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Prevenire i genocidi

intervista a Marcello Flores

Il 9 dicembre 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. A 65 anni dall'approvazione di questo storico documento abbiamo chiesto a Marcello Flores, docente di Storia dei Diritti umani dell'Università di Siena, quali siano gli strumenti - e i limiti degli stessi - creati dalla comunità internazionale per prevenire futuri genocidi.


Quali sono gli strumenti di cui si è dotata la comunità internazionale per la prevenzione dei genocidi?

Innanzitutto esiste una figura molto importante per il coordinamento di queste attività, ovvero lo Special Advisor per la prevenzione dei genocidi, un collaboratore strettissimo del Segretario generale delle Nazioni Unite. Oggi questa personalità è Adama Dieng, che ho incontrato a Siena in occasione del congresso internazionale degli studiosi di genocidio e ha un’idea molto realistica - e allo stesso tempo molto ispirata - per questo ruolo. Ultimamente la sua attività si è intrecciata con quella dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite per la lotta contro il razzismo, con l’obiettivo di mettere a punto una visione per anticipare il più possibile la consapevolezza dei problemi che possono nascere tra i popoli e che, se non affrontati e risolti, rischiano di raggiungere il livello del genocidio. Ci sono poi tutta una seria di commissioni, strutture e metodologie che si occupano di monitorare quello che succede.
A fronte di questa crescente capacità di analisi, tuttavia, il problema di fondo resta la difficoltà delle Nazioni Unite nell’intervento diretto. La Francia ha inviato i suoi uomini in Repubblica Centrafricana, perché l’Onu non ha il tempo e le possibilità di intervenire direttamente. Ed è questo - insieme alle difficoltà del Consiglio di Sicurezza, spesso bloccato dal diritto di veto - il limite più grande delle Nazioni Unite, che senza l’aiuto e la partecipazione degli Stati membri risultano un’istituzione in qualche modo “vuota”.
Credo però che oggi, diversamente dagli anni ’90 - quando ci sono stati gli ultimi due genocidi riconosciuti, Bosnia e Rwanda - ci sia un elemento positivo, ovvero la possibilità di riconoscere in anticipo le situazioni a rischio genocidio.


In questo quadro, qual è il ruolo della giustizia internazionale nella prevenzione dei genocidi e nel processo di riconciliazione?

La giustizia internazionale è spesso sotto accusa. Lo è ad esempio per le critiche di molti governi africani, che rimproverano alla Corte penale internazionale di aver messo sotto processo soltanto capi di stato africani, o per la sua scarsa incisività. Le critiche che Bosnia, Croazia e Serbia rivolgono al Tribunale penale per la ex Jugoslavia, infatti, mostrano come queste corti in realtà non riescano a dare risposte positive, scontentando tutti.
Al di là di queste accuse, che in parte sono fondate e in parte rispondono a spinte nazionaliste, credo comunque che l’esistenza stessa della giustizia internazionale sia un risultato importantissimo, a cui bisogna rimanere stretti. Certo, il sistema è perfettibile, e forse si dovrebbe cercare di collegare queste strutture ad altre forme, per avere un maggiore coordinamento e far sì che la giustizia non appaia come qualcosa di demandato al futuro. È anche vero però che l’autonomia che ha, giustamente, la Corte penale internazionale, rende difficile questo tipo di cambiamento.


Recentemente il Kenya ha deciso di ritirarsi dalla Corte penale internazionale, accusandola - come ha già ricordato - di avere pregiudizi nei confronti degli Stati africani. Cosa ne pensa? Secondo lei può crearsi un precedente?

