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Ergastolo a Ratko Mladic

la condanna del "boia di Srebrenica"

Ratko Mladic, in un murale

Ratko Mladic, in un murale

Il genocidio a Srebrenica c'è stato, e Ratko Mladic era direttamente coinvolto nelle operazioni e nel piano per eliminare la popolazione musulmana dal territorio della Bosnia Erzegovina. "Senza di lui, i crimini non si sarebbero verificati come in effetti è accaduto".
Il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, con sede all’Aja, ha per questo ritenuto Ratko Mladic colpevole per il genocidio di Srebrenica, con l'aggravante di aver sempre negato l'episodio e di aver fornito in merito false notizie ai media.
Mladic è stato ritenuto responsabile anche dell'assedio di Sarajevo e di atti di omicidio, uccisione ingiustificata di civili, deportazione forzata nella capitale bosniaca, con l'intenzione di diffondere il terrore tra la popolazione ("Non facciamoli dormire - diceva Mladic nel 1992 riferendosi ai cittadini di Sarajevo - facciamoli diventare pazzi"). Convalidata anche l'accusa per la presa in ostaggio dei caschi blu delle Nazioni Unite, usati come scudi umani per impedire qualunque intervento della NATO.
La Corte ha invece assolto Mladic da una delle accuse di genocidio riguardante crimini commessi in alcuni villaggi della Bosnia Erzegovina (Prijedor, Kljuc, Sanski Most, Foca, Vlasenica e Koto Varos). 

Il Tribunale ha quindi condannato Mladic all'ergastolo.

La sentenza è arrivata dopo una lunga interruzione, in cui Mladic ha prima chiesto di poter andare in bagno e ha poi accusato un malore, restando fuori dall'aula per farsi verificare la pressione sanguigna e chiedendo la sospensione della lettura del verdetto. Alla decisione dei giudici di proseguire con la seduta, Mladic è rientrato in aula alzando la voce contro la Corte, che lo ha quindi allontanato. 

Si chiude quindi così l’attesissimo verdetto - di primo grado, dopo un processo iniziato il 6 maggio 2012, in cui sono stati ascoltati oltre 300 testimoni e analizzati più di 10mila elementi probatori - ai danni del “boia di Srebrenica” che guidò il genocidio dell’11 luglio 1995, nel quale vennero uccisi più di 8mila uomini e ragazzi musulmani, e l’assedio di Sarajevo, durato 44 mesi e costato la vita a oltre 12mila persone. 

La sentenza ai danni di Mladic, che ha ascoltato le parole dei giudici portando all'occhiello un Natalie's Ramonda, il caratteristico fiore serbo simbolo della Prima Guerra Mondale, e scuotendo la testa a ogni accusa, segue quella pronunciata il 24 marzo 2016 contro Radovan Karadzic, condannato a 40 anni di carcere per crimini connessi a quelli imputati a Mladic. In particolare, si legge nelle accuse, gli atti di Karadzic e Mladic erano volti allo sterminio della popolazione croata e musulmana, con lo scopo di rimuovere tali gruppi etnici dalla Bosnia-Erzegovina. “La pulizia etnica non era la conseguenza della guerra, ma il suo obiettivo”, ha ribadito il procuratore Alain Tieger durante la sua requisitoria finale contro Mladic.

Secondo la Corte che ha emesso la sentenza, Karadzic nel 1995 ordinò all'Esercito serbo di creare "situazioni impossibili per la vita dei civili", e Mladic "trasformò quest'ordine in realtà", con l'intenzione diretta di eliminare la popolazione musulmana dal territorio bosniaco.

Karadzic era fondatore e presidente del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka, SDS) della Repubblica Socialista della Bosnia-Erzegovina. Il 13 maggio 1992 - dopo che il governo prevalentemente musulmano della capitale Sarajevo votò per l’uscita dalla Federazione Jugoslava - divenne il primo Presidente dell'amministrazione serbo-bosniaca, assumendo tra i suoi poteri anche il comando dell'esercito. Egli era quindi la massima autorità civile e militare della Republika Srpska. Mladic invece era il comandante del Secondo Distretto dell'esercito jugoslavo, che poi divenne l'esercito serbo-bosniaco. Dal 14 maggio 1992 assunse il ruolo di comandante di tale esercito e conseguentemente acquisì il potere di controllare tutte le questioni militari.
Secondo Karadzic, l’indipendenza era “un’autostrada verso l’inferno e la sofferenza” e Mladic “un personaggio chiave di questa strada verso l’inferno". A entrambi sono stati imputati 11 capi di accusa, non solo per Srebrenica e Sarajevo, ma anche per la pulizia etnica dei villaggi della Bosnia Erzegovina.

Incriminati nel 1995, Karadzic fu arrestato il 21 luglio 2008, mentre Mladic solo il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza.

Come Radovan Karadzic prima di lui, Mladic ha mostrato al mondo cos’è un criminale di guerra. Non ha mai mostrato pentimento per le sue azioni, non ha mai avuto un attimo di commozione davanti alle Madri di Srebrenica o ai familiari delle sue vittime.
Ha sempre seguito la logica sprezzante del militare, che sostiene di avere solo eseguito degli ordini e di aver “difeso il proprio popolo”. Non solo, ma nel giorno dell’apertura del processo ai suoi danni ha minacciato una donna musulmana mimando con la mano il gesto di tagliarle la gola.

In questo atteggiamento sembra di rivedere criminali nazisti come Eichmann o Priebcke, che hanno ripetuto lo stesso copione di tutti i persecutori. Nessuno ha mai avuto il coraggio e la forza di assumersi la responsabilità degli orrori commessi. Tutti hanno scelto la negazione.

Se da un lato la sentenza di Mladic in qualche modo scrive la parola fine alle guerre balcaniche, è anche vero che la memoria di questo processo non servirà solo alla Bosnia. Mladic ci mette di fronte a un male che sembrava solo relegato ai libri di scuola, ricordandoci che quel male è assolutamente reale e pericolosamente vicino a noi. La sua vicenda permette non solo di interrogarci sui crimini commessi, ma anche di mostrare alle giovani generazioni il ritratto di un carnefice: non una caricatura, ma un individuo che ha scelto il male, per cui uccidere era il risultato di un freddo calcolo politico. 

Martina Landi, responsabile Redazione Gariwo

22 novembre 2017

La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

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Jovan Divjak

autore di " Sarajevo mon amour "