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Nikolic e le scuse "in ginocchio" per Srebrenica

ammissione di colpa o tatticismo?

Una settimana dopo la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo il Presidente serbo Tomislav Nikolic "fa un nuovo passo avanti, ancora più importante", secondo il quotidiano francese Le Monde.

Infatti in un'intervista trasmessa il 25 aprile Nikolic dalla tv bosniaca BHT, il leader ha chiesto "in ginocchio perdono per Srebrenica", la strage dell'11 luglio 1995 in cui esercito e paramilitari serbi uccisero 8.000 musulmani bosniaci. "Mi scuso per tutto ciò che è stato commesso a nome del nostro Stato e del nostro Popolo da chiunque provenga da esso", ha concluso il leader serbo. 


Tuttavia il gesto non ha placato le polemiche. Prima di tutto Nikolic ha evitato di parlare di "genocidio", nonostante questo sia il termine ormai adottato ufficialmente dal Tribunale dell'Aja. Ha ammesso in modo un po' generico, e forse non accurato dal punto di vista storico", che "un po' tutto quello che è successo nella ex Jugoslavia è un genocidio", ma per i critici avrebbe fatto solo un timido passo avanti nell'ammettere le colpe dei serbi. 


I familiari delle vittime si dicono "non ancora convinti della sincerità" del Presidente Nikolic. Per la Presidente della loro associazone Munira Subasic, "vogliamo vedere che la Serbia riconosca i verdetti internazionali e che Nikolic pronunci la parola genocidio". Lo Stato bosniaco non ha reagito ufficialmente alla mano tesa dal Presidente serbo. 


Probabilmente, sottolinea sempre su Le Monde il politologo Bosko Kaksic, il gesto di "buona volontà" è destinato più all'Unione Europea che ai vicini, che però forse alla lunga potranno beneficiare di questi progressi in un'area ancora caratterizzata da vari motivi di tensione.  


Intervista a Tatjana Sekulić 
docente di Sociologia politica presso l'Università Milano-Bicocca
 
Le parole del Presidente serbo si possono considerare un passo avanti per la riconciliazione nella ex Jugoslavia? 
 
Le scuse per il ‘crimine’ di Srebrenica e per altri crimini commessi nel nome dei serbi e della Serbia che il Presidente serbo Tomislav Nikolić ha pronunciato in un’intervista  rilasciata alla BHT 1 il 25 aprile 2013, sono senza dubbio un evento positivo per il processo di riconciliazione nella regione. Non più tardi dell’ottobre scorso Nikolić aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui rifiutava esplicitamente di definire il caso di Srebrenica in termini di genocidio: una dichiarazione che risuonò molto negativamente non solo tra le vittime, ma anche tra tutte le parti politiche e della società civile che nella regione operano con molta fatica per creare i presupposti per una vera riconciliazione. Neanche questa volta il termine ‘genocidio’ viene usato se non per sottolineare che molti tragici episodi nei conflitti sul territorio ex jugoslavo hanno avuto caratteristiche di genocidio. Tuttavia, quali che fossero state le motivazioni politiche o personali del Presidente serbo, le sue parole hanno espresso una profonda consapevolezza della tragedia di Srebrenica, il rimorso e l’accettazione della responsabilità del primo leader politico della Serbia. In questo senso esse rappresentano un continuum con la politica del suo predecessore Boris Tadić, che aveva partecipato, da Presidente serbo, alla commemorazione delle vittime di Srebrenica nelle occasioni del decimo (2005) e del quindicesimo (2010) anniversario del genocidio nel Centro memoriale di Potočari. In più, l’intervista di Nikolić arriva due giorni dopo la prima visita ufficiale dei  membri della presidenza collegiale bosniaca, Izetbegović e Radmanović in Serbia e, speriamo, segnala un nuovo corso di cooperazione e stabilità  per i due paesi.


Leggi tutta l'intervista nel box sotto

26 aprile 2013

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La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

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