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È possibile prevenire le atrocità di massa?

di Yehuda Bauer

Yehuda Bauer è uno dei più autorevoli studiosi della Shoah. I primi di novembre ha tenuto un importante discorso alla conferenza organizzata dalla Open University of Israel, in occasione del ventesimo anniversario del genocidio in Ruanda.

Tra le molte cose, il professor Bauer ha approfondito il tema della prevenzione dei genocidi, sottolineando l’importanza dello studio dei crimini del passato e la necessità del confronto tra tutte le atrocità di massa, inclusa la Shoah.  

Di seguito pubblichiamo un estratto dell'intervento di Bauer, disponibile nella versione integrale (in italiano) nel box approfondimenti in basso - insieme ai contributi che abbiamo chiesto a studiosi e intellettuali a partire da questo intervento. 

NB. Nel testo ricorrono due acronimi, esplicitati dallo stesso Bauer. Si tratta di MAS, che sta per “atrocità di massa”, e R2P, ovvero “Responsibility to Protect “ (responsabilità di proteggere). 


[...] Noi utilizziamo alcune definizioni, come “atrocità di massa” (acronimo anglosassone: MAS). Il termine è stato coniato da David Scheffer della Northwestern University, Illinois (in Genocide Studies and Prevention, vol. 2, no.1, 2007), membro del particolare gruppo a cui appartengo, il Genocide Prevention Advisory Network (Rete di Consulenza per la Prevenzione dei Genocidi o GPANet), per trattare temi che comprendono i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, la pulizia etnica e il genocidio. Questa definizione è uno strumento utile perché definire ciascuno di questi crimini è problematico. Dopo tutto, le nostre definizioni sociali e politiche (e di molti altri tipi) sono astrazioni dalla realtà, e questa è sempre molto più complicata di come possono essere le nostre definizioni; pertanto le definizioni non possono fare di più che rendere in maniera approssimata quello che risulta essere un riflesso della realtà, e noi, troppo spesso, cerchiamo di adattare la realtà a una definizione invece del contrario. Di fatto abbiamo a che fare con un continuum dell’agire umano, dall’assassinio all’eccidio di diversi tipi, al genocidio, il crimine ultimo come è giustamente chiamato. Nello stesso tempo è anche importante sottolineare le differenze tra questi tipi di crimini, per quanto difficile o addirittura impossibile possa essere definire con precisione i confini tra essi. Il motivo per cui ci sforziamo di stilare queste definizioni distinte è che possono esserci, e probabilmente ci sono, differenze negli strumenti che dobbiamo usare per ridurre ai minimi termini, e se possibile addirittura azzerare, questi molteplici casi di assassinio di massa.!

Quando si parla di genocidio si ha a che fare con la Convenzione del 1948, ma la Convenzione presenta moltissimi problemi perché era il risultato di un compromesso tra le potenze occidentali, il blocco sovietico e un gruppo di Paesi soprattutto latinoamericani che si accapigliavano sulle definizioni. Il genocidio fu definito come l’intenzione e l’azione di annientare un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso in quanto tale, in tutto o in parte, ma non ci sono gruppi razziali, perché, mentre esiste il razzismo – un’invenzione europea del tardo Medio Evo e della prima modernità – non esistono razze. Siamo tutti discendenti degli umani che si sono evoluti in Africa Orientale, come già citato, circa 200.000 anni fa. Differenze nel colore della pelle, nella taglia, etc. non hanno importanza nel DNA degli individui o dei gruppi. Un matrimonio tra un aborigeno di Papua e una professoressa di Harvard è destinato a dar vita a figli sani. Siamo tutti un’unica razza. Nel 1948, era possibile parlare di razze perché il termine era usato come oggi la parola “nazionalità”: le persone parlavano di razza francese, razza britannica e così via. Nel 2014, usare il termine “razza” in un documento dell’ONU può puzzare di razzismo. 

La Convenzione cita gruppi etnici e nazionali. Siamo convenuti qui per commemorare il genocidio Ruandese, ma in senso stretto gli hutu e i tutsi non sono gruppi etnici. Parlano la stessa lingua, vanno nelle stesse chiese e fanno parte della stessa società. Non hanno culture differenti. Essenzialmente sono il risultato dello sviluppo di gruppi sociali di epoche precoloniali, e le differenze tra loro furono esaltate dai colonialisti per controllarli meglio; essi sono diventati gruppi quasi-etnici, purtroppo in maniera molto ben percepibile. Questo significa che quanto accaduto in Ruanda non era un genocidio? Sicuramente no. La definizione è errata, ma non così la realtà sottostante.

