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Il paradosso ceco del campo di concentramento Rom di Lety

di Andreas Pieralli

Foto: Respekt.cz

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La memoria storica della Seconda guerra mondiale oscilla in Repubblica Ceca tra due grandi temi. Da una parte la coscienza di essere un Paese che non appoggiò il regime nazista - come i vicini slovacchi fecero in cambio della tanto agognata indipendenza -, e che anzi fu vittima dell'Anschluss nazista del 1938 dei Sudeti a maggioranza tedesca - legittimato dagli Accordi di Monaco, seguito poi dall'annessione dell'intero Paese e dalla costituzione del Protettorato di Boemia e Moravia. Dall'altra la constatazione di non aver contribuito troppo attivamente alla lotta partigiana di liberazione (è solo grazie all'attentato che eliminò Reinhard Heydrich, stretto collaboratore di Heinrich Himmler e governatore del Protettorato, che la Cecoslovacchia poté affiancarsi ai vincitori dopo la fine della guerra) e di aver accettato passivamente la situazione che per una parte della cittadinanza, caso non certo unico in Europa, creò le condizioni per partecipare in modo attivo alla persecuzione degli ebrei. Questi ultimi, come noto, non furono l'unico obiettivo della folle politica di sterminio di massa di Hitler che tra gli Untermenschen (sub-umani) meritevoli di essere liquidati comprendeva anche gli slavi e i Rom.

Ed è proprio l'Olocausto dei Rom che a distanza di 70 anni rimane ancora un ostacolo sulla strada di una piena comprensione e riflessione su quei tragici eventi, nonostante il problema torni ad occupare con regolarità le pagine dei media più sensibili. Uno dei segni più evidenti della difficoltà della Repubblica Ceca di fare i conti con il proprio passato rimane ancora oggi la questione del campo di concentramento di Lety. Durante la guerra questo piccolo paese a 80 km a sud di Praga ospitò un campo di concentramento riservato ai Rom e gestito interamente dai cecoslovacchi. Dei 1100 prigionieri 500 furono le vittime delle orribili condizioni del campo, note all'epoca per essere peggiori addirittura di quelle nei lager tedeschi. A causa dei furti del comando del campo le razioni alimentari, per esempio, erano così basse che il comandante Janovský ricevette addirittura un richiamo ufficiale da Berlino. Le gravi condizioni igieniche fecero scoppiare un'epidemia di tifo che costò il posto a Janovský, responsabile della struttura di concentramento, sostituito da Štefan Blahynka, capo dell'altro campo di concentramento dei Rom di Hodonín u Kunštátu.

La gestione interamente in mano cecoslovacca fece sì che, alla fine della guerra, non ci fosse alcun interesse a parlarne, aprendo così pubblicamente il tema della corresponsabilità del Paese agli orrori dello sterminio di massa. Lo Stato cecoslovacco non avviò nessuna indagine nei confronti delle guardie e di Janovský. Ciò avvenne soltanto su denuncia di un suo sottoposto, ma ugualmente il processo si svolse in gran segreto, la popolazione non ne venne informata, e i sopravvissuti furono ostacolati nelle loro testimonianze. E così Janovský venne assolto per mancanza di prove.

Parallelamente al processo farsa di Janovský fu aperto un altro procedimento giudiziario, questa volta contro uno dei capò Rom, Blažej Dydy, che fu scelto dal comando del campo per la sua crudeltà. Dagli atti del processo emerge che Dydy torturava regolarmente i prigionieri causandone spesso il decesso. Al contrario del processo contro Janovský, alle colpe di Dydy venne dato ampio spazio in radio, tramite le inserzioni i giornali invitavano i testimoni a farsi avanti. E così, mentre contro Janovský non testimoniò nessuno, contro Dydy furono 47 i Rom che lo accusarono delle peggiori crudeltà. Il 29 aprile Dudy fu condannato all'ergastolo per poi ottenere nel 1961 la condizionale dopo 14 anni di carcere mentre Janovský invece, responsabile principale di quegli orrori, poté continuare a lavorare tranquillamente per lo Stato in un ufficio provinciale.

Il capò Rom Blažej Dydy rimane quindi ad oggi l'unica persona processata e condannata in Cecoslovacchia per l'olocausto dei Rom. A questo si aggiunga il fatto che sul luogo del campo di concentramento di Lety dopo la guerra venne costruito un allevamento di maiali, che, nonostante le promesse di tutti i governi democratici post 1989, si erge ancora oggi: un fatto vergognoso e irrispettoso apertamente criticato anche dal Consiglio d'Europa.

Un paradosso tutto ceco che ben illustra quanto possa essere lunga e complicata la strada della memoria.

Andreas Pieralli, giornalista e traduttore

29 maggio 2015

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