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Memoria e oblio

intervista a Davide Schiffer

Si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria. Davide Schiffer, studioso di neuroscienze e professore emerito all’Università di Torino, è autore di un saggio, Memoria e oblio (Golem editore), che analizza l’evoluzione della memoria con la progressiva scomparsa dei testimoni diretti. Abbiamo chiesto a Schiffer, a sua volta testimone della Shoah, di parlarci di memoria, oblio, perdono ed empatia.

Nel suo libro, Memoria e oblio, affronta il tema della memoria alla luce della progressiva scomparsa degli ultimi testimoni diretti dell’Olocausto. Come cambierà, nel tempo, la memoria della Shoah?

La memoria della Shoah, con la scomparsa delle memorie individuali (superstiti e testimoni diretti), sarà affidata alla memoria collettiva residua e poi a quella storico-culturale. Quello che conta è che con la scomparsa delle memorie individuali verrà a mancare l’effetto dei qualia (termine usato da Edelman per indicare i complessi emotivo-conoscitivi che si formano negli individui in seguito agli accadimenti) che hanno un contenuto emotivo-esistenziale. È vero che un quale si può formare all’infuori dell’esperienza diretta, per l’empatia che si crea al semplice apprendimento di un accadimento (ad esempio leggere di…), ma non sarà comunque paragonabile a quello dei testimoni diretti.
Poiché le esperienze personali si formano in base ai “vissuti” individuali, che sono polimorfi e quindi possono essere contrastanti e dare origine a dilacerazioni, la memoria collettiva - bagaglio culturale di un popolo in una determinata epoca - che si forma da quelle individuali sarà altrettanto dilacerata, anche se con un grado di “com-passione” minore. Poi il tutto rientrerà nella memoria storica (scritta dagli storiografi) e cioè nell’oblio, perché sussisterà soltanto se le notizie verranno lette o comunque apprese nelle scuole, nelle biblioteche...
Da rilevare che nelle singole esperienze ogni interpretazione e introitazione è data secondo un “pregiudizio” personale, che decide di come verrà integrato nel vissuto un dato accadimento, e quindi anche la notizia redatta dagli storiografi verrà elaborata secondo questo pregiudizio. Ogni rievocazione è una creazione, e quindi questa non potrà in alcun modo sostituire i qualia dei testimoni diretti. Il “non dimenticare” equivale pertanto non all’invito a rivivere i qualia dei testimoni diretti - il che è impossibile -, ma all’acculturazione, e cioè a leggere di storia, a informarsi, ad accrescere la propria conoscenza. Spingere i giovani a emozionarsi visitando il passato serve molto meno che spingerli a conoscere la genesi di esso, cioè Shoah e Resistenza. L’empatia può sorgere dopo.

Qual è il ruolo della memoria nella costruzione dell’identità – personale e collettiva?

La memoria, insieme alla coscienza e al vissuto, dà vita alla nostra identità personale.
Nella formazione della nostra cultura è importante che non siano usati meccanismi di falsa coscienza e ideologizzazione che ci sottraggono alla dialettica con il tempo. False interpretazioni nella costruzione del vissuto corrisponderanno a falsi giudizi attuali. È ovvio che, tenendo conto del concetto del panta rei e della storicizzazione di tutto, falso e giusto sono riferiti all’ethos del momento, senza un valore assoluto. Tanto per dire, ai fondamenti antropologici “solidarietà ed empatia” conseguono i sentimenti di libertà e giustizia. Questo inerisce alla specie umana qui e oggi.

Crede che le celebrazioni per la Giornata della Memoria, così come sono pensate oggi, siano efficaci?

Le celebrazioni di oggi possono servire per le generazioni dirette come rievocazioni, tenendo conto che ogni rievocazione è una creazione. Per le generazioni successive servono, non per ricreare qualia, che in ogni caso non sarebbero assimilabili a quelli dei testimoni diretti e sarebbero diversi e transeunti, ma per apprendere e capire gli accadimenti degli anni bui. Servono poco se mirano a suscitare emozioni, perché queste non hanno colore: una disgrazia vale l’altra e l’uomo è un “massacratore” per natura.