La Convenzione non parla di gruppi politici, sociali o ideologici. L’intento e le azioni che culminano nel tentativo di annientarli, agli occhi di molti non danno luogo a un genocidio meno della distruzione di un gruppo etnico o nazionale. In un articolo determinante, Barbara Harff ha coniato il termine “politicidio” per questo genere di azione umana (No lessons learned from the Holocaust? In: American Political Science Review, February 2002), e la maggior parte degli accademici probabilmente sarà d’accordo sul fatto che queste azioni dovrebbero essere incluse in quello che noi intendiamo come genocidio. L’esempio classico di un gruppo socioeconomico, nemmeno reale ma fittizio, erano i kulaki (i cosiddetti contadini ricchi) nell’URSS dei primi anni trenta dello scorso secolo. 3.3 milioni di persone furono affamate, torturate o ancora uccise, soltanto in Ucraina – e altri ancora in altre zone dell’Unione Sovietica – perché il governo voleva privare del grano I contadini per esportarlo in cambio di macchinari per creare l’industria pesante del Paese. I contadini furono costretti a consegnare tutto il grano che producevano, incluse le sementi. Un kulako era un contadino che, per esempio, aveva due mucche invece di una. Ma se faceva parte del partito, e magari diventava funzionario di un kolkhoz (fattoria cooperativa statale), allora non era un kulako. Se aveva solo una mucca o nessuna ma si opponeva alle politiche del partito era un kulako. I kulaki non erano un gruppo reale, ma lo diventarono per una decisione del Partito – e diventarono tanto più reali, quanto più, quali “membri” di questo gruppo, venivano perseguitati e uccisi. Secondo la Convenzione, questo non era un genocidio, e gli ucraini non vennero colpiti in quanto ucraini, ma perché le vittime erano presunti membri di un gruppo socioeconomico. Ma se noi accettiamo il concetto di “politicidio”, come dovremmo, allora questo era veramente un genocidio.

Il termine “genocidio” fu coniato subito dopo che erano trapelate le informazioni sulle politiche della Germania nazista in Europa orientale, e questo si riflette sulla definizione, concernente l’annientamento di gruppi in tutto o in parte. “In tutto” riflette il caso del genocidio degli ebrei, che oggi chiamiamo Olocausto, mentre “in parte” fu il destino del popolo ebraico. Tutte le discussioni sui genocidi o i massacri genocidari o le MAS dopo il 1945 sono radicalmente influenzate dalla Shoah. Perché? Perché la Shoah è stata la forma più estrema di genocidio conosciuta fino a oggi? Perché in quel caso, per la prima volta nella storia documentata, promanava dal centro del potere una decisione di assassinare ogni individuo che quello stesso “centro di potere”, il regime del Reich Tedesco, definiva come ebreo, se possibile in tutto il mondo. Inoltre, questo centro era anche il vero e proprio cuore della società “civilizzata”, moderna, e non si trovava ai suoi margini o al suo esterno. Per la prima volta nella storia gli stermini furono compiuti secondo un processo industriale, di cui fu valutata l’efficienza. Inoltre, fu uno sterminio puramente ideologico, non pragmatico, che in via generale era in contraddizione con gli interessi economici e di altro genere dei suoi autori e pianificatori. Non furono il numero delle vittime o la loro proporzione rispetto al numero totale degli ebrei, o il sadismo e la brutalità di come fu condotto lo sterminio a renderlo ciò che è stato, bensì i suoi elementi strutturali. Essendo il caso più estremo di genocidio, l’Olocausto ci insegna qualcosa sui genocidi in generale. Non era unico, perché ciò vorrebbe dire che non potrebbe essere ripetuto, cosa che invece è possibile, come tutti i comportamenti umani, anche se non esattamente nella stessa forma. Diventa il genocidio paradigmatico, e pertanto una parte essenziale della nostra discussione. L’Olocausto non è unico; è senza precedenti, e ciò significa che è un precedente che può essere ripetuto (anche se non nella stessa maniera), a meno che non facciamo qualcosa per prevenirlo. [...]

27 novembre 2014

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