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In Guatemala non fu genocidio

la risoluzione che preoccupa i familiari delle vittime

Il Parlamento del Guatemala ha approvato una risoluzione non vincolante che nega ogni tentativo di commettere un genocidio durante i 36 anni di guerra civile (1960-1996), richiamandosi alla “riconciliazione nazionale”.

“È legalmente impossibile - si legge nel documento, approvato in maniera trasversale con 87 voti su 158 - che si sia verificato un genocidio nel nostro territorio durante il conflitto armato”.

La risoluzione è stata proposta da Luis Fernando Pérez, del Partito Repubblicano Istituzionale - già noto come Fronte Repubblicano Guatemalteco, il partito dell’ex dittatore guatemalteco Rios Montt. Proprio Montt nei mesi scorsi era stato condannato per genocidio per i crimini commessi tra il 1982 e il 1983 - in particolare per la strage pianificata di 1771 indigeni - ma il verdetto è stato poi annullato per un vizio di forma, e la Corte Costituzionale ha ordinato il riavvio del procedimento a carico dell’imputato.

Pedro Galvez, deputato di 33 anni, si è detto favorevole a tale risoluzione perché, non avendo vissuto il conflitto, ritiene impossibile giudicare quanto accaduto. “Bisogna andare avanti - ha dichiarato - e uscire dal passato”.

Il provvedimento legislativo appena adottato non dovrebbe avere effetti sul processo a Montt, che si riaprirà a gennaio 2015, ma i familiari delle vittime temono che tale normativa sia un ostacolo, di fatto, alla loro possibilità di ottenere giustizia.

Critiche anche dall’opposizione, preoccupata del fatto che la risoluzione possa aumentare le divisioni nel Paese. Diego Rivera, leader del Movimento delle Vittime, ha dichiarato che tale provvedimento “colpisce duramente tutti coloro che sono ancora alla ricerca di giustizia” per i crimini della guerra civile.

Al di là della definizione strettamente giuridica di una violenza che ha portato a 200mila morti e 50mila desaparecidos, per la maggior parte indigeni, ciò che non si può negare è la logica eliminazionista che ha animato questi crimini. A ricomporre la verità storica non può essere una risoluzione, in un Paese ancora fortemente diviso sulle ferite della guerra civile.

È importante che le stragi del Guatemala non vengano lasciate cadere nell’oblio: serve richiamare l’attenzione sulle responsabilità per i crimini commessi, e il silenzio è il peggior nemico della giustizia.

16 maggio 2014

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Le stragi in Guatemala

della popolazione Maya

Come nel resto dell'America Latina, il modello economico-sociale prevalente in Guatemala dopo la conquista dell'indipendenza dalla Spagna nel 1821, fu quello del dominio della minoranza bianca, ricca e privilegiata, sulla maggioranza della popolazione autoctona o meticcia costretta alla povertà e priva di diritti. Nel 1954 un golpe militare pose fine a un tentativo di riforma agraria che rischiava di compromettere i tradizionali equilibri economici e di potere. Seguirono anni di potreste popolari, sia democratiche che di guerriglia. Fra il 1960 e il 1996 imperversò una guerra civile nel corso della quale si scontrarono gli interessi delle classi agiate urbane discendenti dai colonizzatori e quelli dei ceti più poveri e dei campesiños di etnia maya sparsi nei villaggi delle zone rurali del Paese.
L'apice della violenza fu raggiunto fra il 1978 e il 1983. In quell'arco di tempo l'esercito sterminò intere comunità maya nei villaggi più remoti e più poveri della regione centro-occidentale. 

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