Ci può spiegare come funziona l’empatia? C’è un modo per “trasmetterla”, soprattutto pensando ai giovani, che dovranno raccogliere il testimone della memoria?

L’empatia è oggi definita su base biologica, legata all’esistenza dei cosiddetti “neuroni a specchio.” Lo psicologo Gilbert disse che quello che caratterizzava i condannati di Norimberga era l’assenza di empatia. Questo discorso comunque ci porterebbe molto lontano, ai determinismi vari, ed è meglio limitarci alla definizione fenomenologica dell’empatia: vivere le stesse emozioni dell’altro. Suscitare oggi empatia nei giovani per le sofferenze di milioni di persone tanti anni fa è giusto ma inutile, qualora contemporaneamente non vi sia l’invito ad approfondire la genesi di quegli accadimenti. Altrimenti, tanto per suscitare empatia, perché non usare gli accadimenti del Congo e del Burundi, i massacri di Pol Pot o quelli della Bosnia Erzegovina più recenti?
Ricordo che, in un’intervista nel 1973, alla domanda se avrebbe riscritto “Se questo è un uomo” nello stesso modo, Primo Levi rispose di no. Avrebbe infatti sottolineato maggiormente la genesi di quanto è accaduto, a partire dalle imprese di Brandimarte a Torino nel 1922, con persone uccise e palazzi incendiati (Ha Keilà, Torino).

Ritiene che, in tal senso, il discorso sui Giusti possa arricchire la riflessione sulla memoria? Cosa pensa dell’idea di ricordare, nel Giorno della Memoria, anche gli altri genocidi?

Il ricordo dei Giusti mi sembra doveroso, inclusi anche gli altri genocidi. Nel giorno particolare del 27 gennaio l’accadimento che si è stabilito di ricordare è la Shoah, però non avrebbe senso se non ricordassimo anche altri stermini, con il fine di tenere presente che l’uomo è un massacratore, ma è anche dotato di qualità psichiche per cui può tendere ad una ascesi in senso nitzschiano che in fondo diventa un suo fine di specie.

Lei è uno studioso, ma anche un testimone diretto della Shoah. Nel suo libro, oltre che di memoria, parla anche di oblio, anzi di diversi tipi di oblio…

Il ricordare significa selezionare i ricordi da non eliminare e in questa funzione il fattore tempo gioca un ruolo importante, così come il fattore “utilità” per l’individuo e il fattore emozione. I ricordi da eliminare possono essere semplicemente rimossi e quindi recuperabili, oppure non al momento recuperabili. L’oblio è quindi fisiologico. Bisogna tuttavia distinguere se questo vale per l’individuo o per la collettività, e se la memoria storica o culturale corrisponde all’oblio oppure lo sospende - sempre che qualcuno voglia acculturarsi. Tutto ciò comunque va riferito alle “punte alte” del passato - cioè dei vissuti - che emergono dalla nebbia dell’oblio. Quello che sta nella nebbia è nel tempo nell’oblio.

Per concludere, in che termini è possibile parlare di perdono?

Per il perdono mi riferisco al fatto che tale concetto è una questione che riguarda chi offende e chi è offeso, personalmente. Esso non cancella l’offesa, e quindi nell’ambito collettivo non si può né chiedere né dare. Nell’ambito individuale esso ha senso se si riferisce a Dio e cioè riguarda la cancellazione nella vita ultraterrena delle conseguenze del gesto per cui tu chiedi perdono, e lo chiedi a quel Dio che tu hai offeso con il gesto originario. In altre parole, il perdono lo devi chiedere al tuo Dio.
Ho parlato nel libro del dialogo fra Wiesenthal e Primo Levi riguardante il perdono chiesto da una SS morente a Wiesenthal, che non lo concesse e poi si pentì. Il perdono è un ambito che si estende nel credo religioso e nella concezione individuale di Dio.
Aggiungerei ancora che è importante distinguere fra la volontà di fare il male e l’inconsapevole partecipazione, anche se da un punto di vista tecnico non c’è una grande differenza. Questo perché la comprensione del comportamento altrui significa sia perdonare, in senso religioso, sia capire in senso tecnico, basandoci sui determinismi che annullano il libero arbitrio.

a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo

19 gennaio 2015

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Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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