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Quo vadis, Polonia?

Shlomo Avineri sulla nuova legge approvata a Varsavia

Una ragazza sventola la bandiera israeliana sugli ex binari di Birkenau

Una ragazza sventola la bandiera israeliana sugli ex binari di Birkenau Reuters

Shlomo Avineri è professore di Scienze politiche alla Hebrew University di Gerusalemme e membro dell’accademia israeliana di Scienze e Materie Umanistiche. Originario della Polonia, è intervenuto su Haaretz del 3 settembre 2016 per porre all'esecutivo di Varsavia alcune domande ineludibili, se quello in corso da parte del governo polacco è un tentativo di revisionare la storia polacca durante la Seconda Guerra Mondiale: perché, nel 1939, la Polonia sembrò preferire i tedeschi ai sovietici, rifiutando l'ingresso dell'Armata Rossa nel suo territorio? Perché l'esercito clandestino polacco non intervenne per aiutare gli insorti del 1944?

I polacchi sbagliano a punire penalmente ogni riferimento al loro coinvolgimento nell’Olocausto. Hanno sofferto certamente, ma hanno anche qualcosa di cui rispondere.

I miei genitori e io arrivammo a Tel Aviv dalla Polonia pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale. Il resto della nostra famiglia estesa rimase in Polonia, e nessuno di loro sopravvisse. Tre dei miei nonni, le sei sorelle e il fratello di mia madre e cinque miei cugini furono tutti uccisi dai tedeschi. Furono deportati nei campi di sterminio dalle loro varie località di residenza: la città dove sono nato, Bielsko-Biala, Cracovia, Makow-Podhalanski e Varsavia.

Ho visitato la Polonia molte volte e la percezione dell'assenza ebraica dalla vita polacca mi ha sempre accompagnato. Alcuni dei miei libri e articoli sono stati tradotti in polacco, ho insegnato all’Università di Varsavia, all’Università Jagellonica di Cracovia e all’International Cultural Center di questa splendida città. Recentemente ho avuto il privilegio di essere eletto membro esterno dell’Accademia Polacca delle Arti e delle Scienze. Anche se la mia conoscenza del polacco è scarsa, la storia, la cultura e gli odori della Polonia non mi sono estranei.

È per queste ragioni che ho capito fin troppo bene le motivazioni sottostanti la recente legislazione sulle materie storiche introdotta dal governo polacco attuale. L’ho capita, ma ero anche furioso.

L'ho capita, perché nessun Paese dell’Europa occupata dai nazisti ha sofferto quanto la Polonia e nessun altro popolo, a parte gli ebrei, è stato così chiaramente e dolorosamente vittima della macchina dello sterminio tedesca. La Polonia è stato l’unico Paese in Europa a essere completamente smantellato dai tedeschi: le sue istituzioni nazionali e comunali furono liquidate, l’esercito sciolto, le scuole e le università chiuse; perfino il suo nome fu cancellato dalla mappa e le regioni della Polonia occupate dai tedeschi furono chiamate con lo strano nome di “General Gouvernement”.

La Polonia fu l’unico Paese nel quale non emerse alcun governo collaborazionista o incaricato di arrendersi ai tedeschi. Sei milioni di cittadini polacchi, di cui tre milioni di ebrei e tre milioni di polacchi etnici, furono assassinati dai tedeschi. Se a ciò si aggiunge l’occupazione sovietica della Polonia orientale che è seguita immediatamente all’invasione tedesca, si può capire perché i polacchi hanno visto se stessi prima di tutto come vittime, e hanno visto l’alleanza tra Hitler e Stalin espressa nel patto Ribbentrop-Molotov come una riedizione delle spartizioni della Polonia del 18° secolo, avviate dalla Russia e dalla Prussia.

