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Avere vent'anni a Budapest

i giovani ungheresi e la "normalizzazione"

Al ritorno dal mio primo viaggio in Ungheria, decisi di inserire nel piano di studi Lingua e Letteratura ungherese e di orientare tutto il mio percorso universitario all’approfondimento della storia dei Paesi dell’Europa dell’Est.

Don Ricci coinvolse un gruppo di studenti dell’Università di Bologna, interessati insieme a lui a portare in Italia il patrimonio culturale dei paesi di oltrecortina e le esperienza di resistenza al totalitarismo comunista. Eravamo  uno sparuto, ma entusiasta, gruppetto alle prime armi, animato dalla certezza che quelle vicende avessero molto da dire anche ai giovani italiani che stavano vivendo un momento particolarmente difficile. 

Nacque, quindi, un gruppo CSEO all’interno dell’università. Cominciammo ad incontrarci settimanalmente per studiare i documenti pubblicati dalla rivista. Alcuni cominciarono lo studio del ceco, altri del polacco, altri ancora del croato o dello sloveno. Proponemmo gruppi di studio e seminari all’interno di alcuni corsi, o prendemmo la parola durante le assemblee e per questo spesso fummo violentemente attaccati, in qualche caso anche fisicamente, e tacciati di essere reazionari e fascisti.

Erano, infatti, gli anni del post ‘68 e stavano per cominciare gli anni di piombo, che culminarono con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. In buona parte dell’opinione pubblica, e soprattutto fra molti intellettuali, era prevalente la fede nel marxismo, da cui ci si attendeva la liberazione della società. La divisione tra “progressisti e “reazionari”, vale a dire tra chi abbracciava il marxismo come radice e prassi di ogni progresso umano e chi, invece, ne vedeva i limiti e la menzogna, era penetrata anche dentro molti ambiti della Chiesa. Molti abbracciarono la cosiddetta teologia della liberazione, secondo cui occorreva mediare l’annuncio cristiano attraverso l’ideologia marxista. 

L’invasione sovietica di Budapest nel 1956 e quella di Praga nel 1968 avevano prodotto al massimo un timido imbarazzo, non un giudizio storico e politico sull’ideologia da cui nasceva quella precisa prassi culturale, politica e militare. I pochi che in Occidente erano attenti a quanto accadeva nei paesi dell’Est, il più delle volte erano inascoltati, se non addirittura violentemente combattuti, perché documentavano il fallimento di una prospettiva storica in cui erano riposte le aspirazioni di giustizia e libertà di tanti.

La redazione della rivista aveva sede a Forlì, dove c’era un gruppo di adulti che in modo del tutto gratuito, senza percepire alcun compenso, già da alcuni anni sosteneva il lavoro di don Francesco. In particolare bisogna ricordare due persone: Etta Tartagni, docente di greco e latino, e Tonino Setola, docente di tedesco, che passavano i loro pomeriggi a tradurre dal ceco, dal croato, dal polacco e dallo slovacco. Questi insegnanti avevano imparato traducendo, vocabolario alla mano, i testi che via via arrivavano in redazione. Infatti traducevano alla perfezione, ma non parlavano nessuna lingua, perché non ne conoscevano la fonetica. 

Ci aggregammo a loro, che ci introdussero nella cultura dei Paesi che ognuno di noi si apprestava a seguire più da vicino. Fu così che, al gruppetto che si interessava dell’Ungheria, divennero familiari la storia di quel popolo che fin dalle origini si era profondamente legato a Roma attraverso i suoi Santi, primo fra tutti Santo Stefano, il primo re incoronato nel 1000,  e i nomi dei classici della letteratura ungherese. Scoprimmo anche che il tradizionale amore per la musica, soprattutto corale, del popolo ungherese, era divenuto un importante strumento di catechesi per quei sacerdoti che non si rassegnavano a non poter più essere presenti fra i giovani. Imparammo a conoscere l’indole particolare di quella piccola nazione di appena dieci milioni di abitanti, diversa per origini e lingua dai popoli confinanti, e per questo molto fiera ed orgogliosa, a volte chiusa, quasi vittima di una sindrome da accerchiamento. Proprio questo tratto orgoglioso dell’identità popolare ungherese veniva aspramente combattuto dal regime in nome dell’internazionalismo socialista. Per questo i monumenti e gli edifici storici erano lasciati in uno squallido abbandono e, sempre per questo, la tradizione popolare dei canti, dei riti, a volte ancora intrisi di paganesimo, dei ricami e delle forme popolari della pittura tradizionale era volutamente lasciata morire e sopravviveva solo grazie all’opera isolata e osteggiata di pochi.

