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Come la democrazia è diventata un nemico

di Roger Cohen

Crisi dei migranti nella stazione ferroviaria principale di Budapest, 2015

Crisi dei migranti nella stazione ferroviaria principale di Budapest, 2015 Mauricio Lima per il New York Times

Prima delle elezioni politiche ungheresi, l'editorialista del New York Times Roger Cohen ha dedicato un reportage all'involuzione autoritaria di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, e forse, anche del resto dell'Europa, la cui voce contro le ingiustizie e gli autoritarismi si sta facendo sempre più fievole. Pubblichiamo l'articolo tradotto.

L’Ungheria ha avuto un orrendo 20° secolo di perdita di territori e della libertà. Budapest, una bellissima città situata su un’ampia ansia del Danubio, sembra suggerire che le sue ferite si siano rimarginate. I tram sferragliano lungo i viali sui quali si affacciano eleganti caffè ai cui lati sono parcheggiate le macchine che le ditte tedesche fabbricano qui. Il Paese è sfuggito a quello che Milan Kundera, lo scrittore ceco, chiamava “l’Occidente sequestrato”, l’ampia porzione di territorio europeo che si era arresa all’impero sovietico dopo la Seconda Guerra Mondiale ed è ritornata in seno alla famiglia occidentale.

O così sembra, finché non si notano i poster di un ebreo ungherese-americano sorridente, con le braccia intorno alle immagini dei politici dell’opposizione che brandiscono forbici per tagliare il filo spinato di una barriera confinaria.

L’uomo in questione è George Soros, l’investitore e filantropo miliardario. Non è un politico, ma la sua notorietà internazionale e i suoi finanziamenti alle cause liberali hanno fatto di lui l’obiettivo designato, per il Primo Ministro Viktor Orban e il suo partito di destra Fidesz, di tutto il disprezzo: egli è ai loro occhi uno speculatore internazionale, sfruttatore della nazione, facilitatore dell’immigrazione di massa...

Da giovane, Orban lottava contro il bolscevismo. La democrazia liberale occidentale era la sua Terra Promessa. Ora si è trasformata nel nemico. L’Occidente è la sede del suicidio culturale europeo, il luogo dove la famiglia, la chiesa, la nazione e le nozioni tradizionali di matrimonio e genere stanno morendo.

“Il pericolo ci minaccia da Occidente,” Orban, che è al potere da otto anni [ed è stato appena rieletto per il suo terzo mandato, NdT], ha dichiarato a febbraio: “Questo pericolo proviene dai politici a Bruxelles, Berlino e Parigi”. Per contrastarlo, il primo ministro ungherese ha stabilito un piano generale: neutralizzare l’indipendenza del potere giudiziario, sottomettere la maggior parte dei media, demonizzare i migranti, creare nuove élite leali attraverso un capitalismo nepotista. Dare impulso a una narrazione nazionale di vittimismo ed eroismo manipolando la memoria storica. Infine, pretendere che la “volontà del popolo” prevalga sui controlli e contrappesi costituzionali.

Ed ecco quindi la nuova Terra Promessa: autoritarismo competitivo, una forma di dominio monopartitico che conserva una venatura di democrazia mentre viene alterato proprio il modello di competizione, in maniera sufficiente per assicurare sempre un solo risultato.

Ora non c’è una polizia segreta totalitaria. Nessuno sparisce di notte. Il capitale straniero è benvenuto. L’Ungheria non è dittatoriale, ma non è neanche libera. È il nuovo ibrido semi-chiuso di Orban e Jaroslaw Kaczynski, l’ombroso leader del partito Legge e Giustizia che governa in Polonia. Entrambi hanno lottato da giovani per la libertà incarnata dall’Occidente.