Fu proprio perché i tedeschi avevano smantellato lo Stato polacco e le sue istituzioni, che decisero di installare i propri campi di sterminio sul territorio polacco, tra cui ovviamente Auschwitz è il più famigerato. Nella Polonia occupata dai tedeschi non rimase in piedi alcuna catena di autorità polacca, e tutte le risorse pubbliche del Paese furono appropriate dalle autorità di occupazione tedesche. In tutti gli altri Paesi nell’Europa controllata dai tedeschi, la Germania nazista doveva trattare, a volte in modo estremamente complesso, con i governi locali, che nonostante il fatto di essere alleati o essersi arresi al Reich, dovevano ancora essere presi in considerazione, sia pure per ragioni puramente tattiche.

È per queste ragioni che la Polonia è così giustificata nell’insistere che i campi di sterminio non dovrebbero essere chiamati “campi di sterminio polacchi” (come perfino Obama li ha chiamati) ma “campi tedeschi nella Polonia occupata”.

Ma è proprio questo punto che può fare arrabbiare, mentre si cerca di capire la sensibilità polacca: mentre il governo polacco è giustificato nel fine, sta compiendo un grave errore nel tentativo di usare i mezzi legali per ottenere la rettifica desiderata, facendo di qualsiasi riferimento ai “campi di sterminio polacchi” un reato penale. Soltanto i regimi non democratici usano tali mezzi: la questione dovrebbe far parte del discorso pubblico, delle delucidazioni storiche, dei contatti diplomatici e dell’educazione – non del diritto penale.

La legislazione proposta dalla Polonia va perfino oltre: rende reato penale qualsiasi riferimento a qualsivoglia ruolo il popolo polacco abbia avuto nella Shoah, e a tal proposito si riferisce anche a quella che chiama “la verità storica” riguardante il massacro perpetrato durante la guerra dalla popolazione polacca nella città di Jedbawne contro i loro vicini ebrei. Quando lo storico Jan Tomasz Gross pubblicò il suo studio nel 2001, affermando che non erano stati i tedeschi, ma i polacchi etnici locali a bruciare vivi centinaia di residenti ebrei, ciò naturalmente causò una grave crisi di coscienza in Polonia. Due presidenti polacchi, Aleksander Kwasniewski e Bronislaw Komorowski, accettarono queste scoperte scomode e chiesero pubblicamente perdono alle vittime; quest’ultimo parlò addirittura propriamente di storia, adeguando il proprio linguaggio ai temi sensibili che venivano toccati, e affermò che “perfino in una nazione di vittime, sembra che ci siano assassini”.

Ora il governo polacco dichiara che non tutti i fatti collimano e che la questione deve essere riesaminata, e ha richiesto la riesumazione dei corpi delle vittime del massacro contenuti nelle fosse comuni.

Tutto ciò getta un’ombra pesante sulle politiche e sulle intenzioni dell’attuale governo polacco. Le sue opinioni e la sua ideologia sono un affare interno al Paese, ma se il governo ambisce a iniziare una revisione della storia polacca e riverniciare o negare i suoi aspetti problematici, allora perfino coloro che si identificano con il dolore polacco, che costituisce la giustificazione di tali atteggiamenti, possono sollevare alcune altre domande che finora sono state trascurate in nome del riconoscimento della terribile sofferenza del popolo polacco durante la Seconda guerra mondiale. Queste non sono questioni banali, né si riferiscono al comportamento degli individui, ma a decisioni nazionali polacche.

La prima domanda riguarda l’orizzonte temporale dell’insurrezione di Varsavia, nell’agosto 1944, quando l’Armata Rossa sovietica raggiunse la Vistola. I polacchi giustamente sottolineano che l’esercito sovietico non venne in aiuto degli insorti polacchi e di fatto lasciò che i tedeschi soffocassero la rivolta impunemente. Una delle mosse ciniche di Stalin.

