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Joe Heydecker: un eroe attraverso la fotografia

Julius "Joe" Heydecker

Julius "Joe" Heydecker Foto gentilmente concessa da Florian Heydecker

Durante la buia e catastrofica esperienza della Seconda guerra mondiale, numerose sono state le azioni esemplari di normali cittadini volte a contrastare l’insensata e crudele macchina della morte nazista. Queste gesta, nate dal dissenso verso il male dirompente, hanno lasciato un segno indelebile in centinaia di migliaia di famiglie. Tra queste spicca nei libri della mia famiglia il lavoro ed i sacrifici compiuti dal fratellastro di mio padre durante il periodo della Shoah.

Nato a Norimberga nel Febbraio 1916, Julius (detto “Joe”) Heydecker mostrò fin da subito il suo interesse per la scrittura, pubblicando il suo primo libro all’età di 16 anni (1933), e successivamente anche per la fotografia. Con l’avvento del Nazionalsocialismo nel 1933 Heydecker si trasferisce a Lucerna, Svizzera, dove lavora come giornalista per una testata locale, e, negli anni successivi, a Praga e Vienna. A seguito dell’annessione dell’Austria e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, viene arruolato come sottufficiale della Wehrmacht e spedito sul fronte francese.

Nel 1941 sposa la giornalista Marianne Steber e sempre nello stesso anno viene inviato a Varsavia per documentare i successi bellici tedeschi in territorio polacco. Sarà proprio in questo luogo che Heydecker, da sempre in dissenso nei confronti del regime – lo stesso padre, nonché mio nonno, fu costretto a fuggire in Svizzera a causa di dissidi con il partito-, decise di sfruttare la più grande arma che aveva a disposizione: la fotografia. Per ben due volte entrò nell’allora segregato ghetto della capitale polacca, una zona pensata inizialmente per 150.000 persone, poi cresciute fino a 400.000, ed in condizioni precarie. Nonostante fosse assegnato al solo sviluppo di fotografie, Heydecker raccolse centinaia di scatti di persone, luoghi, edifici e situazioni che si presentavano in quella grottesca e surreale realtà. Tre anni più tardi fotografò le rovine di ciò che era rimasto della città di Varsavia. Le foto furono, poi, sviluppate di nascosto nelle camere oscure della Wehrmacht insieme ad altri due soldati complici e conservate con cura dalla moglie durante tutto il periodo bellico.

Dopo la caduta del regime, Joe Heydecker fu inviato come giornalista tedesco per l’emittente radiofonica americana Radio Free Munich per seguire i lavori del Processo di Norimberga. Di questo pubblicò la sua opera intitolata “Der Nuernberger Prozess – Bilanz der Tausendjahre” nel 1947.

A vent’anni di distanza, Heydecker contattò un giornalista svizzero della Foreign Press Association di Berlino con lo scopo di divulgare gli scatti di quelle realtà impresse nella sua memoria. Nonostante i numerosi sforzi, la risposta del giornalista fu: “Con tutto il rispetto per la sua sincerità, tutto ciò mi sembra difficile da credere”, segno della poca volontà da parte anche della società liberale post-bellica di accettare una simile realtà.

Sarà solamente nel 1981, a quarant’anni di distanza dall’eccidio a cui assistette in prima persona, che Joe Heydecker riuscì a pubblicare autonomamente oltre cento delle foto scattate durante la sua permanenza a Varsavia, nell’opera intitolata “Where is Thy brother Abel?”. La sua pubblicazione fu il coronamento di un incessante lavoro per la difesa della verità e la documentazione di un’epoca che minava la dignità umana. Egli stesso scrisse: “Trovo difficile spiegare come mai sono passati quarant’anni prima che io fossi in grado di pubblicare queste foto…. Ora faccio quel che posso per riportare ciò che è scolpito nella memoria, per quanto questa sia labile, affinché il tempo non la esaurisca”.

Heydecker muore nel 1997, ma i suoi oltre 25.000 scatti sono conservati nel Bundesarchiv della Oesterreichische Nationlabibliothek di Vienna e dalla sua ultima compagna di vita, nonché sopravvissuta alla Shoah, Mara Kraus.

storia raccontata da Florian Heydecker, nipote di Joe Heydecker

17 marzo 2020

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Shoah

il genocidio degli ebrei

Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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