L’elezione di Donald Trump è parte di un’avanzata mondiale del nazionalismo e dell’autocrazia. Si sta compiendo una vigorosa controrivoluzione contro l’ortodossia liberal-democratica del pluralismo e del multiculturalismo. Il fatto che Trump riflette, e rinforza, questo ampio movimento, esattamente mezzo secolo dopo la grande fioritura di tutte le libertà nel 1968, suggerisce che mandarlo via sarà molto più difficile di quanto pensino molti liberali. Orban è stato il primo leader europeo a sostenere Trump durante la sua campagna e ha celebrato la sua vittoria come la fine della “non democrazia liberale”. Dal canto suo Trump ha definito Orban “forte e coraggioso” in un incontro con l’ambasciatore ungherese, secondo la rivista del Paese Figyelo.

Le nazioni europee più innamorate della libertà – quelle che trent’anni fa si liberarono dalla morsa soffocante dell’impero sovietico – si sono trasformate in quelle più scettiche sulla capacità della democrazia liberale di portare questa libertà. Si tratta di una svolta straordinaria. L’Unione Europea con centro a Bruxelles (di cui l’Ungheria è membro e beneficiario finanziario dal 2004) e la Cancelliera tedesca Angela Merkel sono viste in Ungheria con maggiore sospetto che non Vladimir Putin. La Polonia, lo stato più popoloso dell’Europa centrale, ha abbracciato così intensamente il modello ungherese che Kaczynski lo chiama “l’esempio”. La Repubblica Ceca si avvicina molto a questa impostazione.

Orban, che da giovane ha frequentato Oxford grazie a una borsa di studio di Soros, ha salutato “una nuova era”, riflettendo un desiderio popolare di democrazie chiuse. Adam Bodnar, ombudsman polacco fortemente criticato, mi ha suggerito che “l’Ungheria ha mostrato che non c’è alcun bisogno di introdurre un tipico sistema autoritario. Si può controllare ciò che avviene anche senza”.

Uno dei politici che Soros abbraccia nei manifesti intorno a Budapest è Bernadett Szel, co-leader del Partito dei Verdi. Lei mi ha detto che non ha mai incontrato Soros. L’immagine è un fake. Secondo Laura Silber, portavoce delle Open Society Foundations di Soros, è stato "ritoccato per allungare il naso di Soros – proprio secondo le direttive di Goebbels”.

Szel, che sta cercando di unire l’opposizione ungherese storicamente frammentata contro Fidesz, ha detto che Orban “sta avvelenando l’Ungheria giorno dopo giorno”. Membro della Commissione parlamentare per la sicurezza, sta affrontando una campagna denigratoria da parte dei politici di Fidesz determinati a cacciarla. Ha paura per il suo Paese. “Orban”, mi ha detto, “sta diventando un faraone che vuole adottare il modello russo, turco o cinese”.

Per realizzare tale progetto, Orban ha bisogno di nemici. Migliaia di migranti, molti dei quali in fuga dalla guerra in Siria, che si disperdevano per l’Ungheria nella tarda estate del 2015 e si accampavano per settimane nella stazione ferroviaria principale di Budapest, hanno fornito questa figura di nemico. La decisione di Angela Merkel di ammetterne così tanti, parte della “Willkommenskultur” o cultura del benvenuto tedesca, per Orban è una “resa” contro cui egli definisce se stesso. È stato un momento chiave della vita europea.

Nessun diritto universale alla dignità, invocato dai liberali occidentali mangiatori di cavoli attanagliati dal senso di colpa per il colonialismo o per la guerra, si sarebbe potuto utilizzare per distruggere la cultura ungherese o polacca!

"Hungary First” è lo slogan elettorale di Orban. La sua incessante campagna anti-immigrati, che comprende anche dichiarazioni di un ministro secondo cui migranti e rifugiati vorrebbero costringere gli ungheresi a mangiare gli insetti, ha prodotto un livello preoccupante di paura. Csaba Toth, scienzato politico, mi ha detto che “i bambini dell’asilo hanno disegnato Soros come il male e i migranti come figure malvage che ti porteranno via se non fai il bravo”.

