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I Giusti italiani, "eroi dimenticati"

intervista a Oren Jacoby

Le storie del campione di ciclismo Gino Bartali, del cardinale Elia Della Costa, del chirurgo Giovanni Borromeo e di tanti altri italiani che durante la Seconda guerra mondiale rischiarono la vita per soccorrere gli ebrei sono raccontate nel film My Italian Secret. Gli eroi dimenticati, che il 16 ottobre aprirà il Festival del Cinema di Roma.
Il documentario è stato prodotto dalla Italy and the Holocaust Foundation di New York, con la regia di Oren Jacoby, nominato all’Oscar nel 2005 per Sister Rose’s Passion - storia di una suora domenicana che ha dedicato la vita a combattere l'antisemitismo.
Abbiamo chiesto a Jacoby di parlarci della nascita di questo film e delle storie di Giusti narrate nel documentario. Ecco cosa ci ha raccontato.

Com’è nata l’idea di realizzare questo documentario e di collaborare con la Italy and the Holocaust Foundation?

La Italy and the Holocaust Foundation ha avuto l’idea di questo film partendo da un articolo del Wall Street Journal, intitolato An Army of Schindlers from Italy, pubblicato nel 1993. Il direttore della Fondazione, Joseph Perella, aveva letto l’articolo anni fa e per tutto questo tempo aveva continuato a sognare di fare un documentario basato su queste storie.
Io ho sempre voluto girare un film in Italia. Amo questo Paese da quando, a 19 anni, ho frequentato un corso di regia a Roma. L’incontro con Perella ha costituito una grande opportunità anche per me, perché mi ha consentito di indagare su come le persone scelgono tra il bene e il male, e su come queste si comportano in situazioni estreme - che abbiamo visto in passato e a cui purtroppo continuiamo ad assistere durante i genocidi e le violenze attuali. 
Perché in questi momenti alcune persone resistono al male e scelgono il bene? Qualcosa dentro di loro le spinge a fare la cosa giusta, e con il mio film ho voluto esplorare le dinamiche di questo processo.

Iniziamo dal titolo del documentario. Chi sono gli “eroi dimenticati”?

Sono tutti quegli italiani che, dovendo scegliere se girare la testa dall’altra parte senza fare nulla o rischiare la vita per cercare di salvare un altro essere umano, hanno guardato nei loro cuori e hanno fatto la cosa giusta.

Perché ha scelto proprio i Giusti italiani?

La Italy and the Holocaust Foundation è formata da americani di origine italiana, ed è finanziata da personalità che sentono molto forti i legami di amicizia tra le comunità ebraiche dei due Paesi. Si tratta infatti di uomini che vivono negli Stati Uniti, ma che hanno un grande attaccamento alle proprie radici storiche in Italia.

Conosceva le storie dei Giusti prima di lavorare a questo documentario?

No, non avevo idea delle azioni di questi uomini prima di iniziare le riprese. Ho scoperto queste storie quando ho cominciato a fare ricerche per la trama del film, e mi sono imbattuto nelle vicende di questi personaggi mentre andavo avanti con il mio lavoro. Ho trovato le prime storie grazie ai membri della Fondazione, ma poi ho coinvolto anche diversi amici in Italia per scovare altre figure di Giusti italiani.

C’è una storia che preferisce tra quelle narrate nel film?

È difficile dirlo quando fai un film, scegliere una storia è come scegliere tra i tuoi bambini! Ad ogni modo adoro la vicenda di Giovanni Borromeo, il chirurgo che inventò una malattia mortale che chiamò ironicamente “il morbo di K” per tenere lontani i nazisti dall’Ospedale Fatebenefratelli, dove nascose centinaia di ebrei. È una storia incredibile. 
Mi piace molto anche l’esperienza di Gino Bartali, un personaggio dal grande carisma, ideale per essere raccontato in un film. Sono stato fortunato ad aver trovato la sua storia per il documentario!

Crede che sia importante ricordare l’esempio di queste figure oggi?

Assolutamente. Sono appena tornato da un festival del cinema dove hanno mostrato film di altri genocidi, come quello avvenuto in Indonesia negli anni 60, quello più recente del Rwanda, e quello che sta accadendo oggi in Siria, dove un gruppo religioso vuole distruggere tutti gli altri. Credo che le persone del mondo moderno siano oggi costantemente divise tra il pericolo di cadere nella paura e la pressione morale di cercare di impedire che vengano strappate altre vite innocenti.

Secondo lei questo film può essere utile per combattere contro l’antisemitismo che oggi è in crescita in Europa?

Credo che il messaggio del mio film sia che tutti gli uomini sono fratelli. Nel documentario si parla di tutti quegli italiani che hanno aiutato coloro che dovevano essere uccisi solo perché erano diversi.
Durante tutta la mia vita ho visto persone che hanno evidenziato gli aspetti che ci uniscono e ci rendono uguali e altre che hanno messo in risalto gli elementi per cui un gruppo è diverso da un altro, indicando la diversità come un elemento negativo. Spero che questo film possa aiutare a capire che siamo tutti uguali nel profondo.

Quale può essere la forza del cinema nel raccontare queste storie, specialmente ai giovani?

Il cinema può riuscire a catturare la loro immaginazione, a farli sentire più vicino ai personaggi. Se puoi cambiare una persona, se puoi aiutarla a prendersi un minuto per riflettere e pensare che è sbagliato odiare gli altri perché diversi… Credo che sia decisamente un grande risultato.

Il 16 ottobre è l’anniversario della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma. Qual è l’importanza di presentare il suo film a Roma proprio in questa data?

Ho letto diversi articoli che parlano della crescita di fenomeni di antisemitismo in Italia e in Europa, e io credo che sia una questione di intolleranza - sentimento sempre più diffuso nel mondo. Quando ci sono date importanti come questo anniversario si può parlare delle cose brutte che sono successe, dei momenti bui della storia, ma è più importante parlare di tutte quelle persone che si sono battute per il bene, uomini buoni che nella loro coscienza hanno scelto tra giusto e sbagliato e hanno trovato la forza di prendere una posizione. Credo che queste persone debbano essere ricordate, perché sono un esempio per tutti noi.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

15 ottobre 2014

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My Italian Secret

gli eroi dimenticati

Shoah

il genocidio degli ebrei

Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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