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Perché soltanto un arabo è Giusto fra le nazioni?

di Ofer Aderet

Una scena del film "Les hommes libres", dedicato al salvataggio degli ebrei nella Grande Moschea di Parigi

Una scena del film "Les hommes libres", dedicato al salvataggio degli ebrei nella Grande Moschea di Parigi Fotogramma del film

Dove sono gli altri, e c'è davvero qualche possibilità che Yad Vashem onori un giorno anche loro?

Ofer Aderet - corrispondente del giornale israeliiano Haaretz, il 24 ottobre 2017 ha scritto una toccante riflessione sul perché a oggi sia stato possibile conferire l'onorificienza più alta di Yad Vashem a un solo arabo - il dr. Mohamed Helmy, medico egiziano che salvò quattro ebrei a Berlino durante la guerra - e la reticenza sia degli arabi che degli ebrei a riconoscere questi gesti di salvataggio.

"Il rapporto esclusivo pubblicato da Haaretz domenica, sul fatto che il Memoriale della Shoah di Yad Vashem onorerà come Giusto fra le nazioni un arabo, solleva alcune questioni insidiose, sensibili e affascinanti: perché è il primo? E perché solo ora?

Iniziamo dalle buone notizie: nel 2013, Yad Vashem ha riconosciuto per la prima volta un arabo come Giusto fra le nazioni (in precedenza erano stati riconosciuti tali alcuni musulmani non arabi): il dr. Helmy, un egiziano. Tuttavia la sua famiglia aveva declinato l'onorificienza proveniente da un'istituzione israeliana, per motivi sia politici che pratici.

Giovedì, un pronipote di Helmy accetterà il riconoscimento dalle mani dell'ambasciatore di Israele in Germania, nel corso di una cerimonia a Berlino. Che cosa è accaduto nei quattro anni appena trascorsi? La regista israeliana Taliya Finkel, che sta girando un documentario su questa storia, ha dichiarato di aver convinto il Prof. Nasser Kutbi che si tratterebbe di un bel gesto - nonché una deliziosa scena per il suo film - commemorare il suo parente.

Ronen Steinke, un giornalista tedesco con radici israeliane, ha indagato assiduamente sulla storia e si è recato anche al Cairo per incontrare la famiglia di Helmy. Un anno fa, la famiglia gli ha fornito numerose ragioni per cui era contraria a ricevere l'onorificienza di Yad Vashem: si tratterebbe di un'istituzione sionista, che pretenderebbe di essere responsabile dell'intero mondo ebraico, sarebbe un'istituzione israeliana, e così via, proseguendo con la maggior parte delle motivazioni basate sull'ostilità per Israele in seguito a decenni di sanguinosi conflitti.

Noi abbiamo già raccontato la storia di Helmy – un dottore egiziano che viveva a Berlino e nascose una donna ebrea in casa sua – e lo abbiamo fatto di nuovo questa domenica. Helmy è il primo arabo a cui sia stato assegnato il titolo di Giusto fra le nazioni, ma non il primo a essere candidato a questa onorificienza.

In un affascinante articolo apparso su Haaretz nel 2004, il dr. Robert Satloff, un ebreo americano di Politica araba e islamica, aveva discusso del perché nessun arabo era stato ancora nominato “Gentile Giusto”. In un trafiletto, Satloff commentava: “Come per i cristiani, anche tra gli arabi c'erano alcune persone che collaborarono con i nazisti e che perseguitarono gli ebrei per ragioni di profitto personale o per puro odio. La maggioranza fu indifferente e non rimase coinvolta. E sullo sfondo, poche persone arrivarono fino al punto di rischiare le loro vite per salvare gli ebrei.

Un certo numero di studi indicano che c'è un gran numero di arabi che meriterebbero di essere nominati Giusti fra le nazioni, gente che ha rischiato la propria vita per salvare ebrei durante la Shoah. C'è perfino un potenziale “Raoul Wallenberg” arabo. Ma perché siano riconosciuti, dobbiamo essere coscienti della loro esistenza e affinché questo avvenga, dobbiamo ascoltare le testimonianze che li riguardano".