Un grigio pomeriggio, mi sono recato al villaggio natale di Orban, Felcsut, 1800 abitanti, a circa un’ora di auto a ovest di Budapest. La sua semplice casa bianca ha una croce sul tetto spiovente. Di fronte alla casa, è atterrata un’astronave, nella forma di uno stadio da calcio gigantesco, compreso di torri e tribune di legno con soffitto a volta che possono accogliere più del doppio degli abitanti del villaggio.

Orban è appassionato di calcio – e di ricompensare i suoi parenti e sodali. Lorinc Meszaros, sindaco del villaggio ed ex idraulico, è diventato uno degli uomini più ricchi dell’Ungheria praticamente in una notte, proprietario di diversi giornali regionali. Nello stadio e tutto intorno, dove dove duecento persone, incluso il primo ministro, stavano guardando una partita poco appassionante, ho sentito che Orban crea lavoro, che l’Unghieria non ha bisogno di immigrati che “rapinano e uccidono”, che “al mille per cento egli vincerà le elezioni”. Ho incontrato Andras Vigh, un compagno di scuola di Orban, che ha confessato che “non abbiamo mai visto un migrante in vita nostra”. Ma non importa, perché mi ha detto: “Guardo la tv e so che cosa succede. Non voglio immigrati. Solo un idiota li farebbe entrare”.

L’altra faccia della paura sono i veleni. Nelle società omogenee come quelle dell’Ungheria e della Polonia, si è rivelato facile fomentare la furia verso l’”altro” sconosciuto. Nell’ottobre 2015, un mese prima della tragica vicenda della stazione ferroviaria, il Partito Legge e Giustizia di Kaczynski si affermava in Polonia con una maggioranza assoluta. Avrebbe poi agito sul modello della politica attuata da Orban fin dalla sua ascesa al potere nel 2010.

Ho visitato la Polonia e l’Ungheria regolarmente nei primi anni ’90 per raccontare della loro straordinaria trasformazione post-sovietica. Da nessun’altra parte, la passione per la libertà e la sicurezza dell’Occidente sembravano offrire un’attrattiva più forte che in Polonia, eroica avanguardia della liberazione dell’Europa nel 1989 attraverso il movimento di lavoratori e intellettuali Solidarnosc. Da nessun’altra parte, oggi, la svolta contro la democrazia liberale occidentale salta più all’occhio con la sua apparente perversione.

I fondi dell’Unione Europea — circa $90 miliardi tra il 2012 e il 2016 solamente — hanno accelerato notevolmente la modernizzazione polacca (l’Ungheria, con circa un quarto della popolazione dei 38 milioni di persone della Polonia, ha ricevuto circa 33 miliardi di dollari nello stesso periodo). Dopo aver viaggiato dall’Ungheria alla Polonia, sono salito a bordo del treno ad alta velocità dalla capitale Varsavia a Cracovia. Guardando fuori dal finestrino, mi sono trovato davanti un quadro di imponente cambiamento: operai con uniformi arancio, vagoni colorati di un blu rassicurante, nuovi quartieri periferici, la guglia di una chiesa che spuntava sopra un condominio comunista di cinque piani, pioppi e salici, nidi di cicogna sospesi sui rami nel freddo dell’inverno, vecchie fattorie fatiscenti.

La Polonia riappariva sulla mappa dopo oltre un secolo, restaurata e trasformata; teatro di stragi naziste per eccellenza; casa di una fervente fede cattolica, il “Cristo delle nazioni” in un subconscio collettivo carico di mania di persecuzione.

La membership nella NATO e nell’Unione Europea, ottenuta come per l’Ungheria nel 1999 e 2004, doveva in teoria conferire normalità e sicurezza. Un’economia di mercato e lo Stato di diritto avrebbero dovuto cementarle. Questi obiettivi, attraverso una trasformazione dolorosa, sono stati raggiunti.

Allora perché, con la vittoria ormai in mano per questi Paesi, si sono invece rafforzati i movimenti nazionalisti e xenofobi in Europa Centrale? L’economia polacca, come quella ungherese, si è espansa rapidamente, raggiungendo una crescita del 4,6 per cento l’anno scorso, un tasso che l’Europa Occidentale può soltanto sognarsi.

