, il presidente dell' Uganda - dove lo RPF era in esilio - il Fronte Patriottico Rwandese organizzò un esercito con l’intenzione di dar guerra al governo di Habyarimana. Dopo aver tentato - senza successo - di entrare nel Paese nell’Ottobre del 1990, la questione diventò d’interesse politico internazionale. A partire dal luglio del 1992 Stati Uniti, Francia e Organization of African Unity si impegnarono a portare lo RPF e il governo rwandese verso una soluzione diplomatica del conflitto, elaborando e sottoscrivendo i cosiddetti “accordi di Arusha”.

Dopo il genocidio, l’esercito di RPF si trovava già nel Paese e da qui in poi parteciperà molto attivamente alla vita politica. Nel 2000 Paul Kagame, il fondatore dello RPF, diventò capo del governo e nel 2003 con le elezioni diventò il presidente del Rwanda. Kagame è attualmente in lista per un terzo mandato alle presidenziali che si terranno quest'anno. Oggi il regime di Paul Kagame è fortemente criticato per la mancanza di apertura dello spazio politico, per gli omicidi e le persecuzione degli oppositori, la mancanza di libertà di espressione e la libertà di stampa e la repressione contro gli attivisti, persino contro i sopravvissuti al genocidio.  L’impressione quindi, è quella di ritornare indietro nel tempo. C’è una storia che pare volersi ripetere.

Vorrei quindi raccontare i casi di due giovani sopravvissuti al genocidio, il cantautore cristiano Kizito Mihigo (in carcere dall’Aprile del 2014) e Diane Rwigara, attualmente candidata alle prossime elezioni presidenziali.

Il caso di Kizito Mihigo.
Kizito nasce nel 1981 a Kibeho (provincia del sud del Rwanda, famosa per le apparizioni della Vergine Maria). È un celebre organista e compositore, sopravvissuto al genocidio. Ha studiato musica al Conservatorio di Parigi ed è noto per i suoi canti liturgici durante le Messe in tutte le parrocchie del Paese. Egli è anche noto per il suo attivismo e insegnamento a favore del perdono, della pace e della riconciliazione.

Prima del 2014, Kizito era considerato da tutti un beniamino del regime di Kagame. Infatti, il presidente stesso aveva raccomandato che gli fosse riconosciuta una borsa di studio per studiare musica in Europa nel 2003, quando aveva dimostrato il suo talento partecipando alla composizione dell’inno rwandese del dopo genocidio.

Dopo la conclusione dei suoi studi nel 2011, Kizito ritorna in Rwanda. Diventa fin da subito una vera star della canzone rwandese, diventando soprattutto una vera e propria “icona” per la riconciliazione. Kizito fonda l'associazione KMP (Kizio Mihigo per la Pace) e con questa fondazione sfrutta le sue abilità artistiche per girare con passione tutto il Paese - nei villaggi, nelle carceri, nelle scuole -, insegnando e seminando i valori del perdono, della pace e della fratellanza. Il successo però è breve: nel 2014 l’artista, poco prima della 20° commemorazione del genocidio, compone una canzone dal titolo "IGISOBANURO CY’URUPFU" (il significato della morte), in cui il cantante prega per le vittime del genocidio, ma anche le vittime di altre violenze. Kizito in questa canzone vuole pensare proprio a tutti. Prega per tutte le vittime, anche quelle vittime cadute prima dei famosi 100 giorni. Subito dopo l’uscita della canzone, le autorità di Kigali gli ordinano di ritararla e di chiedere perdono, attraverso i media locali, ai sopravvissuti Tusti. Infine, è accusato di essere un negazionista nei confronti del genocidio contro i Tusti.

