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Quando riconciliazione fa rima con comunione

il Rwanda dopo il genocidio

Sono passati 23 anni da quei sanguinosi cento giorni tra aprile e luglio 1994 che segnarono la storia del Rwanda: la ferita del genocidio del popolo Tutsi avrebbe avuto bisogno di parecchio balsamo per potersi rimarginare.

Il balsamo è l'Umuganda. La premessa dell'azione dietro a questa parola è semplice: ogni cittadino ruandese in salute e ottime condizioni fisiche tra i 18 e 65 anni, deve lavorare nella risoluzione di progetti comunitari per almeno tre ore al mese. Sarà compito dell'intera comunità identificare i lavori di carattere pubblico per ogni mese. Questi lavori obbligatori fanno parte di un più vasto progetto del governo, il quale punta a riconciliare le due culture nel paese.

Ogni comunità, o umudugudu, registra la partecipazione di ogni suo membro ai lavori; coloro che si rifiutassero di collaborare rischiano sanzioni e in alcuni casi persino l'arresto. 

"L'Umuganda è la cultura del lavorare insieme, dell'aiutarsi a vicenda a ricostruire questo paese" asserisce Paul Kagame, presidente del Rwanda. L'Umuganda è stato, ed è, uno strumento di vera  e propria ingegneria sociale e nation-building, concepito proprio dal presidente Kagame. A controllare l'effettività delle azioni delle politiche di riconciliazione dell'Umuganda vi è la National Unity and Reconciliation Commission, la quale pubblica un "barometro della riconciliazione" che prende in considerazione diverse variabili per determinare il livello di integrazione sociale pacifica tra i due gruppi. Nel 2015 il barometro segnalava una "percentuale di riconciliazione" del 92.5.

Nonostante questi progetti, Kagame resta una figura controversa. Al potere dal 2000, un recente emendamento costituzionale ha aperto la strada per un possibile terzo mandato del presidente; le leggi adottate per proibire la cosiddetta "ideologia genocida", inoltre, sono spesso utilizzate per smorzare qualsiasi critica mossa al governo. 

Il lavoro della riconciliazione ha comunque portato molti cambi sociali e strutturali, tanto che la maggior parte delle persone ha smesso di definirsi Tutsi o Hutu, ma si definisce semplicemente rwandese.

Non è possibile riconciliarsi col passato senza che i carnefici confessino i propri errori e senza che le vittime conoscano la verità. Nel villaggio di Mbyo, uno dei sette villaggi della riconciliazione - fondato da Prison Fellowship Rwanda, una ONG cristiana - ogni giorno vittime e carnefici ricordano e dialogano insieme su quanto accaduto. "Ricostruire questa nazione richiede l'aiuto di tutti. Abbiamo ancora tanto da fare per le nostre comunità, per la coesione sociale. È doloroso, ma è un viaggio necessario per giungere alla guarigione", afferma il pastore Deo Gashagaza, uno dei fondatori di PFR. 
L'obiettivo di questa ONG è far convivere in uno spazio comune chi è stato vittima e chi è stato carnefice, creando un dialogo attorno ad attività comuni. Dall'esperienza di questi sette villaggi, sono nate delle nuove reti sociali, dove vittime e carnefici, accettando il passato e perdonando le azioni commesse, hanno potuto tornare - dopo un lungo e tormentato percorso - a fidarsi umanamente l'uno dell'altro.

3 maggio 2017

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Rwanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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