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Lettere d’amore dal carcere di Trieste

storia di Daniele Israel, deportato ad Auschwitz nel 1944

Continuate a vivere, vivrò con voi.” Così scrive Daniele Israel in una delle lettere alla moglie durante gli otto mesi di prigionia a Trieste prima di essere deportato ad Auschwitz. Tappezziere triestino di origine ebraica, viene arrestato nel suo negozio il 30 dicembre 1943, qualche mese dopo l’invasione nazista della città. Insieme a lui, vengono detenuti anche i suoceri, mentre la moglie Anna e i figli Vittorio e Dario hanno momentaneamente lasciato la città per motivi di sicurezza. Vi torneranno non appena ricevuta la terribile notizia.


È nel carcere del Coroneo di Trieste che Daniele passa gli otto interminabili mesi precedenti la deportazione. Ed è da qui che scrive ogni giorno alla moglie lunghe lettere, testimoni della frustrazione di un uomo allontanato dalla sua famiglia e costretto a continue torture in attesa dell’ignoto. Contemporaneamente, nascosti nello scantinato del cognato, Anna e i bambini aspettano con ansia quei messaggi che Daniele riesce a far uscire dal carcere nascosti nei colletti ed i polsini delle sue camicie.

“Papà era un abile sarto, un maestro nello scucire, ricucire e rifinire,” racconta Dario, che oggi ha 84 anni. Due addetti alla lavanderia del carcere, ex-dipendenti di Daniele, si occupavano di raccogliere la biancheria sporca e recapitarla, a proprio rischio, alla moglie Anna. Quest’ultima scuciva i colletti ed i polsini, lavava le camicie e vi ci inseriva la sua risposta. I due ex-dipendenti si occupavano quindi di riportare le camicie in carcere insieme al cibo, la carta e l’inchiostro che Daniele aveva richiesto. Anna doveva fare attenzione al tipo di carta che usava, così che il marito si potesse disfare delle sue lettere il prima possibile e senza far rumore. Come le aveva raccontato, infatti, Daniele veniva torturato giornalmente nel tentativo di ottenere informazioni sul nascondiglio della famiglia.


Quelle lettere, un tempo potenzialmente letali, oggi di enorme valore storico, sono state portate alla luce nel 2017 da una ricerca di MyHeritage. Trascritti e tradotti da Elizabeth Zetland, gli originali sono oggi conservati al museo di Yad Vashem a Gerusalemme. Per i figli, questo è un importante tributo al padre, che non ha mai ricevuto degna sepoltura. Le lettere sono inolltre un’importante testimonianza storica e ripercorrono le fasi emotive che molti ebrei sopravvissuti al genocidio ricordano di aver vissuto. C’è una fase iniziale di confusione e smarrimento; Daniele non riesce a capacitarsi del fatto che lui, un uomo rispettato, proprietario di un negozio e datore di lavoro di parecchi cattolici, venga arrestato e detenuto solo e soltanto in quanto ebreo. Poi arriva la noia e la frustrazione; non capisce perché prigionieri arrivati dopo vengano trasferiti ben prima di lui. Crede che la destinazione successiva sia un campo di lavoro in Germania, da cui molti non tornano, ma alcuni sì. Esiste un lume di speranza nelle prime lettere alla moglie, un lume che si affievolisce gradualmente fino a trasformarsi in disperazione in quell’ultima lettera scritta dal treno per Auschwitz.

Secondo i figli, Daniele fu trattenuto a Trieste così a lungo per via delle sue doti di tappezziere. Veniva infatti impiegato dagli stessi nazisti per svolgere lavori nelle loro case. Un giorno, si legge in una lettera, Daniele aveva avuto la possibilità di scappare dalla finestra del bagno di una di queste case, ma non aveva avuto la forza ed era tornato in carcere con le guardie. Le lettere, però, raramente esprimono paura; sono lettere d’amore, dolorose, ma al tempo stesso rincuoranti. “Io vi amo veramente tanto. E prego Dio che torneremo a vivere insieme,” scrive Daniele. E si raccomanda ai figli di proteggersi e di volersi bene, mentre prega la moglie di stare attenta, di non parlare con nessuno e di rimanere nascosta. “Scriveva molto di noi perché voleva aiutarci ad affrontare questo momento. Era molto ottimista. Pensava che le cose si sarebbero aggiustate. Però avvertiva anche mia madre che c’erano spie e che lei non doveva fidarsi di nessuno,” racconta Vittorio alla BBC nella vecchia casa di Via Giulia a Trieste, dove i fratelli sono in visita con le rispettive famiglie da Israele. Le lettere contengono poi moltissime informazioni sulla vita in carcere. Daniele racconta dei nuovi prigionieri, del cibo scarso, dei giacigli di paglia, della noia, delle torture. E le parole della moglie sono l’unico conforto rimasto ad un uomo privato della dignità di essere uomo.

C’è un ricordo che Daniele si porta con sé fino alla morte: il giorno in cui rimprovera i figli per non aver reagito a un coetaneo che li chiama "maiali ebrei" e li riempie di botte. “Non potete farvi insultare,” scrive. Ma poi capisce e si scusa continuamente. Un altro episodio che i due fratelli ricordano è il giorno in cui la madre li porta sul tetto di un edificio adiacente al carcere. Da lì vedono Daniele nel cortile del Coroneo, sbracciarsi e guardare in alto. Quella rimane l’ultima immagine che hanno del padre. Alla fine della guerra, Anna cerca infatti di raccogliere notizie, spera invano che Daniele sia riuscito a fuggire in Russia o abbia perso la memoria, ma non ottiene altro se non la testimonianza di un altro prigioniero che ricorda di averlo visto due settimane prima della liberazione del campo.

Le 250 lettere dal carcere triestino rimangono dunque tutto ciò che resta. Anna le porta con sé a Tel Aviv, dove la famiglia si trasferisce nel 1949, e continua a leggerle fino alla sua morte, nel 2008. Non ne parla mai più con i figli, forse per non causare dolore, forse per non riaprire le proprie ferite. L’ultima corrispondenza con Daniele rimane quella del 2 settembre del 1944. Dal treno diretto ad Auschwitz, l'uomo scrive l’ultima lettera alla moglie, che le sarà recapitata da uno dei ferrovieri. È l’unica andata persa, ma Vittorio e Dario la ricordano perfettamente. Le parole del padre sono infatti di terrore, la speranza sembra spegnersi. Scrive: “Fin da lontano puoi vedere il fumo. C’è così tanto fumo. Dev’essere l’inferno."

16 luglio 2020

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