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La mia vita nei gulag albanesi - Parte II

di Matteo Tacconi

Rudina Dema oggi

Rudina Dema oggi

Continua la storia di Rudina Dema raccontata da Matteo Tacconi. 
A questo link è disponibile la prima parte.

«Mi sembra strano che siamo in Italia, che possediamo un’automobile e che a casa abbiamo l’acqua corrente e la lavatrice. Osservo queste cose con curiosità, la stessa che potrebbe avere una bambina. Forse deriva dal fatto che la mia infanzia, non essendo mai iniziata, sta da qualche parte dentro di me, pur se ormai sono anziana».

L’infanzia, e l’adolescenza: a Rudina Dema il regime tolse anche quella. La passò tutta nel campo Savra, dove sarebbe rimasta fino al 1964. Lei e i familiari vi giunsero dopo un paio di anni trascorsi a Pluk.

Anche Savra si trovava nel distretto di Lushnjë. Di giorno Rudina lavorava la terra per una cooperativa; di sera frequentava la scuola. Conseguì la licenza media con molti sacrifici. Una vita miserevole, dura. Comunque migliore di quella di Tepelenë. «Lì tutti i prigionieri stavano in un unico grande ambiente. A Savra ci diedero una stanza tutta per noi, per me e i miei familiari. Era all’interno di una baracca. Non avevamo il bagno, si doveva andare nel cortile. Però almeno stavamo per conto nostro».

Non c’era Sazan. Nel 1951, subito dopo la liberazione di Rudina, era riuscito a evadere da Tepelenë. «Era svelto, aveva sedici anni, trovò il modo di scappare eludendo il controllo delle guardie». Lo catturarono poco dopo, e scontò quattro anni in prigione ad Argirocastro. Una volta scarcerato riuscì a fuggire in Jugoslavia. Poi andò in Grecia, in Italia e in Germania. Infine negli Stati Uniti. Vive nel Missouri, ed è un cittadino americano.

Dopo la fuga di Sazan, Vasfie fu torturata. «La appesero a un albero a testa in giù, mettendole davanti alla faccia un secchio pieno di merda. “Dicci dov’è tuo figlio o ti ci ficchiamo dentro”, le intimarono». Ma lei non lo sapeva, e le guardie non ebbero il coraggio di dar seguito a quella minaccia. Un’altra umiliazione la subì a Pluk, quando gli agenti della Sigurimi le comunicarono la morte del marito Hysni. «È crepato in Grecia», le dissero sprezzanti. Usarono proprio quella parola: crepato.

Nel 1964 il governo alleggerì la morsa sui detenuti politici con una misura per la libertà vigilata. I beneficiari potevano vivere e trovare un lavoro all’interno di precise aree, delimitate dalle autorità. Rudina e Tefta usufruirono del provvedimento. Ali e Vasfie no, e rimasero a Savra. Vera invece si trovava da qualche tempo a Tirana, dove si era sposata con Qazim Kuca, autista in un’azienda di trasporti. Anche i suoi familiari avevano avuto dei problemi con il regime, e con i Dema si conoscevano. Le autorità accordarono a Vera il permesso per lasciare il campo di Savra e vivere con Qazim. L’amore, almeno quello, non veniva proibito. Non sempre. Nel 1968 la coppia ebbe un bambino, Engjell.

La zona entro cui Tefta e Rudina potevano godere della libertà vigilata era compresa tra le città di Lushnjë, Fieri, Berat e Kavajë ed Elbasan. Scelsero di andare in quest’ultima. «Tefta credeva che in quella città, una città grande, con una buona base culturale, avremmo potuto trovare un lavoro decente e vivere in pace». Tra aspettative e realtà lo iato fu profondo. «Non era facile ottenere un impiego dignitoso, dato che avevamo una reputazione compromessa. Trovammo lavoro solo negli oliveti della zona, e più tardi in una sartoria come operaie. Ogni giorno, al mattino e alla sera, andavamo al commissariato a deporre la firma. Scontammo poi la diffidenza della gente del posto. Ci chiamavano “le due puttane”».

Pierino non era con loro. Tefta lo mandò a Tirana da Vera affinché potesse frequentare una buona scuola. Voleva garantirgli un futuro migliore del suo. A scuola, in quegli anni, ci andò anche Rudina. Di sera, a lavoro finito, come faceva a Savra. Riuscì a guadagnarsi il diploma liceale.

