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La mia vita nei gulag albanesi - Parte I

di Matteo Tacconi

Rudina Dema da giovane, nel 1975, a 30 anni

Rudina Dema da giovane, nel 1975, a 30 anni

La cancellata d’ingresso è tutta arrugginita, e appena oltre ci sono due palazzine che cascano a pezzi. Un grosso spiazzo di terra e di erba, gialla e secca, bruciata dal sole, si apre più avanti. Ai suoi lati campeggiano alcuni edifici, pure questi spolpati dal tempo. Non hanno più le porte, né le finestre. Cocci di mattoni all’interno. Così appare il campo di concentramento di Tepelenë, nel sud dell’Albania. In questi ruderi, costruiti dall’esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale, il regime comunista albanese rinchiuse tra il 1949 e il 1954 centinaia di famiglie: madri, fratelli, mogli e figli di uomini invisi a Enver Hoxha, il dittatore di Tirana.

I prigionieri alloggiavano in grosse stanze comuni. Dormivano su dure tavole di legno. D’estate caldo soffocante, d’inverno freddo gelido. Il lavoro forzato era un massacro. Si saliva sulle montagne alle spalle del campo, si segavano alberi, si caricava legna sulla schiena – pesanti fastelli per le donne, grossi tronchi per gli uomini – e la si riportava giù al campo. Le precarie condizioni igieniche e l’alimentazione misera acuivano gli stenti. Molti detenuti persero la vita. Trecento i bambini che non ce la fecero. Un piccolo memoriale in pietra bianca, in mezzo allo spiazzo, omaggia le vittime.

Il campo fu smantellato dopo che le Nazioni Unite denunciarono le condizioni disumane per i reclusi, più di tremila. Una volta fuori, il loro destino non mutò. Continuarono a essere sfruttati in altri campi, soprattutto quelli intorno alla città di Lushnjë, nell’Albania centrale.

Rudina Dema, classe 1945, riuscì a sopravvivere all’inferno di Tepelenë. Entrò nel campo nel 1949, restandovi per due anni. I ricordi di quell’esperienza sono pallidi, eppure alcuni episodi le si sono ben fissati in testa. «Ci mettevamo in fila con in mano una tazza, come nei film sugli ebrei nei lager. Ce le riempivano con una minestra di grano duro. A volte ci trovavamo dei vermi». E poi i rapporti con gli altri bambini del campo: «Facevamo delle palle di fango e ce le tiravamo addosso. Nelle baracche dormivamo gli uni accanto agli altri, stretti come sardine».

Ho incontrato Rudina il 30 agosto 2017 nel corso di una commemorazione organizzata a Tepelenë dalla Autoriteti për Informim mbi Dokumentet e ish-Sigurimit të Shtetit 1944-1991, l’agenzia del governo che dal 2016 scava nella storia repressiva del regime più paranoico e violento dell’Europa comunista. Condannò a morte centinaia di persone e tappezzò il territorio di campi per il lavoro forzato e prigioni, oltre a istituire un apparato di sicurezza e repressione – la Sigurimi – fondato su una rete gigantesca di collaboratori. Tutti spiavano tutti; tanti gli scheletri nell’armadio. La memoria, per via di questo, è rimasta materia sensibile anche dopo la fine del comunismo nel 1991. Le vittime del regime sono restate ai margini, tenendosi tutto dentro. Solo adesso possono iniziare a narrare pubblicamente le loro sofferenze.

Quelle di Rudina Dema non si limitano alla sola Tepelenë. Ha trascorso una lunga parte della sua vita nei campi di lavoro forzato o in libertà vigilata. Nel 1984, a 39 anni, la ottenne per tutto il territorio albanese. L’anno dopo morì Hoxha, e il contesto politico si fece meno rigido. Ramiz Alia, il successore, approntò qualche timida apertura. Rudina continuò però a temere che il regime potesse di nuovo accanirsi contro di lei. Così nel 1991, quando iniziarono i grandi sbarchi degli albanesi in Italia, con il marito Haxhi e la figlia Megi, di tre anni, salì a bordo di una delle navi cargo che da Durazzo, all’inizio di marzo, si diressero a Brindisi. Il comunismo albanese stava collassando, e fu proprio quello il motivo per cui ci si poté imbarcare: il governo non controllava più nulla. Ma Rudina pensava che sarebbe riuscito a ristabilire l’ordine e forse avrebbe scatenato un’ondata di arresti. L’Italia era un’occasione per ricominciare daccapo, e volle coglierla.