Naturalmente, la diseguaglianza crescente, le percezioni che ci fosse un’impunità per alcuni personaggi, l’arroganza delle élite liberali e i rivolgimenti che la globalizzazione ha comportato hanno avuto una parte, proprio come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Ma è in atto qualcosa di più. Forse, ho pensato, il tumultuoso caleidoscopio visto dal treno forniva degli indizi per capirlo.

Per trent’anni, la Polonia, come l’Ungheria, stava andando da qualche parte, destinazione NATO, Unione Europea e libero mercato. Ora che questi scopi sono raggiunti, si affaccia una domanda: tutti i sacrifici, in una nazione che si vede come una terra di eroi e martiri, sono stati fatti solo per avere dei centri commerciali e delle auto tedesche? Una generazione soffre di esaurimento per la fatica di condurre in porto la trasformazione. Il termine di paragone una volta era il grigiore comunista, ora sono le prospere Londra e Berlino.

Kaczynski dichiara che gli immigrati “portano parassiti e protozoi”. Egli ha fatto della morte del suo fratello gemello, l’ex Presidente Lech Lech Kaczynski, in un incidente aereo nel 2010, un complotto russo, che sarebbe stato condonato dal partito centrista e filo europeo Piattaforma Civica che era al potere allora. Inoltre promette una “Quarta Repubblica”, con una nuova Costituzione, l’addio a Bruxelles e alla longa manus dei comunisti cooptata dalla Piattaforma Civica. Non è sempre chiaro che cosa intenda, ma le sue teorie del complotto riscaldano gli animi. Egli ha un progetto!

“Nel 1989, emigravamo tutti in Occidente”, afferma Karolina Wigura, una sociologa che vive e lavora a Varsavia. “Tutti quanti stavamo andando in qualche direzione nel nostro animo, e come sa, l’emigrazione non è un processo facile. E ora, quando finalmente pensavamo di avercela fatta, abbiamo visto tutte queste persone venire in Europa, e non potevamo accettare l’idea degli immigrati, perché era quello che sentivamo di essere stati noi stessi”.

Il capitalismo, in altre parole, era un altro Paese. Il grido di battaglia in tutta l’Europa centrale nei primi anni ’90 era “democrazia di mercato”. Estromettere lo Stato che in precedenza controllava ogni cosa; fare entrare il mercato. Nessuno si è fermato a domandare se il mercato e la libertà occidentale viaggiano necessariamente sempre appaiati come una coppia di gemelli eterni. Salta fuori che non è così.

Il “mercato” ha voluto dire globalizzazione, che andava bene per la metropoli interconnessa, ma meno per la provincia. Anche la Polonia e l’Ungheria hanno i loro Wisconsin e Ohio. Adam Bielan, un senatore vicino a Kaczynski, mi ha detto che la differenza nei salari tra il suo collegio nella città provinciale di Radom e Varsavia è raddoppiata negli ultimi 12 anni.

La politica di Piattaforma Civica, al potere dal 2007 al 2015, è stata “di concentrare i fondi dell’Unione Europea nelle grandi città”, sostiene Bielan. Il risultato: “Una larga parte della Polonia è stata dimenticata”. Questi polacchi dimenticati hanno votato a stragrande maggioranza per Kaczynski, che da allora li ha ricompensati con un contributo di $150 mensili a tutte le famiglie con due o più figli. Se non si vogliono gi immigrati, l’unico modo di controbilanciare l’invecchiamento della popolazione in Polonia o Ungheria è fare più bambini.