Gli anni di Elbasan non furono certo felici, ma un ricordo piacevole Rudina lo custodisce. Nel 1971 riuscì a prendere parte a un viaggio-premio al mare, a Valona, offerto dal regime a un gruppo di giovani addetti della sartoria dove era impiegata. Per un periodo avevano prestato lavoro volontario sulle colline alle spalle di Elbasan: lo Stato aveva bisogno di braccia forti per dissodare quella terra arcigna e impiantarvi degli oliveti. Rudina non aveva mai visto il mare, e pregò un funzionario del Partito del Lavoro, il partito unico ai tempi del comunismo, di aggregarla alla comitiva pur se quel viaggio-premio non le spettava. «Si occupava di giovani e di lavoro. Sapeva chi ero e da dove venivo, ma dato che in sartoria mi davo da fare aveva una buona opinione di me. Riuscii a convincerlo». E dunque Rudina scoprì il mare. «Mi sedevo sulla spiaggia a gambe incrociate, guardavo le onde e piangevo. Provavo un grande senso di libertà».

Ma Rudina la libertà, una libertà degna e piena, non l’aveva mai assaporata per davvero. E anche quella vigilata a un certo punto cessò. Gliela revocarono nel 1975. Era il periodo del processo e della condanna a morte nei confronti di Beqir Balluku, ministro della Difesa dal 1952, accusato di tramare contro Hoxha. Nell’Albania comunista capitava spesso che alle faide intestine ai vertici del sistema seguissero ondate di persecuzione generalizzata. Andò così anche quella volta. Rudina e Tefta furono spedite in un campo di Belsh, località del distretto di Elbasan. E lì arrivò anche Pierino, cacciato via da Tirana con la moglie Ikbale, sposata negli anni precedenti, e il loro bambino appena nato: lo chiamarono Leone, come il papà di Pierino. Più tardi la coppia avrebbe avuto altri due figli, Ulisse e Anna.

Anche la famiglia di Vera fu colpita dalle nuove misure restrittive. Le toccò il campo di Grabian, non lontano da Lushnjë. Ali e Vaftie non si schiodarono da Savra. Tre anni dopo, nel 1978, Vaftie sarebbe morta. Rudina pensa a lei ogni giorno. «La mattina, quando bevo il caffè, mi compare il suo volto. Rifletto sulla vita da pezzente che ha fatto nei campi. Si ritrovò senza niente, da signora che era. Provava un dolore enorme, ma se lo teneva dentro».

A Belsh, Rudina lavorò per una cooperativa agricola. «Avevamo un piccolo stipendio, ma non ci si poteva comprare quasi nulla. E allora di notte andavo nei campi della cooperativa per rubare porri, pomodori e spinaci». Per nove anni condusse questa vita ripetitiva e triste. La consolazione era avere accanto Tefta, la sorella prediletta, verso cui nutriva un amore sconfinato. «Dava l’impressione di essere una donna dal cuore duro; era sempre seria. Ma se la conoscevi bene, se la capivi dentro, non potevi staccarti da lei. Per me è stata mamma, nonna, fratello, papà, tutto».

Nel 1984 una svolta: a Rudina fu concessa di nuovo la libertà vigilata, stavolta valida per tutto il territorio nazionale. La ebbe soltanto lei, tra i parenti. Tutti gli altri rimasero nei campi, di fatto fino al periodo del collasso del comunismo. «Forse, poiché non avevo marito, né figli, per il regime ero la Dema meno pericolosa».

Rudina andò a vivere a Tirana. Trovò lavoro in una fabbrica tessile nel quartiere Kombinat, cuore industriale della capitale al tempo del comunismo; oggi sobborgo decadente e dimenticato. Dopo tre mesi conobbe Haxhi Mane, il futuro marito, di cinque anni più anziano, anche lui con una storia dolorosa alle spalle. È un çam, come si definiscono gli albanesi del nord della Grecia, espulsi in massa al termine della Seconda guerra mondiale. La famiglia di Haxhi era benestante. Rudina si trasferì a Durazzo, dove Haxhi risiedeva. Si sposarono. Lei trovò lavoro in una sartoria; lui come muratore. Nel 1988 nacque Megi. Rudina la partorì a 43 anni.

Per lei quella bambina fu un dono di Dio: il suo Dio cristiano. Si era avvicinata da tempo al cattolicesimo. Il primo incontro con la fede lo ebbe a Tepelenë. «Nel campo c’erano anche alcuni preti, li vedevo confabulare e pregare. Ne rimasi affascinata». Nel corso degli anni il suo sentimento religioso crebbe. Pregava in segreto, Rudina, perché nell’Albania comunista vigeva l’ateismo. «Quando sono arrivata in Italia mi sono voluta battezzare. Lo feci nel 1992. Haxhi, che ha mantenuto la sua fede originaria, quella musulmana, non ha posto obiezioni».