Qualche mese dopo lo sbarco, sempre nel 1991, Rudina, Haxhi e Megi si stabilirono a Rieti. Non si sono più spostati. Oggi vivono in un modesto alloggio popolare. Con loro c’è pure Tommaso, il figlio che Megi ha avuto dieci anni fa.

A Tepelenë Rudina mi aveva riassunto la sua vicenda per sommi capi, citando snodi storico-politici dell’Albania comunista che non riuscivo a cogliere appieno, non avendone sufficiente conoscenza. Ciò nonostante, la forza delle sue parole e dei suoi occhi, un po’ tristi ma molto penetranti, mi avevano convinto del fatto che questa storia meritasse di essere ascoltata. E così sono andato a Rieti, due volte, per capirla e inquadrarla meglio.

Rudina è una dei cinque figli di Hysni Dema, ex colonnello dell’esercito di Zog, re dell’Albania. Quando nel 1939 l’Italia fascista la conquistò, Dema fu esiliato in Toscana. Tornò in patria nel 1942 e assunse ruoli di rilievo nel Balli Kombëtar, l’organizzazione nazionalista che stringendo un’alleanza tattica con l’occupante nazista, sostituitosi nel 1943 a quello italiano, cercò di impedire che i partigiani di Enver Hoxha prendessero il potere. Tentativo fallito. Hoxha liberò l’Albania nel 1944, imponendosi come autocrate. Dema si diede alla macchia, riuscendo a riparare in Grecia, dove sarebbe morto in circostanze poco chiare nel 1954.

«Mio padre, con mamma incinta di me, scappò. Non l’ho conosciuto, e non ho idea di cosa sia l’amore paterno. Quando sento Megi che si rivolge a Haxhi chiamandolo papà penso: “Ma cosa significa? Che vuol dire?”. Con quel padre mai visto ero molto arrabbiata. Avevo una vita penosa, senza giocattoli, senza fiabe, senza libertà. Dicevo a mia madre, Vasfie, che un buon padre non avrebbe mai dovuto lasciar soli moglie e figli. Lei si irritava, mi dava una ciabattata e urlava: “Ma non ti vergogni?"».

Hysni Dema è il reato di Rudina, di sua madre e dei suoi fratelli, tutti più grandi di lei: Tefta (1927), Vera (1930), Ali (1933) e Sazan (1935). Nell’Albania di Hoxha un nemico del popolo, un cospiratore, contagiava tutta la famiglia con il suo status.

«Dopo aver preso il potere i comunisti bussarono alla porta della nostra grande casa di Tirana, la requisirono e ci cacciarono. Mamma scese giù in vestaglia, con il suo pancione. Si recò con Vera, Ali e Sazan nell’abitazione di Tefta e di suo marito Shaqir Muça. Sono nata lì, il 20 febbraio del 1945». Pochi mesi dopo la nascita di Rudina, i Dema furono trasferiti in un campo di lavoro forzato a Berat. La loro vita di prima, tranquilla e agiata, non sarebbe mai più tornata. «Ci caricarono sul camion, come cocomeri, e ci portarono via. Risparmiarono Tefta, solo perché essendo sposata non figurava più nel nostro nucleo familiare».

Nei tre successivi anni, Vasfie e i figli furono spostati in vari campi: Porto Palermo, 4 Rruget Shijak – un luogo nei pressi di Durazzo – e Kruja. Poi nel 1949 giunsero a Tepelenë. Un mondo a parte, tremendo. Tefta non poté più recarsi in visita da loro, cosa possibile nei campi dov’erano stati prima. Dei mancati incontri con lei, Rudina serba memoria. Dei bimbi morti al campo invece no: «Sentivo solo il pianto disperato delle mamme».