Ma è qui che si può sollevare una questione tormentosa: perché l’Armia Krajowa, l'esercito clandestino controllato dal governo polacco in esilio a Londra, attaccò in quel particolare momento, quando i tedeschi erano già in ritirata, la Polonia orientale era già stata liberata l’esercito sovietico stava quasi per liberarsi da solo? La spiegazione ufficiale polacca è che, mentre l’insurrezione era certamente contro i tedeschi, essa aveva anche un altro fine: assicurarsi che Varsavia fosse liberata da forze polacche, e non dall’Armata Rossa. In altre parole quella non era solo un’insurrezione contro i tedeschi, ma anche un attacco preventivo contro l’Unione Sovietica.

Se così fosse, si potrebbe forse capire, anche se ovviamente non giustificare, la passività sovietica nel non aiutare i polacchi. Tuttavia la domanda attende ancora una risposta: perché l’armata polacca clandestina non era insorta contro l’occupazione tedesca nei precedenti quattro anni? Perché, per esempio, Armia Krajowa non aveva attaccato i tedeschi durante l’insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia nell’aprile 1943? Perché la resistenza polacca non aveva cercato di sabotare lo sterminio sistematico di tre milioni di ebrei, tutti cittadini polacchi?

Qualche volta si sente discutere di quante armi avessero inviato o meno gli enti polacchi in clandestinità, per aiutare coloro che partecipavano nell’Insurrezione del Ghetto di Varsavia, ma questa non è la domanda cruciale. La domanda cruciale è perché la resistenza polacca sia stata semplicemente a guardare quando ciò che rimaneva dei 300 mila residenti ebrei di Varsavia insorgeva contro l’occupazione tedesca. La repressione tedesca dell’insurrezione del ghetto richiese settimane e, sul “lato ariano”, la popolazione polacca di Varsavia vide e udì ciò che accadeva nella loro stessa città, e non fece alcunché. È difficile sapere che cosa sarebbe successo se l'esercito clandestino polacco si fosse unito ai rivoltosi, non solo a Varsavia ma in tutta la Polonia occupata, dove aveva addestrato migliaia di suoi membri in numerosi città e villaggi a una possibile rivolta. Se essa avesse avuto luogo, certamente avrebbe reso più difficile alle truppe SS tedesche il compito di liquidare il ghetto di Varsavia. In più, se Armia Krajowa si fosse unita a quello che veniva vista come una rivolta “ebraica”, sarebbe stata un'imponente prova di solidarietà con gli ebrei polacchi.

Questa è una questione molto difficile. Ma è del tutto ingiustificato sollevare la questione della dimensione morale della decisione di iniziare una rivolta per evitare che Varsavia fosse liberata dai sovietici, ma non fare nulla per prevenire l’assassinio organizzato di tre milioni di ebrei polacchi o per aiutare l’insurrezione del ghetto?

Questo porta a sollevare un’ulteriore domanda, egualmente rimossa. All’inizio del 1939, i governi britannico e francese si resero conto che la loro politica di appeasement con Hitler era fallita miseramente, quando divenne chiaro che dopo aver messo fine ai residui di indipendenza cecoslovacca, la Germania nazista si preparava ad attaccare la Polonia. Nella primavera del 1939, la Gran Bretagna e la Francia offrirono una garanzia alla Polonia contro un’invasione tedesca. Nel contempo, l’Unione Sovietica si avvicinò a Londra e Parigi, suggerendo un approccio congiunto contro l’aggressione tedesca alla Polonia. Questo fu uno spostamento di primaria importanza nelle relazioni internazionali, il primo tentativo di sviluppare un fronte comune tra l’Unione Sovietica e le potenze occidentali contro la Germania nazista.

Nel luglio 1939, una delegazione congiunta anglofrancese si recò a Mosca per negoziare una possible alleanza sovietico-occidentale contro la Germania. Durante i negoziati, il capo della delegazione sovietica, il Ministro della Difesa Klementi Voroshilov, pose a generali e ammiragli occidentali una semplice domanda: per respingere un’invasione tedesa della Polonia, l’esercito sovietico doveva entrare in Polonia; il governo polacco avrebbe acconsentito all’ingresso delle truppe sovietiche nel suo territorio per espellere i tedeschi?

