English version | Cerca nel sito:

War Childhood Museum

I ricordi dei bambini bosniaci

Un nuovo progetto, un museo nuovo ed unico al mondo. Un regalo speciale per la capitale bosniaca.

Si tratta del War Childhood Museum, che è stato inaugurato proprio in questi giorni, nel centro storico di Sarajevo.

Da ormai sei anni Jasminko Halilovic, oggi ventottenne, sta lavorando all’idea, al desiderio, di realizzare un museo permanente nella sua città per ricordare le storie di tutti i giovani adulti, suoi coetanei, che sono stati bambini durante la guerra in Bosnia, che sono cresciuti scappando dalla morte, che hanno cercato di dormire e di attraversare le strade in pace, spensierati, dal 1992 al 1995.

La realizzazione del museo è stato il punto di arrivo di un lungo lavoro che aveva raggiunto il suo primo traguardo nel 2013, anno in cui Jasminko Halilovic pubblicò il suo libro di memorie “War Chilhood. Sarajevo 1992-1995”. Un volume unico nel suo genere, co-creato da più di mille persone: un libro che, attraverso la forza della pluralità di voci, racconta la vita e le memorie di una generazione distrutta da un conflitto voluto, come sempre, dai grandi.

Ogni breve racconto, formato da soli 160 caratteri, rappresenta una confessione intima. Ancora più intimi si presentano gli oggetti esposti nel museo. Jasminko ammette che raccoglierli è stato molto difficile: “Le persone hanno tirato fuori dai portafogli, dalle tasche, gli oggetti a loro più cari, oggetti che hanno custodito per 20 anni. Provate ad immaginare la fiducia che bisogna avere per compiere un simile gesto”.

Così Jasminko, nel 2015, ha messo insieme un team di antropologi, storici e psicologi per costruire percorsi ad hoc che raccontassero le vite di questi bambini attraverso 3 mila oggetti. Giochi, fotografie, vestiti, scarpette da ballo… Un’esposizione unica che racconta la storia attraverso le storie e che spiega la guerra senza materiali bellici. È proprio questa la caratteristica che rende speciale il museo. Guardare un oggetto, un giocattolo, una bambola, un maglione, consumati dal tempo e sicuramente spezzati da un evento o da una bomba, significa riuscire ad andare oltre alle date storiche e alle motivazioni politiche della guerra. Il progetto consiste appunto nel guardare dentro la natura di quegli oggetti che nei momenti bui hanno portato conforto ai bambini vittime di guerra, per scorgerne momenti, estrapolarne i significati...

La storia e la guerra che all’inizio degl’anni ’90 hanno distrutto la Bosnia, sono sempre state brandite come strumenti politici. Per questo motivo il progetto di Jasminko, per la sua delicatezza, la sua novità e il suo rispetto, ha fin da subito riscontrato un forte sostegno pubblico. I costi per la realizzazione del progetto sono stati infatti sostenuti grazie ad una campagna di crowdfunding che ha raccolto oltre 200.000 dollari.

Jasminko ammette di essere stanco; in questo periodo, prima dell’inaugurazione, sta lavorando fino a 16 ore al giorno, ma dietro si sta portando ancora tutte le fatiche e le difficoltà generali dei primi tempi, quando da solo, senza una squadra, raccoglieva le storie per il suo libro. Ma nonostante tutto, racconta “…ne è valsa la pena. Vorrei farlo di nuovo”.

Ora tutto ha preso forma, e per chi legge e ascolta, le parole stanno assumendo un volto e un’anima.

Tra tutti gli oggetti esposti, quello che Jasminko preferisce è un maglione: oggetto ancora più prezioso perché consegnato da chi stava sull’altro fronte.

Il desiderio dello staff è che il museo coinvolga bosgnacchi, serbi e croati, ovvero i tre gruppi etnici del Paese, per far partecipare e riflettere tutti sulle cause e sulle conseguenze di quella guerra che mai più dovrà ripetersi.

Il progetto crescerà ancora. La mostra permanente sarà accompagnata da altrettante temporanee e da progetti didattici per i più giovani.

Il lavoro è stato tanto ma l’apertura del museo potrebbe essere solo l’inizio.

Martina Puglisi, redazione Gariwo

14 dicembre 2016

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

leggi tutto

Multimedia

La scelta

documentario di Marco Cortesi

La storia

Senija Karamehić

l'insegnante che salvò la vita ai perseguitati e si schierò contro la segregazione etnica nelle scuole