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"La Russia deve ancora riprendersi dal trauma dello stalinismo"

di Sergey Parkhomenko

Membri dell'associazione Last Address collocano le targhe sulle case delle vittime dello stalinismo

Membri dell'associazione Last Address collocano le targhe sulle case delle vittime dello stalinismo David Krikheli

Sergey Parkhomenko è un giornalista ed editore russo. In collaborazione con l’organizzazione Memorial, ha creato Last Address, un progetto per riportare alla luce le storie delle vittime dello stalinismo. In questo articolo pubblicato per il Guardian, riflette sulle contraddizioni e le amnesie della Russia di Putin e l’importanza dei progetti come Last Address e le Pietre d’Inciampo.

Putin non vuole che la nazione affronti il proprio passato e l’ignoranza che lo circonda, quindi abbiamo dato vita a un movimento civico che umanizza le vittime.

All’inizio di quest’anno, il Ministro della Cultura russo ha vietato il film satirico The death of Stalin (la morte di Stalin), presumibilmente perché conteneva “informazioni la cui diffusione è proibita dalla legge”. Nei social media di lingua russa, il ritiro della licenza per la proiezione del film è stato accolto con risate e scherno dalla maggior parte della popolazione: “Quali segreti avrebbe mai potuto rivelare quel film? Potrebbe essere che Stalin sia davvero morto?” - ironizzava la gente.

Sembrava ridicolo. Ma già a dicembre c’era stato un precedente ricco di presagi: Alexander Bortnikov, il capo dei servizi di intelligence russi FSB, ha dichiarato al giornale governativo Rossiyskaya Gazeta che le repressioni dell’era staliniana erano giustificate, citando la necessità di contrastare le reti trotzkiste e i complotti che avevano “legami con i servizi segreti stranieri”. Egli ha inoltre affermato che la “repressione politica di massa” si sarebbe conclusa entro il 1938 – una marchiana revisione della storia.

Mentre Vladimir Putin si prepara per la rielezione in vista del 18 marzo, il passato sovietico della Russia è diventato un oggetto costante di manipolazioni da parte di un regime che sta continuando a lanciare messaggi ambivalenti. Prima dei commenti di Bortnikov, Putin aveva inaugurato il Muro del Lutto a Mosca, un memoriale dedicato alle vittime della repressione. “Questo passato terrificante non può essere cancellato dalla memoria nazionale”, ha dichiarato Putin. “Questi crimini non possono essere in alcun modo giustificati”.

Nel frattempo, nuovi monumenti, striscioni e mostre in onore di Josif Stalin spuntano come funghi in tutto il Paese, e nuovi poster e cartelloni che lo glorificano sono diventati normali, mentre centinaia di rappresentazioni di lui di epoca sovietica sono rimaste intatte: busti e bassorilievi che lo raffigurano, come pure statue grandi e piccole, a piedi o a cavallo. Due volte l’anno, al suo compleanno e all’anniversario della sua morte, gli ammiratori portano enormi mazzi di garofani rossi sulla tomba di Stalin nella Piazza Rossa. Si potrebbe pensare che si tratti delle vestigia dell’ideologia stalinista: cimeli e cerimonie, ma c’è anche dell’altro.

La società russa non ignora l’ampiezza delle purghe e dei crimini perpetrati sotto Stalin. Quando Bornitkov ha parlato di milioni di vittime, queste cifre non rappresentano una novità per la maggior parte dei russi. Per decenni, la dottrina sovietica ha insegnato ai cittadini che quegli eventi erano un inevitabile prezzo a pagare per la sopravvivenza e lo sviluppo del Paese. Lo stalinismo oggi in Russia non si trova in quei monumenti, fiori o poster – e nemmeno nella censura o nel linguaggio ipocrita dei funzionari di alto livello, ma è nascosta nelle menti di molti russi, in come percepiscono la storia e come si relazionano ai valori fondamentali.

Per la maggior parte dei russi, quei milioni di vittime non sono altro che fredde statistiche. A pochi importa di confrontarsi con domande difficili e sgradevoli. Questo perché un trauma psicologico non elaborato rimane vivo nella nostra società. Lo Stato non ha bisogno di compiere particolari sforzi per perpetuare tale situazione, gli basta semplicemente lasciare le persone sole con quel passato terrificante e assicurarsi che non ricevano aiuto quando cercano di capirne le origini o di affrontare sentimenti inespressi di colpa collettiva. Ecco come una mentalità totalitaria può riprodursi.