All’inizio del 1951 il regime decise di liberare tutti i bambini di Tepelenë, oltre a qualche detenuto non così pesantemente macchiato a livello politico. Rudina uscì dal campo; i suoi familiari vi rimasero. «Mamma mi affidò a una famiglia di Kruja, tra quelle scarcerate. Erano i primi giorni di marzo. Ci fecero salire su dei camion militari e ci condussero a Tirana. Arrivammo di notte, era molto freddo e pioveva. Ci portarono in Piazza Skanderbeg, in pieno centro, scaricandoci davanti alla moschea. Dormimmo lì davanti, riparandoci sotto le grondaie. Al mattino presto arrivò l’imam, e il signore di Kruja, il capofamiglia – mi vergogno a ancora dirlo, ma non ne ricordo il nome –, gli spiegò chi fossi, chiedendogli di portarmi da Tefta». Il religioso assicurò che si sarebbe prodigato, ma prima doveva recitare le preghiere. Una volta terminate, si diresse con Rudina al bazar che a quel tempo si teneva su un lato della piazza. Si fermò presso la bancarella di un mercante che vendeva cappelli. Era stato vicino di casa dei Dema, e li conosceva molto bene. L’imam gli descrisse la situazione, e lui mandò di corsa suo figlio a cercare Tefta. «Nell’attesa mi diede una tazza di latte con del pane dentro. Lo mangiai voracemente, come una bestia, tanto era affamata». Poco dopo Tefta arrivò, e Rudina le si gettò tra le braccia. «Mia sorella mi portò subito da un barbiere per farmi tagliare i capelli a zero: erano pieni di pidocchi».

Le due sorelle si ritrovarono, ma per Tefta quella gioia non poteva essere assoluta. Stava vivendo tempi difficilissimi. Appena qualche giorno prima dell’arrivo di Rudina, il primo marzo per l'esattezza, Leone Cieno, l’ingegnere italiano a cui si era legata dopo la fine prematura del suo matrimonio con Shaqir Muça, era stato deportato in Italia. Giunse in Albania durante l’occupazione fascista. Dopo la guerra rimase: servivano bravi tecnici per la ricostruzione. La sua vita cambiò il 19 febbraio del 1951, il giorno in cui una bomba esplose nel cortile dell’ambasciata sovietica: la messinscena con cui il regime scatenò una dura purga contro gli intellettuali e i residenti italiani, tutti accusati di essere al servizio dell’imperialismo occidentale. Cieno fu cacciato e Tefta rimase sola, incinta di otto mesi. Il 31 marzo nacque un maschietto. Fu chiamato Pierino.

Per alcuni anni Leone e Tefta mantennero una corrispondenza. Lei gli inviava le foto di Pierino che cresceva; lui qualche soldo. Poi l’Albania scelse la via dell’isolamento più totale, e ogni comunicazione con l’esterno fu proibita. Leone non seppe più nulla di Tefta e di Pierino. Non li dimenticò, ma si rifece una vita, in Sardegna, accompagnandosi con un’altra donna. Pierino crebbe senza padre, come Rudina. «Lo avrebbe conosciuto solo nel 1990, recandosi per una prima volta in Italia, prima di stabilirvisi definitivamente nel 1991. Tefta invece non lo vide mai più. Leone morì poco prima che anche lei emigrasse, nel 1993».

Dopo la deportazione di Leone, Tefta si ritrovò con un figlio da crescere da sola e con Rudina da accudire. Era formalmente libera, ma la Sigurimi la teneva d’occhio. La provocava. «Una notte alcuni agenti entrarono nell’appartamento. Fecero qualche domanda. Uno di loro accese una sigaretta; brillava nel buio. Se ne andarono dopo un po’. La vita per Tefta divenne pesante. Si convinse che il regime, prima o poi, avrebbe fatto del male a lei, a me e a Pierino. Così, emotivamente sfinita, prese una decisione drastica. Alla fine del 1954 raggiungemmo la mamma e i fratelli nel campo di Pluk, nei pressi di Lushnjë, dove erano stati trasferiti dopo la chiusura di Tepelenë». Non appena vi giunsero, le autorità del campo dissero a Tefta che poteva restare, ma avrebbe dovuto fare ogni giorno l’appello, al pari di tutti gli altri internati. Doveva rinunciare alla libertà, in altre parole. E lo stesso valeva per Rudina e Pierino. «Mia sorella era cosciente di ciò che ci attendeva, ma la sua vita, con la Sigurimi che non le dava tregua, era diventata insostenibile. Pensò che se proprio dovevamo soffrire, era meglio farlo con i nostri cari, condividendo la stessa sorte».

La seconda parte del racconto è disponibile a questo link

Matteo Tacconi, giornalista

18 dicembre 2019

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GULag è l’acronimo, introdotto nel 1930, di Gosudarstvennyj Upravlenje Lagerej (Direzione centrale dei lager).
Nel 1918, con l’inizio della guerra civile, fu creata una vasta rete di campi di concentramento per gli oppositori politici della neonata Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Nel 1919 venne creata la sezione lavori forzati. Il lavoro coatto era previsto come mezzo di redenzione sociale dalla stessa costituzione sovietica. Oltre alla funzione economica e punitiva, alcuni lager ebbero anche la funzione di eliminazione fisica dei deportati.

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