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Vietato dire che i lager furono "polacchi"

Daniel Blatman analizza una nuova legge del governo di Varsavia

La cancellata di Auschwitz

La cancellata di Auschwitz AP

Daniel Blatman insegna Storia della Shoah alla Hebrew University di Gerusalemme. Nell'articolo Che cosa vi è di giusto nella nuova legge sulla Shoah della Polonia, e che cosa invece vi è di profondamente sbagliatopubblicato su Haaretz il 31 agosto 2016, analizza un provvedimento dell'esecutivo di Varsavia per il quale è passibile di pene fino a tre anni di reclusione chiunque chiami "campi polacchi" i lager che i nazisti crearono nella Polonia occupata. Il dibattito sulle responsabilità del collaborazionismo con Hitler è particolarmente vivo in questo Paese, ma Blatman lancia un monito anche ad altri Stati, tra cui Israele.

Il provvedimento, che vieta di definire i campi di sterminio nazisti in Polonia come “polacchi” non costituisce negazionismo della Shoah, ma fa comunque della Polonia un Paese che nega il proprio passato. Con ciò, si aggiunge a un vergognoso club di Paesi, al quale Israele non è estraneo.

Il 16 agosto, il gabinetto polacco ha approvato una legge, redatta dal Ministro della Giustizia, che prevederebbe fino a tre anni di detenzione per chiunque sia giudicato colpevole di chiamare “polacchi” i campi di sterminio diretti dalla Germania nazista nella Polonia occupata. Sarebbe reato anche sostenere che i polacchi avessero collaborato con i nazisti nello sterminio degli ebrei.

Com’era prevedibile, la decisione ha suscitato una forte reazione di Yad Vashem, a Gerusalemme. Il direttore del Museo e archivio dell’Olocausto. Avner Shalev, ha dichiarato che ci furono molti casi in cui i polacchi uccisero ebrei e parteciparono ad atrocità durante la Shoah. Quindi, ha dichiarato, la nuova legge potrebbe portare a una distorsione dei fatti riguardanti l’Olocausto. Il capo dell’Istituto Internazionale per la Ricerca sulla Shoah di Yad Vashem, il professor Dan Michman, ha detto che nessuna legge potrebbe mai negare ciò che si sa del ruolo dei polacchi nella Shoah. Il Prof. Yehuda Bauer, un consigliere accademico di Yad Vashem, ha dichiarato: “Una legge che impone una punizione a carico di chi afferma che i polacchi parteciparono all’assassinio degli ebrei contiene una menzogna totale”.

Che sia detto francamente: questa legge è vergognosa. Non perché nega l’Olocausto, come alcuni affermano. Non lo fa. Non punirebbe nemmeno chicchessia per il fatto di affermare che i polacchi assassinarono gli ebrei. È vergognosa perché aggiunge la Polonia al novero degli Stati che evitano di riconoscere le ingiustizie che hanno commesso e perfino che esse abbiano avuto luogo. Israele è un membro di questo club disonorevole. La negazione del Genocidio Armeno da parte della Turchia ne costituisce l’esempio più famoso, ma anche gli ex Paesi comunisti dell’Europa Orientale non hanno accettato la propria responsabilità nell’assassinio degli ebrei e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale: specificamente, la Romania, l’Ungheria, l’Ucraina, la Lituania e la Lettonia (che facevano parte dell’Unione Sovietica), la Croazia (che faceva parte della Yugoslavia) e anche la Polonia. Ma quest’ultima, contrariamente alla Romania e all’Ungheria, non era autorizzata dalla Germania nazista a sterminare gli ebrei. Diversamente dai lituani e dagli ucraini, i polacchi non venivano reclutati in unità adibite allo sterminio organizzato. Uccidevano i loro vicini ebrei per varie ragioni, in modi terribili, ed evidentemente in grandi numeri, ma non erano responsabili dell’Olocausto del mondo ebraico polacco.