Per settimane intere il governo polacco eluse questa domanda, ma alla fine rispose negativamente. Come disse un ministro del governo polacco allora guidato dai cosiddetti “Colonnelli”: “Se l’esercito sovietico entra in Polonia, chi sa quando ne uscirà?”. I colloqui tripartiti anglo-franco-sovietici fallirono, e pochi giorni dopo il patto Ribbentrop-Molotov fu firmato.

Si può ben capire la paura polacca dell’Unione Sovietica e del comunismo: riacquistando l’indipendenza nel 1918, la Polonia si era trovata implicata in una guerra brutale con i sovietici, e l’Armata Rossa aveva raggiunto la Vistola, giungendo quasi a conquistare Varsavia. Solamente l’esercito francese collaborò a difendere l’indipendenza della Polonia e respinse i russi.

E tuttavia: in un momento cruciale del 1939, sembrò che i polacchi avessero più paura dell’Unione Sovietica che della Germania. La storia non si fa con i se e i ma, per cui non è dato sapere che cosa sarebbe successo se la Polonia avesse acconsentito all’ingresso dell’Armata Rossa nel suo territorio nel caso di un’invasione tedesca. Non si può dire categoricamente che non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale, o che la Polonia non sarebbe stata occupata dai tedeschi, o che la Shoah non avrebbe avuto luogo: queste sono solo speculazioni. Ma è ragionevole ritenere che la storia avrebbe potuto avere un corso diverso e questo è il punto: che in un momento in cui una Polonia duramente colpita avrebbe dovuto prendere decisioni difficili e dure, il governo polacco prese una delle decisioni più catastrofiche della storia del Paese.

La Polonia pagò un prezzo terribile per questa decisione: in un modo o nell’altro, il rifiuto polacco rese possible il patto Ribbentrop-Molotov, e l’insurrezione polacca del 1944 portò alla distruzione quasi totale di Varsavia e all’espulsione della sua popolazione tedesca.

Per evitare qualsiasi malinteso, in nessun modo si dovrebbe vedere questo come un tentativo di incolpare la vittima, la Polonia. La colpa morale e storica è della Germania nazista e, parallelamente, dell’Unione Sovietica. Ma se l’attuale governo polacco intende avviare una revisione della storia polacca, bisogna che siano trattate anche queste questioni più ampie: una nazione e la sua leadership sono responsabili delle decisioni che prendono e delle loro conseguenze.

Recentemente ho visitato il POLIN, il museo ebraico a Varsavia, la cui istituzione fu iniziata all’alllora Presidente Kwasniewski. Sono rimasto profondamente impressionato non solo dalla ricchezza dei materiali e dalla loro meravigliosa presentazione, ma anche dalla raffinatezza e integrità storica sottostante all’intero progetto. Il museo mostrava la storia degli ebrei in Polonia come parte integrante della storia del Paese: senza gli ebrei, la Polonia non sarebbe la Polonia. Tuttavia il museo mostra anche il lato più oscuro di questa storia, specialmente l’emergere alla fine del 19° e all’inizio del 20° secolo del partito nazionalista radicale e antisemita guidato da Roman Dmowski, la Endecja. Un amico non ebreo che mi ha accompagnato nella visita ha detto: “Ora sarebbe il momento di costruire un museo polacco di livello comparabile”.

Ha ragione. Ma il modo in cui l’attuale governo polacco desidera procedere è sia sbagliato che poco saggio. Danneggerà enormemente sia la storia ricca e affascinante della Polonia, sia il suo modo di presentarsi al mondo.

7 settembre 2016

Negazionismo

il nemico della verità dei genocidi

Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. 
Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo.

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A. Ferrari intervista P. Kuciukian su Corriere. it