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Le gite a Sachsenhauen degli studenti tedeschi

e dei loro compagni immigrati

Gli studenti tedeschi in visita al lager di Sachsenhausen

Gli studenti tedeschi in visita al lager di Sachsenhausen Gordon Welters per il New York Times

Insegnare Storia in Germania significa partecipare allo sviluppo civile di una delle apparentemente più solide democrazie del mondo e contribuire ad allontanare lo spettro di nuove atrocità. 

Eppure in questi anni il clima nelle classi si è fatto più pesante. Il New York Times questa settimana dedica un reportage alla classe del professor Jakob Hetzelein, composta da alunni 15enni. Qui, mentre gli allievi pensano che il docente non stia guardando, uno di loro disegna la faccia di Hitler su un foglietto, un altro una svastica sulla cartella di un compagno. Nei campi di calcio, spesso la parola "ebreo" è usata come insulto.

Si tratta di una classe composta sia da studenti tedeschi che da immigrati, in alcuni casi arabi abituati alla propaganda anti-israeliana che sovente sfocia nell'antisemitismo. Hetzelein deve quindi combattere insieme un pregiudizio antico e uno nuovo.

Per questo ha organizzato alcune gite scolastiche al museo dell'ex lager di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Gite che un assessore comunale di Berlino, Sawsan Chebli, di origine palestinese, ha proposto di rendere obbligatorie. Un passo molto forte anche per la stessa Germania che, nel 2018, accoglie i visitatori con la scritta "Diritti umani e democrazia" appena usciti dalla metropolitana in Alexander Platz.

Il quadro quindi non è mai bianco o nero. Ci sono studenti e famiglie di origine araba o turca i cui atteggiamenti sfociano nel negazionismo della Shoah e ci sono persone come Chebli e Hetzelein.

Il problema è come le persone si relazionano con il passato e con il futuro, evidenzia l'articolo. Tedeschi che si voltano troppo spesso indietro e immigrati che a volte fanno cose deplorevoli, come bruciare bandiere israeliane sotto la torre di Brandeburgo (anche se  l'articolo chiarisce che 9/10 dei crimini d'odio in Germania sono commessi da cittadini tedeschi). Ma è proprio il direttore del museo di Sachsenhausen Günter Morsch che frena contro il pericolo di creare nuovi razzismi. Tutti sono potenziali portatori di antisemitismo, per questo il lavoro nelle classi e le visite agli ex lager sono importanti. 

Sachsenhausen non era un campo di sterminio, ma dai suoi uffici i gerarchi nazisti decidevano quanto gas Zyklon B impiegare o quali atroci "esperimenti medici" compiere nei campi di sterminio. I responsabili che accompagnano le classi li chiamano "aguzzini dietro la scrivania". Agli studenti viene spiegato che nel lager non c'erano solo ebrei, ma per esempio vi morirono anche alcuni musulmani. Uno studente siriano, parlando con la guida, dice: "Abbiamo stanze di tortura anche da noi". Altri pongono domande sul razzismo quotidiano che molti immigrati vivono oggi in Germania sulla loro pelle. C'è poi chi chiede a cosa serva trasformare un lager in un museo, e la risposta è: "Per fare in modo che la storia non si ripeta mai più". Queste gite così fortemente volute da Chebli sono un'occasione di confronto, a volte drammatico, ma utile e sentito dai giovani. 

Servirà tutto questo a dare corpo e senso al famoso "Mai più" che si pronuncia davanti a tutti i genocidi?

23 marzo 2018

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Daniel J. Goldhagen, autore del famoso saggio I volenterosi carnefici di Hilter, nel successivo Peggio della guerra: lo stermini di massa nella storia dell'Umanità, conia un nuovo termine - eliminazionismo - per indicare tutte le forme di sterminio di massa, sottolineandone il carattere politico, di scelta lucidamente operata dai carnefici per ricavarne un vantaggio di potere.

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