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Il Graphic Diary di Anna Frank

una nuova versione per far rivivere la sua storia

"Ci sono migliaia di prove che l'Olocausto è avvenuto, che Anna è esistita: non vogliono vederle. Non abbiamo nulla da dire a quella gente. Speriamo che il messaggio di Anna raggiunga gente fresca. Aperta. Com'era lei”. Il disegnatore israeliano David Polonsky - art director del film d’animazione sulla strage di Sabra e Shatila Valzer con Bashir che ha vinto il Golden Globe 2009 come miglior film straniero - ha espresso con queste parole la sua motivazione nella realizzazione della nuova versione a fumetti del diario di Anna Frank (in collaborazione con il direttore del film, figlio di sopravvissuti alla Shoah, Ari Folman) edita in Italia da Einaudi. I due illustri personaggi, che già ci hanno dato prova di quanto possa essere efficace affrontare sotto forma di animazione una tematica di grande complessità, si sono presi carico di una vera e propria sfida.

Si è parlato così tanto della storia tragica della bambina di Francoforte e delle sue memorie che è difficile immaginare che cosa si possa ancora dire o scrivere in proposito, ma la verità è che le generazioni dimenticano in fretta, alcune negano anche ciò che è accaduto, e i bambini di adesso sono abituati a pensare per immagini, lasciando poco spazio alla lettura; così si è ideato un nuovo modo per far rivivere il Diario - attraverso l’illustrazione - proprio adesso che i sopravvissuti alla Shoah stanno ormai scomparendo. A breve non ci sarà più nessuno in vita per testimoniare il dramma dell’Olocausto; rischiamo di dimenticarcelo, e la cattiva memoria, come affermava il drammaturgo britannico John Osborne, preserva da tanti rimorsi. È fondamentale invece mantenere viva la consapevolezza del genocidio commesso. I bambini devono sapere che cosa è stato, perché è uno dei nostri modi per difenderli dall’eventualità che riaccada, in un presente in cui la violenza assume ogni giorno forme nuove, e ingegnosi, terribili, modi di manifestarsi. Proprio in questo momento si sta verificando un atto di pulizia etnica nello Stato del Rakhine in Myanmar, contro la minoranza Rohingya, per non parlare dei neonazismi che stanno continuando a nascere e della minaccia terroristica che ha travolto il mondo. Non siamo assolutamente immuni da atteggiamenti xenofobi e discriminatori, e di conseguenza non lo siamo nemmeno dalla possibilità che degenerino.

Quando la proposta del fumetto è stata avanzata dalla Fondazione Anna Frank (ci sono stati molti adattamenti del Diario, anche in Giappone con il linguaggio dei manga, ma questa è la prima versione a fumetti autorizzata dalla Fondazione) i due autori non hanno subito accettato, la paura era che l’impresa fosse troppo ardua, ma soprattutto che la vicenda venisse per l’ennesima volta strumentalizzata. Proprio questa ultima osservazione ha portato Polonsky a dire definitivamente sì. “Qualcuno avrebbe comunque accettato, ha dichiarato, tanto valeva che lo facessi io, che almeno avrei usato i miei criteri ed evitato di entrare a far parte della cosiddetta industria dell’Olocausto” (espressione che descrive lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei a fini ideologici). Il celebre illustratore ha invece cercato di raccontare la storia così come è, con il solo scopo di farla rivivere. Ari Folman dichiara diversamente che la spinta definitiva gli sia stata data dalla madre, 95 anni, che ha vissuto quell’orrore e adesso vive con l’obiettivo di arrivare a vedere il film d’animazione tratto dal fumetto, che uscirà tra circa un paio d’anni.

Il testo della versione grafica è ovviamente molto ridotto rispetto all’originale, ma riesce a ricreare l’atmosfera del Diario, compresa la vivacità e l’ironia di Anna. Ci sono dei passaggi invece volutamente ampliati, in rapporto alla testimonianza scritta, perché si prestano più facilmente a rendere con la componente visiva, colorata e immediata, gli aspetti che gli autori hanno voluto trasmettere; molto esplicative in questo senso sono le vignette della preparazione delle salsicce per tutta la famiglia, che ci danno una vivida immagine di un momento piacevole che potrebbe essere comune a tutti noi, della condivisione di una circostanza banale, come banali sono spesso le condizioni in cui si innesta l’odio.

Un’altra componente interessante è proprio il contesto della vicenda, che si evince chiaramente dal fumetto. Anna è cresciuta in un ambiente molto aperto e laico, con un padre viaggiatore. È una ragazzina con i “problemi” tipici delle adolescenti, anche con più libertà di altri, che viene catapultata in qualcosa che non si sarebbe mai immaginata. “Spuntarono i nazisti e dissero che invece, in quanto ebrei, eravamo diversi”, dice Anna in una delle tavole di Folman e Polonsky. La parola spuntarono ci trasmette l’idea che certi comportamenti pericolosi possono insediarsi nella nostra società senza che ce ne rendiamo conto, o perlomeno senza che siamo in grado di comprenderne il peso e le conseguenze a cui potrebbero portare. Sottovalutarli o pensare che appartengano a un passato che possiamo dimenticare è una minaccia per il nostro futuro.

11 settembre 2017

Shoah

il genocidio degli ebrei

Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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La storia

Khaled Abdul Wahab

arabo tunisino che salvò degli ebrei durante la Shoah