Pochi giorni dopo questi fatti, Kizito verrà dato per disperso. Durante tutta la settimana della 20° commemorazione del genocidio i parenti e gli amici denunciano la sua misteriosa scomparsa.
Interrogata dai media locali, la polizia dello stato dichiara di non sapere dove si trovi l’artista, senonché qualche giorno più tardi il cantante viene esposto in manette davanti ai giornalisti accusato di aver complottato contro il Presidente della Repubblica. L’artista non nega, anzi davanti alle telecamere dei giornalisti ammette di aver scambiato alcuni messaggi con un individuo dell'opposizione in esilio via WhatsApp. In altre interviste prima del processo, addirittura si scuserà con il Rwanda intero e con il presidente della Repubblica. Molti osservatori si chiedono se non sia stato torturato in segreto.

Durante il processo, Kizito si dichiarerà colpevole contro il parere dei suoi avvocati, che alla fine lo abbandoneranno. Il processo è stato criticato dai partiti di opposizione rwandesi e dagli osservatori internazionali valutandolo come un processo iniquo con motivazioni politiche. Il cantante è stato condannato a 10 anni di carcere.

Il caso di Diane Rwigara
Diane è la figlia di Assinapol Rwigara, uomo d'affari rwandese sopravvissuto al genocidio tra i principali finanziatori di RPF già nel 1990. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2015, la figlia Anne Rwagara denuncia l'assassinio politico per un relativo contenzioso che avrebbe avuto con il partito al governo (RPF).

Diane Rwigara, 35 anni, continua a denunciare le ingiustizie del governo nei confronti della sua famiglia, affermando che la sua famiglia è costantemente sotto minaccia e intimidazioni. 

Nei primi di maggio 2017, Diane Rwigara ha annunciato la sua candidatura per le prossime elezioni presidenziali. La sua dichiarazione è stata seguita da una campagna diffamatoria sui social network. Il 12 Giugno, Diane Rwigara depositerà la sua candidatura presso la commissione elettorale e poi sapremo se effettivamente avrà il diritto di iniziare la sua campagna.

La mia riflessione è sorta da una domanda: i giovani rwandesi - tra cui mi inserisco anche io -, possono rappresentare una speranza per un Rwanda più giusto?

Dopo quanto appena raccontato, visti i casi dei due giovani, Kizito e Diane, direi proprio di sì. Perlomeno ci proviamo e ce la mettiamo davvero tutta. In questi 23 anni ne abbiamo passate tante, ma oggi siamo qui e non abbiamo nessuna intenzione di perdere la speranza. Non vogliamo voltare le spalle al nostro Paese, vogliamo guardare in faccia la realtà, tutta la realtà, bella e brutta.
Siamo disposti a metterci in gioco per una speranza, per una passione, per una buona causa.
Siamo entusiasti di rinnovare quella fratellanza che i nostri genitori e i nostri fratelli maggiori hanno perso prima e nel 1994.

Ci anima la curiosità e il rispetto per l’altro, la consapevolezza che le diversità non sono un impoverimento o una minaccia, ma anzi rappresentano una ricchezza. Ci anima la voglia di costruire insieme belle cose, il coraggio di misurarci con nuove sfide. Vogliamo confrontare le nostre idee con lo scopo di trovare soluzioni comuni per il bene di tutti.
Siamo consapevoli di essere l’energia vitale del nostro Paese e quindi vogliamo diventare protagonisti nel costruirlo senza riserve, perché così scegliamo di scrivere noi la nostra storia, una storia positiva.

Noi giovani del Rwanda di oggi ci rendiamo conto che vi è un destino da condividere. Vogliamo condividere sì i benefici, ma soprattutto le responsabilità, le difficoltà, i diritti e i doveri. Vogliamo vivere il presente puntando lo sguardo verso il futuro, se non per i nostri figli almeno per i nostri nipoti.

Possiamo essere una speranza per il nostro amato Paese, ma abbiamo bisogno del sostegno di tutti, a partire dal nostro governo e dai nostri genitori, dai fratelli maggiori, ma anche dalle comunità internazionali e da persone come voi di Gariwo.

Yvonne Uwase

19 maggio 2017

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Rwanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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