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Un mondiale per la riconciliazione

la Bosnia e la qualificazione a Rio 2014

“La nazionale di pallone, per favore, chiamiamola col suo nome completo: Bosnia ed Erzegovina”. Così lo scrittore Predrag Matvejevic commenta la notizia della qualificazione della squadra ai mondiali di Rio de Janeiro.

Grazie alla vittoria decisiva contro la Lituania, infatti, la nazionale bosniaca è riuscita nell’impresa di entrare tra le 32 squadre che nel 2014 saranno impegnate nel campionato mondiale in Brasile, ottenendo la prima qualifica a un torneo prestigioso dal 1992 - anno dell’indipendenza dalla ex Jugoslavia.

L’evento rappresenta decisamente un momento storico per il Paese, appena uscito da una campagna per il censimento che ha fatto riaffiorare divisioni etniche lontane da uno spirito di unità nazionale. Ma lo sport può creare ponti anche nelle situazioni più delicate.
Dopo il match con la Lituania, Sarajevo e tutte le città a maggioranza musulmana hanno ospitato i festeggiamenti dei tifosi. Certo, nelle altre città del Paese la notizia è stata accolta con meno entusiasmo - dal momento che, ancora adesso, i croati di Bosnia tifano Croazia e i serbi tifano Serbia - ma resta il fatto che questa qualificazione rappresenta un’occasione da non perdere.

La nazionale di calcio può infatti essere il simbolo della riconciliazione nazionale e del percorso per costruirla. Sospesa nel 2011 per corruzione e cooptazione etnica (riproducendo le storture della politica e della divisione costituzionale del Paese nei tre gruppi serbo, croato e bosgnacco), la squadra si è risollevata grazie al negoziato di Ivica Osim - ultimo allenatore della Jugoslavia - che ha permesso la creazione di un nuovo statuto che impedisse a una parte di paralizzare ogni presa di decisione, e al nuovo presidente Begic, che ha girato il mondo alla ricerca di giocatori figli della diaspora bosniaca.

Il risultato è stata una squadra di giovani talenti, a iniziare dalla stella del Manchester City Edin Dzeko. Che ricorda l’importanza di questa occasione per crescere tutti, in un Paese ancora fortemente diviso: “Io sto cercando di cambiare le cose - ha dichiarato il calciatore, che si salvò dal bombardamento di Sarajevo solo grazie al sesto senso della madre - Vado nelle scuole, ma sono troppo divise, croati da una parte, bosniaci dall’altra. Io cerco di convincere tutti a mischiarsi: quel che conta non è l’etnia, ma il fatto di essere brave persone”.

Forse non sarà un mondiale a risolvere i problemi della Bosnia-Erzegovina, ma questa qualificazione può far nascere un sentimento di speranza nel cambiamento e di fierezza nell’essere bosniaci, riconciliando posizioni divise da oltre 20 anni.

18 ottobre 2013

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La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

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