Quattro anni fa, ho deciso di fare qualcosa in merito. Sono andato agli uffici moscoviti dell’associazione per i diritti umani Memorial con un’idea: “Lanciamo un nuovo movimento civico”. Ero ispirato dall’iniziativa avviata in Germania negli anni ’90, il progetto delle pietre d’inciampo, targhe di ottone delle dimensioni di un ciottolo, posizionate nei marciapiedi delle città e dei paesi tedeschi, fuori dalle case dove erano vissute le vittime delle atrocità naziste. Ogni targa reca il nome della vittima come pure il suo luogo di nascita e di morte, quando è noto. Da allora, sono state collocate più di 50.000 pietre d’inciampo in circa 700 città e paesi, in 22 Paesi europei.

La mia idea era di ricordare l’epoca di Stalin nello stesso modo. Aiutato dal team di storici di Memorial, ho chiamato il progetto Last Address. I nostri attivisti posizionano targhe metalliche sulla facciata di case o edifici dove una volta vissero le vittime delle persecuzioni staliniste. Le targhe recano dettagli sulla persona che fu fucilata o morì in prigionia: la sua professione, le date di nascita, arresto e morte, e in molti casi la data della riabilitazione postuma.

Il nostro movimento si basa sulle iniziative civiche, non sulle autorità locali. L’importante per noi è che ogni targa racconti la storia di una persona, raccontataci da qualcuno che ci ha contattati perché ha sentito che il passato non dovrebbe essere cancellato così facilmente. Qualche volta è il parente di una vittima, a volte è la persona che vive ora in quell’indirizzo e si ricorda di chi un tempo saliva le stesse scale, apriva le stesse porte e guardava fuori dalle stesse finestre, prima di essere trascinata via verso un destino tragico.

Last Address si è diffuso in più di 40 città russe, in Ucraina e nella Repubblica Ceca. Presto sarà presente in Georgia, Moldavia, Romania, Estonia e Lettonia. Lo scopo è unire quante più persone possibile intorno all’idea semplice che la vita umana è unica e inestimabile. Stiamo creando una comunità che avverte l’importanza di pensare alle persone comuni che furono distrutte da un sistema spietato, e di parlare di loro.

Ad esempio, una delle targhe del progetto Last Address si trova in Russia. Reca il seguente testo: "Qui visse Olga Mikhailovna Rostovtseva; medico; nata nel 1902; arrestata il 28 aprile 1948; fucilata il 20 aprile 1950; riabilitata nel 1956”.

Ogni volta che ci rechiamo in visita presso una casa e chiediamo ai residenti il permesso di posizionare la targa, vediamo che gli atteggiamenti possono cambiare. Last Address trasforma la percezione di eventi lontani compiendo come uno “zoom” in una specifica vita umana, o nel destino di una famiglia. La gente che incontriamo inizia a parlare in maniera differente del passato: non utilizza più il linguaggio politico confuso o vago, e invece esprime un pensiero autonomo intorno a destini umani individuali.

Marina Bobrik, una studiosa di Linguistica di Mosca e una delle nostre volontarie, dice che le persone si emozionano quando vengono mostrate loro “una foto o pagine di un archivio che ha 80 anni di vita”. Elena Visens, un’altra attivista, spiega che qualche volta perfino i parenti di una vittima non sanno nulla della storia del loro padre o nonno.

Last Address difficilmente susciterà l’interesse di Putin. Egli può talvolta parlare contro le amnesie storiche, ma ha fatto molto per riabilitare Stalin. Il sistema di Putin si basa sulla nozione che i potenti non sono mai ritenuti responsabili delle loro azioni, e che le vite individuali contano meno della forza che una nazione è in grado di proiettare. Questo è proprio quello che il nostro movimento ambisce a sconfiggere. Con Last Address, la freddezza delle statistiche sparisce e invece emergono vite umane, spazzate via in modo insensato e crudele. Casa per casa, strada per strada, la storia viene alla luce. Io credo che non ci sia un modo più forte di questo di affrontare le ferite più profonde del mio Paese.

13 marzo 2018

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