Sviluppi significativi si sono avuti però dopo la Seconda Guerra Mondiale, tra cui in particolare la fondazione dello Stato di Israele, hanno in parte oscurato questo record di salvataggi. “Come arabo, non c'era molto da guadagnare – bensì molto da perdere – a essere identificati come protettori degli ebrei e dei loro diritti”, osservò Satloff.

Al contempo, gli ebrei, compresi coloro che sono stati salvati dagli arabi, non erano molto pronti a parlare dei loro salvatori arabi. “Per molti di coloro che rimanevano in Nord Africa, i ricordi delle loro terribili esperienze del tempo di guerra furono improvvisamente travolti dal meno sistematico, ma spesso più violento antisionismo, che costrinse centinaia di migliaia di persone a lasciare le loro case nella seconda metà degli anni '40 e negli anni '50”, scrive Satloff.

Per decenni, gli studi sono incentrati sull'Olocausto degli ebrei europei, gli storici, gli studiosi e le istituzioni prestavano invece molta meno attenzione all'eredità della Shoah nel mondo ebraico nordafricano. Anche gli stessi ebrei non discutevano o studiavano molto l'argomento.

Pertanto ci sono varie ragioni per l'assenza di arabi Giusti fra le nazioni: gli arabi non facevano certo a gara per raccontare alle persone di quando avevano salvato gli ebrei; questi ultimi non fornivano informazioni sui loro salvatori arabi; e al contempo, l'establishment non faceva granché per trovarli. Si aggiunga a tutto ciò la grande tendenza al negazionismo della Shoah che è presente nel mondo arabo e il risultato non deve sorprendere.

Il Dr. Yaacov Lozowick, l'archivista di stato ed ex direttore degli archivi di Yad Vashem, una volta ha scritto su Haaretz che, "se ci fosse un Giusto arabo, i suoi discendenti apparentemente non vorrebbero neanche saperlo, e questo naturalmente rende difficile scoprirli, dato che le storie degli ebrei che furono salvati si scoprono generalmente attraverso testimonianze personali e non attraverso il materiale d'archivio”.

Non di meno, attraverso gli anni ci sono stati diversi casi in cui ricercatori o altri soggetti hanno fornito informazioni che avrebbero potuto convincere Yad Vashem a conferire il titolo di Giusti fra le nazioni a degli arabi. Uno dei casi più famosi è quello di Khaled Abdel-Wahab, un arabo musulmano di Tunisia, che secondo diverse testimonianze salvò decine di ebrei. Yad Vashem rifiutò due volte di nominarlo Giusto fra le nazioni con la motivazione che non aveva corso sufficienti rischi per salvare gli ebrei. Infatti, rischiare la vita in prima persona è un prerequisito per ricevere questo onore.

Un altro caso ben noto è quello di Si Kaddour Benghabrit, fondatore e rettore della Grande Moschea di Parigi, che, secondo diverse testimonianze, nascose gli ebrei dentro la moschea, compreso un astro nascente di quell'epoca, il cantante Salim Halali. Quando fu interpellato in precedenza su questo caso, Yad Vashem rispose che “l'ente sta compiendo uno sforzo supremo per individuare sopravvissuti grazie a Benghabrit durante la Seconda Guerra Mondiale, ha anche lavorato sodo per raccogliere materiale di archivio legato all'attività di salvataggio nella moschea di Parigi, e ha altresì contattato gli archivi della moschea per richiedere assistenza, ma tutti questi sforzi sono stati vani. Non sono state trovate testimonianze di sopravvissuti o documenti attinenti”.

Ora che il titolo di Giusto fra le nazioni finalmente viene assegnato a un arabo, verremo a conoscenza di più casi? Speriamo di sì. Questo evidente spazio vuoto dei documenti storici aspetta di essere riempito."

Ofer Aderet, Corrispondente di Haaretz

25 ottobre 2017

Negazionismo

il nemico della verità dei genocidi

Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. 
Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo.

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Multimedia

"Nessun dubbio sul genocidio armeno"

A. Ferrari intervista P. Kuciukian su Corriere. it