Una possibilità ovviamente c’è. Intanto teniamo presente che, se è vero che la Corte penale internazionale si è occupata di capi di stato africani, il Tribunale per la ex Jugoslavia ha processato personalità europee.
Credo comunque che ci sia, in molti Paesi africani, la consapevolezza di dover invece affrontare questo tema, perché il fatto che le violenze di tipo genocidiario o le maggiori violazioni dei diritti umani avvengano oggi in Africa non è più soltanto dovuto - come è stato detto in passato - a un retaggio del colonialismo, ma piuttosto a qualcosa che riguarda la possibilità di costruire democrazie nel continente. Se infatti guardiamo questo processo a partire dalla fase dell’indipendenza e della decolonizzazione, ci accorgiamo che nella maggior parte dei Paesi la situazione è peggiorata, a causa della costituzione di élite di potere che, lottando tra loro, hanno accantonato gli ideali che avevano spinto alla lotta di liberazione.


All’interno della prevenzione dei genocidi può essere inquadrata anche la responsabilità di proteggere. Cosa comporta questo principio?

La responsabilità di proteggere è forse la fase più avanzata della prevenzione dei genocidi, ormai abbastanza condivisa dopo 10 anni di discussione intorno a questo principio. Principio che, lanciato dal Canada, costituisce una possibile soluzione per uscire dalla forbice tra immobilismo e intervento militare.
Molti Stati vedono ancora questo discorso sulla responsabilità di proteggere solo come la possibilità o meno di intervenire militarmente in caso di crisi, mentre invece la gamma delle azioni possibili è molto ampia. Ed è proprio il coinvolgimento degli Stati a poter garantire che l’azione militare sia davvero l’ultima e conclusiva scelta per casi eccezionali.
Tutto questo si scontra con la questione fondamentale della sovranità nazionale e della resistenza dei Paesi - a partire da Stati Uniti, Cina e Russia - nel cederne una parte a organismi sovranazionali. Questo è in conflitto soprattutto con la tendenza storica della globalizzazione, che ha già permesso la cessione di sovranità a livello economico e finanziario. Per superare questa discrepanza è necessario coinvolgere l’opinione pubblica e farle comprendere l’importanza di cedere, in alcuni settori, sovranità nazionale a questi organismi superiori.


Parlando di attualità, lei ha ricordato l’intervento francese nella Repubblica Centrafricana, Paese a rischio genocidio secondo le Nazioni Unite. Di fronte però a un sostanziale immobilismo degli altri Stati, come può muoversi ora la comunità internazionale?

Se non ritiene che le analisi e gli avvisi dati alle Nazioni Unite sono reali, credo che dovrebbe portare delle controanalisi e dimostrare il perché non c’è questo pericolo. Dopodiché, si suggerisca quali possono essere gli altri momenti di intervento.
Ritengo fondamentale uscire dalla contrapposizione tra chi si oppone all’intervento tout court, con la scusa che si tratta di un’azione militare - in nome anche della giusta volontà di mantenere la pace - e chi parla di non ingerenza. Quando infatti l’immobilismo viene motivato dalla non ingerenza negli affari interni di uno Stato, io vedo sempre un pericolo, perché la responsabilità di proteggere significa invece la necessità di ingerenza dove questo è necessario.


La missione ONU in Congo ha recentemente deciso di utilizzare i droni per controllare le zone sensibili al confine con il Ruanda. Secondo lei è possibile un utilizzo positivo di questa tecnologia come strumento di prevenzione dei genocidi?

Io credo di sì, perché ormai la tecnologia dei droni è andata molto avanti, e quindi ha la capacità di essere usata in modi diversi, limitando al massimo gli effetti collaterali - che possono essere certamente evitati quando questi droni non sono dotati di armi.
Ritengo che la documentazione che si può ottenere attraverso questi droni, ricchissima rispetto a quella prodotta 50 anni fa dagli U2, possa - se diventa patrimonio di tutti e viene diffusa in modo capillare - mobilitare l’opinione pubblica e spingere gli Stati e i governi coinvolti a riconoscere quello che invece negano, e che in assenza di prove possono continuare a negare impunemente.

a cura di Martina Landi, redazione Gariwo

12 dicembre 2013

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