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Ruanda, un'assoluzione eccellente

alla Corte Internazionale di Arusha

Il 12 febbraio il Tribunale per i crimini commessi nel genocidio del Ruanda istituito dall'ONU nella città tanzaniana ha assolto l'ex capo di una formazione paramilitare Augustin Ndindiliyamana dall'accusa di genocidio, argomentando che il generale "aveva un controllo limitato delle operazioni e vi si è opposto". 
L'ex miliziano hutu ha già scontato 11 anni di custodia cautelare. Secondo il corrispondente della BBC da Arusha Balthasar Nduwayezu, Ndindiliyamana non è in grado di vivere altrove dalla casa protetta della Corte Internazionale, perché né il Ruanda, né nessun altro Stato sarebbe pronto ad accoglierlo. Con lui sono stati processati altri tre leader hutu: Francois-Xavier Nzuwonemeye, prosciolto dall'accusa di aver ordinato l'assassinio della premier Agathe Uwilingiyamana, Innocent Sagahutu, la cui pena è stata ridotta da 20 a 15 anni, e il Generale Augustin Bizimungu, condannato a 30 anni, che è ricorso in appello. 

Secondo la sopravvissuta e testimone del genocidio ruandese Yolande Mukagasana, "la Francia e l'ONU sono moralmente sul banco degli imputati. Per questo non possono assicurare una giustizia vera alle vittime. Se però continueranno a negare il genocidio, ciò si rifletterà negativamente anche sul difficoltoso processo di riconoscimento dei Giusti, perché anche se i colpevoli si dichiarano pentiti e chiedono perdono, e le vittime accettano di perdonarli e fare progetti comuni con loro, il genocidio dev'essere riconosciuto dalle autorità internazionali. Anche perché ora il vecchio schema che ha portato al genocidio ruandese si sta riproponendo in Repubblica Centrafricana, dove i cristiani stanno massacrando i musulmani. È molto triste". 

17 febbraio 2014

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