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Gente di Srebrenica

il progetto di Matteo Tacconi e Ignacio Maria Coccia

Nel luglio del 1995 si consumò a Srebrenica, nella parte orientale della Bosnia Erzegovina, il più grave crimine nel contesto delle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia. L’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco, dopo aver conquistato la città, uccise 8372 bosgnacchi (musulmani bosniaci) di sesso maschile. La giustizia internazionale ha definito genocidio quel massacro, condannando all’ergastolo Ratko Mladić e Radovan Karadzić, leader militare e leader politico, rispettivamente, dei secessionisti serbo-bosniaci.

Nel corso di questi venticinque anni Srebrenica è stata quasi unicamente descritta come una città di fantasmi, con più morti sepolti nel cimitero monumentale delle vittime del genocidio che residenti. Il passato, è vero, proietta ovunque la sua ombra, eppure non può costituire la sola chiave del racconto. Il presente e la quotidianità, con le storie di chi tra mille difficoltà, a partire da quelle economiche, cerca di tenere duro e di costruire qualcosa meritano più attenzione.

Con questo intento, a fine 2019 il giornalista Matteo Tacconi e il fotografo Ignacio Maria Coccia sono stati a Srebrenica per una settimana. Hanno raccolto testimonianze, fotografato e filmato. Tra i lavori che hanno prodotto c’è “Gente di Srebrenica”, un video-reportage in quattro puntate per il sito della radio-televisione della Svizzera italiana.

Vi segnaliamo questo importante lavoro, un ponte tra passato e presente, tra memoria e speranza, nell'anno in cui si celebra il venticinquesimo anniversario del genocidio. 

Nella prima puntata, Raccontare il genocidio, il protagonista è Hasan Hasanović, curatore del Srebrenica Genocide Memorial. Venticinque anni fa, mentre era in fuga dai serbo-bosniaci, perse padre, zio e fratello gemello. Sopravvissuto, Hasan ha fatto della testimonianza la missione della sua vita.

Il secondo reportage, Memorie dolci dei tempi lontani, è dedicato al ricordo della Srebrenica di prima della guerra, una città dove c’era lavoro per tutti e dove non si registrava alcuna tensione tra bosgnacchi e serbi.

Nel terzo episodio, La piccola onda jugoslava, si racconta l’esperienza di Srebrenica Wave, un club rock. Uno spazio per i pochi giovani rimasti a Srebrenica, e un tentativo di ricreare un’atmosfera jugoslava, tollerante e multiculturale.

Per chiudere, La città della speranza, la storia di Irvin Mujčić. Andò via da Srebrenica nel 1993, prima del genocidio. Suo padre rimase, e morì. Irvin, che per molti anni ha vissuto in Italia, è rientrato qualche anno fa a Srebrenica. Sta costruendo un villaggio vecchio stile, in campagna, per tornare a un rapporto armonioso tra uomo e natura. Terra, paesaggio, memoria, pace e – appunto – una speranza. “Srebrenica è come l’araba fenice, può rinascere più bella di una volta”, sostiene Irvin Mujčić. 

21 aprile 2020

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