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Shoah, politiche della memoria in Europa

convegno Fondazione CDEC

Un convoglio di ebrei ungheresi sulla rampa di Birkenau, 26 maggio 1944

Un convoglio di ebrei ungheresi sulla rampa di Birkenau, 26 maggio 1944 Mémorial de la Shoah / coll. Yad Vashem.

Il Giorno della Memoria, istituito nel 2005 da una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu, è l’unica ricorrenza osservata dagli stati dell’Unione europea per ricordare tutte le vittime dell’Olocausto, ma questo non si traduce in una celebrazione unitaria condotta simultaneamente nei singoli paesi, perché la memoria di quanto avvenuto durante il regime nazista diverge a seconda dei contesti nazionali producendo tante narrazioni non condivise. Questa memoria frammentata è stata al centro del convegno "Le Giornate della Memoria della Shoah nell'Unione Europea: le sfide della commemorazione nel XXI secolo”, tenuto, a settant'anni dalla Liberazione, presso il Memoriale della Shoah, accanto al Binario 21, da cui partirono tanti deportati verso i campi di sterminio. Invitati dalla Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC, con il sostegno del Centro di Judaica Goren Goldstein dell'Università degli Studi di Milano, storici, docenti universitari e ricercatori hanno analizzato genesi, funzione e sviluppo del Giorno della Memoria in particolare in Italia, Gran Bretagna, Francia, Grecia, Ungheria, Croazia, Polonia, Romania, e le politiche della memoria promosse dalla stessa UE, che non sembrano avere ottenuto grandi risultati.

“Un’identità comune europea non esiste, l’Unione era nata per motivi politici, ma è poi diventata soprattutto un’unione economica, priva di una storia comune condivisa, quindi non è possibile imporre un singolo modello per la memoria, le identità locali e regionali contano,” ha detto Lothar Probst, politologo dell’Università di Brema, sintetizzando le disparità emerse nelle relazioni dai vari paesi.

In Grecia il 27 gennaio è tuttora un evento elitario, rivolto alla comunità ebraica, alle autorità e a una cerchia ristretta, ma disertato dalla maggioranza dei cittadini. Salonicco, che fu sede di una numerosa comunità ebraica fino alla Seconda Guerra mondiale (53.000 persone, circa la metà della popolazione totale, che furono quasi totalmente sterminate ad Auschwitz-Birkenau), è un caso particolare: riconosciuta nel 2012 come “città martire”, nel 2013 ha celebrato con una importante manifestazione pubblica la Giornata della Memoria il 15 marzo, nel 70esimo anniversario della prima deportazione, grazie all’impegno del sindaco Yiannis Boutaris, che ha annunciato il progetto per la costruzione di Memoriale per la formazione, il ricordo e la ricerca sull’Olocausto nella sede della vecchia stazione ferroviaria, da cui partirono i treni. “Ma a livello nazionale il 27% dei greci crede che sia ora di lasciare questi eventi alle spalle e la stessa società civile ebraica preferisce commemorare in modo separato, non nell'ambito di un evento pubblco” ha spiegto Giorgios Antoniou, dell’International Hellenic University.

La Polonia nel 2005 ha indicato il 19 aprile, anniversario dell’insurrezioe del Ghetto di Varsavia, per commemorare la Shoah e la reazione ai crimini contro l’umanità, evidenziando un'interpretazione di quella data in chiave nazionale, come celebrazione della resistenza polacca, soprattutto cattolica, all’occupazione nazista e “come narrazione delle gesta di martiri ed eroi, come Padre Kolbe, e non  della sorte delle di vittime, gli ebrei. “In Polonia in realtà non si commemora l’Olocausto il 27 gennaio, perché la cerimonia nel lager di Auschwitz vede la partecipazione soprattutto di capi di governo e leader stranieri, e neanche il 19 aprile, data che ricorda l’insurrezione nazionale”, ha sottolineato Carla Tonini (Università di Bologna), riepilogando le successive riorganizzazioni subite dal museo ospitato ad Auschwitz, in sintonia con le varie fasi della politica nazionale. 

Il Museo della Storia degli Ebrei Polacchi POLIN, inaugurato a Varsavia nel 2014 nel centro del Ghetto di Varsavia, ha avuto il merito di dare finalmente una dimensione complessiva alla memoria della comunità ebraica, comprendendo tutto:  l’antisemitismo, le persecuzioni, la resistenza, l’integrazione, ha detto Tonini. POLIN non racconta solo il dramma dell'Olocausto (come altri musei tra cui lo Yad Vashem a Gerusalemme, o il Judisches Museum di Berlino), ma riproduce la vitalità e grandezza della cultura Yiddish nel'Europa orientale.

15 aprile 2015

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Shoah

il genocidio degli ebrei

Nel quadro del secondo conflitto mondiale (1939-1945) si compie in Europa il genocidio del popolo ebraico (1941-1945). La “soluzione finale“, sei milioni di ebrei sterminati, è stata preparata da Hitler, salito al potere in Germania nel 1933. A partire dalla pubblicazione del Mein Kampf, Hitler progetta la rivoluzione nazionalsocialista sulla base di un’ideologia razzista.
Nella memoria del popolo ebraico e nella sentenza conclusiva del Tribunale Militare Internazionale, la stima dello sterminio è di 6.000.000 di persone. In realtà gli storici più accreditati, tra cui Raul Hilberg, ritengono che la cifra si aggiri intorno a 5.200.000.

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