Anche a Durazzo, con una famiglia tutta sua, con Enver Hoxha che non era più di questo mondo (morì nel 1985), Rudina continuò ad avere paura. «Non dicevo a nessuno da dove venivo, mantenevo un profilo basso. Sentivo il peso del mio passato, del mio nome, e credevo che il regime potesse richiudermi di nuovo nei campi, in qualsiasi momento».

Il 1990 fu un anno di tumulti e incertezze. Scoppiarono proteste varie. A Tirana, a dicembre, insorsero gli studenti. Il governo barcollò perdendo il controllo della situazione. Nei mesi seguenti in tanti ne approfittarono per andarsene: verso l’Italia, via mare. Non sapevano se il comunismo sarebbe caduto. Nel dubbio, preferirono mettersi in viaggio. L’Italia, il sogno occidente, la libertà.

I primi di marzo del 1991 migliaia di persone si catapultarono nel porto di Durazzo e assaltarono le navi cargo che vi ormeggiavano. Imposero ai comandanti di far rotta su Brindisi, lo scalo più vicino in linea d’aria. Era la sola possibilità per attraversare l’Adriatico perché all’epoca non esistevano collegamenti di linea. Il mare era un muro d’acqua. Tra il 6 e il 7 del mese 25mila albanesi sbarcarono nella città salentina. Rudina e Haxhi viaggiarono a bordo del Tirana, uno di quei mercantili. Quando videro il trambusto sui moli di Durazzo non ci pensarono su troppo: decisero di partire. «Non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, di noi, ma l’importante era fuggire via dal quel regime, che non credevo potesse cadere. Ci vestimmo eleganti. Haxhi era in giacca e cravatta, io indossavo un bel vestito. “Andiamo in Italia, non possiamo presentarci da straccioni”, pensavamo. Ma da straccioni arrivammo, dopo una traversata lunga e faticosa, su una nave stipata di persone. Durante il viaggio non facevo che pensare alle mie sofferenze, ma mi sentivo libera, un po’ come quando nel 1971, a Valona, vidi per la prima volta il mare».

Giunti in Italia, Haxhi e Rudina ottennero quasi subito lo status di rifugiati politici. Vissero per un po’ a San Michele Salentino, nel brindisino, poi si spostarono ad Antrodoco, e da lì nella vicina Rieti. È la loro città dal 1991. A stretto giro furono raggiunti da Pierino e dalla sua famiglia, e poi arrivò anche Tefta, nel 1993, una volta accolta la domanda di Pierino per il ricongiungimento con la madre. Vera e Alì, usciti dai campi, rimasero invece in Albania, entrambi a Tirana. Sia loro che Tefta sono passati a miglior vita: Vera nel 2005, Tefta nel 2011, Ali nel 2013. Tefta è sepolta a Rieti.

Haxhi e Rudina sono in pensione. Lui in Italia ha continuato a fare il muratore, come in Albania. Lei invece ha prestato servizio come domestica. Riceve un assegno mensile davvero modesto, ma non si lamenta. «Qui ho trovato la libertà, degli amici, la possibilità di dire ciò che penso e una casa popolare. Con tutto quello che ho passato, può bastarmi».

Nel 2000 Rudina ha ottenuto la cittadinanza italiana, e solo in quel momento è voluta tornare in Albania. «Il passaporto italiano mi ha dato sicurezza, prima non ne avevo. Rimettere piede in Albania non mi emozionò. Quella terra mi aveva tolto tutto. L’unica gioia che provai fu rivedere i familiari».

Oggi Rudina visita regolarmente il Paese in cui è nata. Ha una casa nel centro di Tirana. È stata diverse volte a Tepelenë. Le ho chiesto se dopo tutti questi anni se la sente di concedere il perdono – un principio fondante dalla sua fede, in fin dei conti – a chi le strappò la libertà. «Ne ho discusso anche con il mio sacerdote. Mi ha detto che perdonare è un processo lento, che va portato avanti un po’ alla volta. Ma non so se riuscirò mai a farcela. Credo che sia impossibile perdonare tutto».

Matteo Tacconi, giornalista

19 dicembre 2019

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Nel 1918, con l’inizio della guerra civile, fu creata una vasta rete di campi di concentramento per gli oppositori politici della neonata Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Nel 1919 venne creata la sezione lavori forzati. Il lavoro coatto era previsto come mezzo di redenzione sociale dalla stessa costituzione sovietica. Oltre alla funzione economica e punitiva, alcuni lager ebbero anche la funzione di eliminazione fisica dei deportati.

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