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Jojo Rabbit di Taika Waititi

l'esperienza di Valentina Carrera

FOX SEARCHLIGHT PICTURES

Mi trovo davanti ad un dilemma. Mi capita all’uscita di ogni film che affronta il tema del nazismo, una della pagine più oscure della storia dell’umanità: un letale mix di odio, razzismo, egoismo, un trionfo del male assoluto e della morte sulla vita.

Da un lato sono molto contenta perché ogni volta che se ne parla si allontana un po’ di più lo spettro della pericolosissima dimenticanza, dall’altro però temo sempre nella banalizzazione o nella retorica o che si tratti della copia della copia di capolavori come Il Grande Dittatore di Chaplin o Schindler's List di Spielberg o ancora Train de Vie di Radu Mihăileanu.

Sapevo che fosse un film adatto alla visione dei bambini, quindi appena uscito Jojo Rabbit di Taika Waititi ho deciso di andare al cinema per vederlo con mio figlio di 9 anni. Sono entrata piena dei miei soliti timori e sono invece rimasta folgorata dalla bellezza e dalla profondità di come viene affrontato il tema del nazismo attraverso gli occhi di un bambino. Certo il primo istinto è stato quello di un confronto con l’altro bambino della filmografia sul nazismo. Ma le differenze erano troppe. Il piccolo ebreo Giosuè del film La vita è bella di Benigni è italiano ed è innocente. JoJo invece è tedesco, biondo e nazista convinto! Caparbiamente fanatico come un bambino sa essere.

Jojo, un nome che fa (apertamente?) riferimento all’altalenare delle idee, alla precarietà degli ideali, alla fallacia delle ideologie, ha 10 anni e una passione innata per il sogno nazista. In questo non si distingue dalla maggior parte dei suoi coetanei tedeschi di quegli anni. Ma Jojo è diverso, perché lui per amico immaginario ha niente di meno che Hitler, magistralmente interpretato da Waititi che dà vita ad un Hitler esilarante e grottesco.

Come mamma ho tenuto d’occhio le reazioni del mio piccolo, cercando di carpirne perplessità ed entusiasmi. Il mio interesse era particolarmente indirizzato a capire se sarebbe stato in grado di comprendere la facilità con cui si cade in certe trappole ideologiche in nome di un paventato benessere.

Non è certo immediato comprendere che l’amico immaginario di un bambino viene ad essere rappresentazione di quella menzogna nazista che aveva creato nell’immaginario comune l’illusione di vivere un’età di entusiasmi e di amicizia come solo l’infanzia potrebbe essere. Un'età in cui si è in procinto di affrontare un percorso verso un futuro luminoso, liberi dalle angosce della crisi che stava vivendo la società tedesca dopo la Prima guerra mondiale.

Mascherato da buon amico, il male si insinua nel nostro immaginario e ci fa lavorare al suo posto per un mondo di dolore e morte. Forse in effetti mio figlio non è in grado di comprendere queste implicazioni, ma senza dubbio lo svolgersi della vicenda l’ha condotto a introiettare questa idea. 

Come mio figlio, in fondo, Jojo non è che un bambino che ancora non sa fare diverse cose e che fatica a capire che essere nazisti è più difficile se non riesci a uccidere un coniglio per il gusto di uccidere un coniglio. Veste con la divisa nazista e gira con un coltello, preziose dotazioni per tutti i piccoli bravi nazisti, saltellando per la città gridando allegramente “Heil Hitler”. Ma a spingerlo è più il bisogno di essere accettato, la mancanza del padre e la ricerca di un modello, non certo un’indole crudele. Odia gli ebrei, anche se non ne ha mai visto uno. Li odia perché così devono fare i nazisti, ma nemmeno sa cosa vuol dire odiare. Li immagina brutti sporchi e cattivi e anche un po’ demoniaci.

Ma le sue piccole certezze da mininazista si sfaldano a poco a poco a partire dal momento in cui scopre una giovane ebrea che la madre ha nascosto letteralmente tra i muri di casa. JoJo arriva così ad aprire gli occhi e a rivedere tutte le sue convinzioni: comprende non solo che gli ebrei sono “uguali a lui, ma umani” come gli fa notare sarcasticamente la giovane Elsa, ma anche che la sua mamma e il suo papà sono contro il nazismo e “fanno quello che possono” per opporsi.

Un film poetico. Divertente, a tratti esilarante. Con alcune scene e inquadrature indimenticabili e di bellezza assoluta. Ma anche triste, molto triste; commovente e dolce e amaro. Ferocemente e orgogliosamente antinazista. Originale nella narrazione e nella regia perfetta, fatto di sfumature e particolari e con interpreti d'eccezione. E finale da storia del cinema con i due protagonisti che ballano sulle note di Heroes di David Bowie, inno alla ritrovata libertà.

Jojo Rabbit è un film per adulti perfetto per i bambini, ideale da mostrare nelle scuole. Parlando con mio figlio, che ha già voluto rivedere il film, capisco quanto possa essere importante raccontare dei valori e del bene contro il male, certo sorridendo, ma anche e soprattutto passando dall’esempio concreto e non dai discorsi retorici.

Per lui il film è importante perché “aiuta a non credere alla stupidate”. E per un bambino di 9 anni è un messaggio immenso. In questo senso è stata chiave la figura della mamma, una Scarlett Johansoon in stato di grazia, che opera di nascosto con amore e dolcezza e che pur lasciando Jojo a vivere la sua infanzia da nazista (per proteggerlo) porta in casa i valori, quelli veri, di amore e pace, giustizia e coraggio.

Un’altra figura fondamentale è quella dell’ufficiale nazista, un eccezionale Sam Rockwell, nazista sì ma molto poco convinto, sempre attaccato alla bottiglia per trovare il coraggio di resistere all’errore e all’orrore di trovarsi dalla parte sbagliata, che protegge Jojo e stima sua madre e il suo operato nella resistenza antinazista e salva sia Elsa che Jojo da morte certa.

Ma alla fine tutti gli interpreti sono favolosi. Non si può certo dimenticare di nominare l’esordiente protagonista, il piccolo Roman Griffin Davis.

Si è rivelato uno dei migliori film sul tema, uno dei pochi film recenti che sappia davvero far ridere di gusto e commuovere. Parla di nazismo ma è anche un atto di accusa verso tutte le ideologie estremiste ovunque nel mondo.


Analisi di Valentina Carrera, artista

26 maggio 2020

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