Al primo viaggio del 1973 ne seguì un secondo nell’estate del 1974, questa volta eravamo in cinque, con una macchina presa a prestito. Poi, nel 1975 e nel 1976, frequentammo due stage di un mese ciascuno all’Università estiva di Debrecen, per studiare la lingua e la cultura ungheresi.

Furono occasioni molto importanti che cercai di sfruttare al meglio, approfondendo e allargando la rete di rapporti con intellettuali ed esponenti della Chiesa non compromessi con il regime e con l’organizzazione filo governativa dei “Preti per la pace”.
La rivoluzione ungherese del 1956 era stata  repressa molto duramente: oltre 3.000 vittime, centinaia di condanne a morte, mentre decine di migliaia di persone erano state rinchiuse in carcere o nei campi di internamento. Circa 200.000 Ungheresi avevano scelto l’esilio. Gli anni Settanta erano gli anni della “normalizzazione” della cosiddetta “era Kadar”, dal nome del Segretario del Partito Comunista imposto da Mosca dopo il 1956, che sarebbe rimasto in carica fino alla caduta del Muro nel 1989. 


Nel paese dominava un clima di sospetto e di paura non facile da superare anche per noi, quando chiedevamo di poter incontrare qualcuno. 
Il partito permetteva un livello di vita relativamente superiore rispetto agli altri paesi del blocco sovietico e aveva fatto alcune concessioni all’iniziativa privata, ma in cambio chiedeva, e otteneva, una sorta di passività della società. Il potere non si interessava alla vita privata, ad esempio la frequenza alla Messa era tollerata (fatta eccezione per gli insegnanti), ma non era consentita nessuna espressione religiosa fuori dalle chiese. 

Il tasso di alcolismo fra i giovani, ma soprattutto, tragicamente, la percentuale dei suicidi, erano i più alti d’Europa. Scrive don Ricci in un editoriale del 1976 commentando un’inchiesta interna al partito sulla qualità di vita e le aspirazioni dei giovani ungheresi: “Coloro che hanno vent’anni oggi in Ungheria nacquero in quel 1956 che vide i giorni brevi e tragici dell’insurrezione popolare. La loro crescita è dunque avvenuta durante il periodo che un eufemismo ha chiamato «normalizzazione» (…). Tutta l’inchiesta documenta lo stato di confusione in cui essi si trovano nei confronti delle istanze fondamentali (solitudine, amore, senso religioso, ecc.), in balia di contraddizioni che non trovano nell’ideologia una liberazione. La pretesa totalizzante dell’ideologia è smentita dall’incapacità dell’educazione impartita dalla scuola di regime di far crescere un uomo nuovo che realizzi l’utopia marxiana dell’«uomo onnilateralmente sviluppato».” 


 E ancora: “Gli autori della citata inchiesta ritengono che «in questi problemi (le istanze fondamentali), però, neppure la religione offra più una regola (…). Nella sfera della coscienza domina l’agnosticismo quotidiano». Al momento del grande «balzo in avanti» verso il socialismo avanzato, il regime di Kadar doveva fare i conti con questi agnostici quotidiani, prodotti dall’errore di metodo della scuola di stato socialista” . Parlando della situazione della Chiesa analizzata dall’inchiesta, don Ricci concludeva: “Occupata nella politica degli accordi di vertice, la Chiesa ha sì ottenuto di essere tollerata dal tollerante Kadar, ma è stata anch’essa «kadarizzata»: è rimasta un apparato dell’ideologia religiosa (…) è questo che rende drammatico avere vent’anni a Budapest: non l’essere figli di Kadar, ma orfani della Chiesa” . In effetti era questa l’impressione che si aveva nell’incontro con i giovani: la totale mancanza di punti di riferimento, di figure a cui guardare e da cui lasciarsi educare, e soprattutto un generale atteggiamento di impotente rassegnazione, molto spesso attinto anche dalle vicende familiari.

Però, in questo quadro generalmente sconfortante, nei primi anni Settanta qualcosa cominciò a muoversi. Cominciò, per esempio, una timida riorganizzazione delle associazioni di sacerdoti fedeli a Roma e di alcuni ambienti di intellettuali e presero a circolare alcune, rare, forme di stampa clandestina.


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Annalia Guglielmi, responsabile Europa centro-orientale di Gariwo e Croce al Merito del Governo Polacco

Annalia Guglielmi, responsabile Europa centro-orientale di Gariwo e Croce al Merito del Governo Polacco

13 febbraio 2014

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Giornalista rumeno impegnato per i diritti umani e le libertà civili