Se ci si prende la briga di leggere effettivamente ciò che ha scritto il Ministro della Giustizia polacco Zbigniew Ziobro a proposito di questa legge, si vede che egli è stato corretto per quanto riguarda diversi punti. Egli afferma che i polacchi non possono consentire alle vittime del terrore nazista di essere descritte come collaborazionisti nell’Olocausto, responsabili dell’assassinio nei campi di concentramento, e quindi essenzialmente accusate di genocidio. Da un punto di vista fattuale, ha ragione. Accusare i polacchi di responsabilità nel genocidio è una distorsione della verità storica. Il ministro ha inoltre dichiarato che la tendenza ad attribuire l’assassinio degli ebrei ai polacchi non solo diffama la Polonia, ma viola anche la memoria della tragedia polacca negli anni dell’occupazione nazista. Tra le righe, naturalmente, si nasconde un pericoloso revisionismo della storia. La legge mira a bloccare i tentativi di rivelare la verità sull’assassinio degli ebrei da parte dei polacchi durante l’Olocausto. Il governo polacco sta cercando di assumere il profilo di un regime nazionalista, antiliberale, che mira a ridefinire l’identità nazionale e la memoria storica polacche. Ma tali questioni non possono essere affrontate senza occuparsi dell’assassinio degli ebrei.

Tuttavia, la nuova legge fa anche parte di una controreazione al discorso che si è sviluppato tra gli studiosi polacchi negli ultimi 20 anni, a proposito della Shoah. Da quando lo storico Jan Tomasz Gross documentò in maniera dettagliata l’assassinio degli ebrei da parte dei vicini polacchi nella città di Jedwabne, la ricerca sulla Shoah in Polonia è venuta largamente a incentrarsi su un tema: il trattamento dei vicini ebrei da parte dei polacchi. Si potrebbe generalizzare e dire che gli studiosi polacchi della Shoah si occupano principalmente della relazione ostile, spesso mortifera, dei polacchi con i loro vicini ebrei durante gli anni dell’occupazione tedesca.

Un piccolo gruppo di storici polacchi ha dedicato molti anni di studio a questo tema. Essi si sono assunti un compito importante: svelare un capitolo della storia polacca che è stato a lungo ignorato. Ma nel loro sforzo per scoprire esattamente che cosa accadde nelle città e nei villaggi in cui i polacchi fecero da delatori segnalando gli ebrei che si nascondevano alle autorità, o ricattandoli in cambio del loro silenzio, o a volte uccidendoli per poter rubare le loro proprietà, questa ricerca ha perso di vista in qualche misura il quadro generale. Ciò perché, esaminando la tendenza assassina e antisemita del popolo polacco che uscì allo scoperto con l’aiuto tedesco, non si può trascurare il punto di vista più ampio di un Paese che è stato schiacciato dal terrore violento come nessun altro Paese occupato.

Il quadro storico non è completo se si parla dell’assassinio degli ebrei da parte dei vicini polacchi senza menzionare, per esempio, i campi di lavoro che erano operative nelle stesse zone, e nei quali molti polacchi trovarono la morte. La violenza nazista assassina fu applicata in modi differenti e colpì parti differenti della società. I metodi violenti di repressione si alimentarono a vicenda, e quindi la realtà di quegli anni va esaminata nel suo complesso, osservando analogie e differenze. Nello studio della Shoah in Polonia, questo elemento importante è andato perduto.

Come si è detto, il governo polacco sta trattando questa complessa questione storiografica in maniera molto cruda, e con motivazioni meno che adamantine. Ovviamente, non è l’unico governo che rifiuta le responsabilità delle ingiustizie storiche causate a un altro gruppo. Il medesimo atteggiamento si può vedere nell’atteggiamento di Israele verso la Naqba palestinese. Certamente, non sorprende trovare moltissime somiglianze tra il governo cattolico-nazionalista in Polonia e quello ebraico-nazionalista in Israele, e non solo nel dettare le spiegazioni ufficiali per la storia nazionale dei due Paesi. 

5 settembre 2016

Negazionismo

il nemico della verità dei genocidi

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Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo.

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A. Ferrari intervista P. Kuciukian su Corriere. it