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Riapre la Biblioteca di Sarajevo

distrutta a fine agosto 1992

Il più grande assedio di una città europea dai tempi del secondo conflitto mondiale, quello della capitale bosniaca negli anni terribili della guerra che portò alla dissoluzione della ex Jugoslavia, comportò anche la distruzione della Biblioteca Nazionale

In quelle circostanze, in cui bruciarono libri e incunaboli antichissimi, il poeta bosniaco Goran Simic sognò che i grandi personaggi letterari, come Werther e Raskolnikov, prendessero vita nell'antico palazzo. 


La barbarie continua a insidiare la civiltà


Ora il suo sogno è diventato realtà: dopo quattro anni di lavori l'imponente edificio austroungarico è tornato al suo originario splendore. Molti testi sono andati distrutti, ma la ricostruzione rappresenta quasi "una vittoria della civiltà contro la barbarie", scrive Osservatorio Balcani


La Vijecnica, come si chiama la Biblioteca a Sarajevo, custodisce non solo i libri, ma anche la stessa memoria e storia del Paese e della sua gente. Fu anche l'ultimo posto visitato dalla coppia imperiale austroungarica prima che Francesco Ferdinando fosse freddato da Gavrilo Princip nel 1914. 


C'è da sperare che segua una sorte diversa da quella del Museo Nazionale della Bosnia, che ha chiuso i battenti perché, ritengono gli esperti intervistati sempre da Osservatorio Balcani, nel Paese c'è ancora un approccio ostile o indifferente ai beni comuni a tutti i cittadini al di là delle appartenenze etniche, non si assegnano fondi e non si crea nemmeno un Ministero della Cultura che crei sinergie tra i musei e le scuole e università.  


Le difficoltà politiche e sociali rendono difficile anche creare il Giardino dei Giusti di Sarajevo, il progetto che Gariwo sostiene attraverso l'associazione Gariwo Sarajevo. 


Una mentalità dura a morire


La regione dei Balcani è ancora attraversata dalla mentalità che portò alla guerra nella ex Jugoslavia. Questo clima lo si respira in Serbia, dove il Presidente Nikolic si lascia spesso andare ad affermazioni negazioniste. È una sorta di "dopoguerra freddo" che si percepisce anche a Srebrenica, come si è visto alle ultime elezioni amministrative. 


Ora si constata questa freddezza anche nel Kossovo di recente indipendenza. Agron Bajrami, caporedattore del giornale kossovaro Koha Ditora, ha denunciato che nel Paese i giornalisti sono meno liberi che prima dell'indipendenza. Secondo lui in tutta l'Europa sudorientale, dall'Albania alla Serbia, i media di stato eredità del comunismo sono stati spartiti tra i partiti politici che impongono censura e provvedimenti lesivi della libertà d'espressione. 


Inoltre le violenze contro le minoranze non-albanesi, soprattutto i ritornati serbi, sono all'ordine del giorno. Le controversie sul riconoscimento al Kossovo esistenti nella comunità internazionale non favoriscono una pacificazione e nelle parole del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon la situazione kossovara è ancora "critica". 

17 ottobre 2012

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La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

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di Emir Kusturica (1995)

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