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Lampi di memoria

una nuova mostra allo Yad Vashem

Mendel Grossman

Mendel Grossman

“Flashes of memory”, lampi di memoria. Un gioco di parole per il titolo di una nuova esposizione inaugurata al Memoriale di Yad Vashem di Gerusalemme.

In mostra oltre 1500 fotografie, 13 filmati, oltre a giornali, album, diari, lettere e macchine fotografiche usate durante l’Olocausto. Ad arricchire la collezione, anche alcune immagini tridimensionali e a colori scattate dai fotografi professionisti del regime nazista.

Ad animare questo progetto è stata la consapevolezza del fatto che il materiale visivo è lo strumento più efficace per la costruzione della conoscenza e del riconoscimento della Shoah. “La fotocamera - si legge sul sito di Yad Vashem -, con il suo potenziale manipolativo, ha un impatto impressionante. Le immagini, insieme alla documentazione di archivio e alle ricerche storiche, hanno contribuito in maniera significativa a diffondere la consapevolezza su ciò che è stato l’Olocausto, influenzando il modo in cui è stato analizzato e inserito nella memoria collettiva”.

La mostra esamina questo periodo attraverso le lenti delle fotocamere, dividendo le immagini proposte a seconda di chi stava dietro l’obiettivo.

In molti infatti hanno immortalato la Shoah: carnefici, vittime, liberatori. Per i nazisti, l’uso delle fotografie e dei filmati giocava un ruolo cruciale nella propaganda del regime, manipolando e mobilitando le masse verso la sua ideologia. Al contrario, se il fotografo era un ebreo, le immagini dovevano servire non solo a documentare per il futuro quello che stava accadendo al proprio popolo, ma anche a compiere un atto di sfida o lotta per la sopravvivenza - si pensi a quanti erano rinchiusi nei ghetti.

Infine gli Alleati e i Sovietici, che compresero l’enorme importanza delle fotografie scattate durante la liberazione dei campi - come documentazione storica da esibire in futuri processi per i crimini commessi dai nazisti o come materiale da utilizzare per rieducare la popolazione tedesca nel dopoguerra.

La fotografia diventa quindi Storia, e storie. Come quella di Mendel Grossman, fotografo ebreo incaricato dal capo del Judenrat di Lodzt - la controversa figura di Chaim Rumkowski - di documentare il lavoro svolto nel ghetto in modo da convincere i nazisti della sua produttività, e quindi di conseguenza dell’importanza di risparmiare i suoi abitanti. Grossman tuttavia non si limitò a scattare le foto richieste, ma con una camera nascosta nel cappotto immortalò le gravi condizioni di vita degli ebrei del ghetto, rischiando la vita e venendo richiamato dallo stesso Rumkowski.
Deportato nel campo di Koenigs Wusterhausen, non riuscì a sopravvivere all’Olocausto. Una guardia gli sparò durante una marcia della morte nel 1945; Grossman morì stringendo tra le mani la sua macchina fotografica. 

 

26 gennaio 2018

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