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Doris Grozdanovičová. Un ricordo e una riflessione personali

di Andreas Pieralli

Foto di Claudio Benedetto

Di tutti i fait accompli, la morte è senza dubbio in assoluto il più accompli. Ci travolge con la sua ineluttabile e devastante irreversibilità, così intollerabile in questo nostro mondo baumaniamente “liquido” dove per ogni dolore abbiamo, o pensiamo di avere, una soluzione, un prodotto, un farmaco o una qualunque altra promessa di salvezza declinata nelle mille e variopinte forme con cui la fantasia umana da sempre tenta di rifuggire il proprio destino.

Questo mio testo, allora, vuole essere un semplice omaggio a una persona meravigliosa che irradiava qualcosa di speciale, capace di conquistare tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerla. Doris è entrata nella mia vita grazie a Darina Sedláčková, direttrice dell’organizzazione Ziva Pamet (Memoria viva), che da anni si occupa di aiutare i sopravvissuti alla persecuzione nazista. Con lei, e con Sabrina Di Carlo del Treno della Memoria, che accompagnava un gruppo di duecento studenti italiani, abbiamo organizzato un incontro a Praga il 28 febbraio scorso, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Praga. Il successo riscontrato e le emozioni suscitate ci hanno indotto a invitarla alla 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Doris ha accettato con piacere ed è così che, a inizio maggio, questa minuta anziana signora, irresistibile nella sua contagiosa allegria ed elegante nei modi di fare discreti e sinceri, si è imbarcata per l’Italia, Paese che amava e che da tempo voleva rivedere. Inutile sottolineare il successo ottenuto anche a Torino. Davanti a una platea di centinaia di attenti giovani ha raccontato la deportazione, i suoi anni di prigionia nella città ghetto di Terezin, la fortuna di essere scampata al peggio poiché assegnata a badare alle pecore, la perdita dei genitori, la spregevole farsa della visita della Croce Rossa Internazionale, la liberazione e il futuro incerto, e poi il fratello ritrovato e gli anni di lavoro come traduttrice. Il tutto raccontato su quello sfondo, carattere comune delle grandi personalità, dove il dolore profondo è indissolubilmente legato a un’indefessa speranza nel futuro e a un quasi irragionevole amore per la vita. Amore che a Torino ebbe modo di esprimere in tutta la sua pienezza e genuinità.

Doris era letteralmente incantata dalla città sabauda, dal centro storico, dalle persone, dal cibo e dai ristoranti. Ci avrà ripetuto almeno cento volte quanto era contenta di essere a Torino e che le sarebbe piaciuto rimanere qualche giorno in più. Ricordo che più di una volta, e già lo aveva fatto a Praga, mi aveva chiesto di andare a trovarla a casa, per fare due chiacchiere, trascorrere un pomeriggio insieme. Le ho sempre risposto che lo avrei fatto volentieri, e lo pensavo davvero, ma alla nostra età sembra che ci sia sempre tempo per tutto. Ma Doris forse sapeva che di tempo non ne aveva più molto.

Ci ha lasciato il 21 agosto, alla bella età di 93 anni, proprio mentre tornava dall’ennesimo viaggio a Terezin dove, come ha sempre fatto per tutta la vita, instancabile nella solida certezza di quanto fosse giusto e necessario, ha ricordato a tutti, giovani in primis, gli orrori del passato. Orrori che, e credo fosse questo il segreto con cui conquistava tutti, in Doris non erano mai motivo di disperazione, cedimento o cinico disfattismo, ma bensì si tramutavano in un appello sincero ad amare la vita e a prodigarsi per gli altri per costruire insieme un mondo di fratellanza, bontà e bellezza. Doris era atea nei pensieri e nelle parole, ma la sua vita e i meravigliosi doni che ci ha lasciato recano il segno di una spiritualità laica maturata nella sofferenza.

Sì, è vero. Ce lo siamo già ripetuti infinte volte, e continueremo a farlo perché è giusto conservare e coltivare la memoria del male perpetrato solo settant’anni fa contro milioni di innocenti. Diffondere la testimonianza dei sopravvissuti dell’Olocausto è doveroso e rappresenta il nostro contributo attivo alla prevenzione del ripetersi di quelle mostruosità. Riflettere sul loro messaggio di speranza significa edificare un argine quanto più alto possibile contro il riflusso di questo lato oscuro dell’essere umano che, come la storia ci ha dimostrato più volte, è sempre in agguato e probabilmente non sarà mai sconfitto.

Quando penso a quanto intenso sia stato per me conoscere di persona una sopravvissuta della Shoah, quanto profonda sia l’impressione suscitata dai suoi racconti e quanto toccante la vicinanza, seppur mediata dal tempo, a quelle esperienze orribili, mi rendo conto che, in realtà, il lavoro della memoria della nostra generazione è stato per certi aspetti ampiamente agevolato dalla fortuna di una relativa vicinanza temporale a quegli orrori i cui impressionanti ricordi hanno funzionato come una sorta di vaccino, più o meno efficace. E quando poi, a fronte di ciò, guardo alla sconcertante facilità e disarmante velocità con cui negli ultimi 5-6 anni sono tornati in superficie rigurgiti di odi fomentati ad arte, oggi come settant’anni fa, dai soliti ignoti, a volte temo che l’effetto terapeutico di questa vaccinazione potrebbe presto dissolversi esponendo noi e i nostri figli agli stessi pericoli che pensavamo di aver sventato scrivendo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma lasciarmi andare a queste preoccupazioni, ancorché fondate, sarebbe come rinnegare quel profondo senso di speranza di cui Doris si è fatta ambasciatrice.

Chi vivrà, vedrà, come dice l’adagio. Nel frattempo, tra i tanti sopravvissuti che ho avuto l’onore di conoscere, recherò nel cuore con particolare affetto quello di Doris Grozdanovičová, questa adorabile anziana signora che, a dispetto dell’età e degli acciacchi, continuava a viaggiare, per la Repubblica Ceca e l’Europa, portando nel cuore il suo messaggio di umanità, speranza e fratellanza.

Andreas Pieralli, Giardino dei Giusti di Praga

29 ottobre 2019

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Shoah

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Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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