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Le leggi razziali a Milano

di Diana De Marchi e Virginia Invernizzi

Sono trascorsi 80 anni dalle leggi razziali del 1938, che espulsero dalla vita pubblica centinaia di cittadini i quali, per la sola colpa di essere ebrei, vennero privati di diritti fondamentali come la possibilità di istruirsi, di esercitare la propria professione nel privato e nel pubblico. Le leggi razziali non sono solo il primo passo verso la deportazione, ma il primo atto di esclusione manifesto da qualunque tipo di vita pubblica dello Stato italiano nei confronti dei suoi cittadini di religione o di origine famigliare ebraica. Tutte le amministrazioni pubbliche, dalle università alle scuole, dagli albi delle professioni ai Ministeri, alle Regioni, ai Comuni, espulsero i propri dipendenti e contribuirono a compilare quelle liste che poi furono indispensabili per le deportazioni. Gli ebrei vennero identificati capillarmente, settore per settore, additati ed espulsi. Centinaia di persone si trovarono da un giorno all’altro senza professione, senza lavoro, senza reddito, senza scuola.

Mentre oggi è diffusa la memoria - e la vergogna - della deportazione, le leggi razziali e le loro conseguenze, lungi dall’esserne identificate come una tappa, vengono considerate un episodio minore. Eppure fu in quel momento che si esplicitò l’odio antiebraico, fu lì che gran parte delle scuole mise alla porta degli studenti, che i dipendenti pubblici, giornalisti, avvocati, notai, videro colleghi prima stimati allontanati dalla professione solo perché di religione diversa. Ricordare la capillarità con cui agirono le leggi razziali, oltre a rendere evidente quanto nell’antisemitismo il fascismo non fosse per nulla secondo al nazismo, rende chiaro che vicino a noi e con la connivenza di tante persone si realizzò la discriminazione degli ebrei. 

Proprio per questo ho presentato un Ordine del giorno il 27 gennaio 2017 al Consiglio Comunale di Milano, perché il Comune ricercasse nei suoi archivi i nomi di quanti furono espulsi proprio da quest’istituzione perché di origine ebraica. Questo ordine del giorno è stato condiviso e approvato e ha portato a uno studio promosso dagli studenti dell’Università Statale di Milano presso la cittadella degli archivi e svolto in collaborazione con il CDEC. Da tale studio è emerso che almeno 15 dipendenti comunali furono licenziati proprio in seguito a quelle norme razziste, e 4 di loro furono deportati nel campo di sterminio di Auschwitz (uno morì durante la deportazione). Questo rapporto è stato presentato a Gennaio 2018 in Consiglio Comunale, come parte del percorso sulla Memoria della nostra amministrazione, primo passo per ricordare anche questo episodio nell’ambito della memoria della Shoah. Sarebbe bello se la ricerca di chi fu espulso si estendesse ad altri comuni e istituzioni pubbliche, fino a creare una mappa nazionale del fenomeno

Ottantanni fa si volevano cancellare le persone, i nomi, le professioni; è importante fare ora lo sforzo di ricordare i nomi, le storie, gli individui, in un percorso inverso a quello di spersonalizzazione tentato allora. Solo conservando la memoria si comprende appieno l’orrore e si mantengono deste le coscienze.

Diana De Marchi Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, Comune di Milano; Virginia Invernizzi, Municipio 8

24 aprile 2018

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Shoah

il genocidio degli ebrei

Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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La storia

​Arturo Toscanini

genio della musica, patriottico e ribelle