Kaczynski ha intrapreso la messa in discussione della democrazia garantita dai controlli e contrappesi costituzionali, proprio quello che la Polonia si era sforzata di creare dopo il 1989 come assicurazione contro la tirannide. Nel nome della volontà del popolo, ha preso di mira incessantemente quello che una volta ha chiamato “impossibilismo legale” – il contrappeso al potere esecutivo dato da un giudiziario indipendente. Il suo partito, giunto al potere, ha in effetti sottomesso al proprio controllo il Tribunale Costituzionale e la Corte Suprema in modo tale che ha portato la Venice Commission, un gruppo di esperti di Diritto costituzionale, a dichiarare che l’indipendenza del potere giudiziario polacco è “in grave pericolo”.

Marcin Matczak, un famoso professore di Diritto di Varsavia, mi ha domandato: “Che cosa ci insegna questo sulle transizioni politiche? È la Corte Suprema che decide se un’elezione è valida o no. Questa sembra una sorta di fase preparatoria per qualcosa di peggio”.

Il bolscevismo, la culla in cui Orban e Kaczynski si sono temprati, era un’ideologia basata sulla marcia forzata di una società verso un ideale più alto. Di fatto, la realtà, come descritta dal poeta Zbigniew Herbert, era che esso “avvelena i pozzi, distrugge le strutture della mente, copre il pane di muffa”. Qualcosa di questa fretta sembra rimasta nei due uomini. Non era sufficiente per loro soccombere al permissivismo dell’Occidente. Essi avevano una missione: salvare il cristianesimo – niente di meno – e porre fine alle società aperte.

Witold Waszczykowski, l’ex Ministro degli Esteri polacco, ha detto che la Polonia dev’essere curate dalla piaga di coloro che credono che la storia sia diretta inevitabilmente verso “una nuova mescolanza di culture e razze, un mondo fatto di ciclisti e di vegetariani, che usano solo energie rinnovabili e combattono ogni segno della religione”. È un po’ un personaggio sul genere di Trump.

Certamente, nella sua visione del mondo, i musulmani in Europa sono un problema. Bielan, il senatore vicino a Kaczynski, mi ha detto: “L’integrazione è fallita. Ho lavorato a Bruxelles e c’erano zone dove non si poteva neanche entrare. I polacchi non vogliono i problemi sociali della Francia o del Belgio. Perché ritenere che avremmo più successo della Francia in questo?”.

Su queste premesse, la Polonia ha rifiutato di accogliere i 7.000 richiedenti asilo che si era impegnata ad assorbire in base a una decisione presa dagli Stati membri dell’Unione Europea durante la crisi dei rifugiati del 2015. Anche l’Ungheria e la Repubblica Ceca si sono rifiutate, mostrando disprezzo per la solidarietà europea in nome della purezza razziale e religiosa.

Ha preso piede uno stato d’animo di arroganza nazionalista al massimo grado. La Polonia recentemente ha approvato una assurda legge “sui campi di sterminio” che criminalizza l’accusare “la nazione polacca” di complicità in qualsiasi “crimine nazista commesso dal Terzo Reich”. I polacchi hanno salvato gli ebrei; li hanno anche denunciati, e in villaggi come Jedwabne, uccisi. Questo finora era ben noto. Ma in Polonia dire la verità è diventato un crimine.

L’Ungheria e la Polonia stanno riportando indietro l’orologio dell’Europa alla sua ora più buia. Oggi sono tutte intente a erigere barriere – reali o immaginarie – contro l’Islam, i migranti e i rifugiati, gli ebrei, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, Soros e quello che vedono come un complotto internazionale pluralista. L’Ungheria ha eretto una vera barriera ai confini meridionali in seguito alla crisi dei rifugiati del 2015, la recinzione che Orban accusa l’opposizione di voler tagliare.

Sono state precisamente le misure prese per costruire e preservare una società omogenea a formare il cuore dei crimini più atroci dell’ultimo secolo. La tendenza illiberale rappresenta un rifiuto dell’assunto centrale del dopoguerra, secondo cui i confini dovrebbero essere smantellati per salvare l’Europa dai suoi ripetuti suicidi. Una unità mai così stretta significava una pace mai così in via di espansione.

Portato fino al suo estremo, il nuovo autoritarismo ungherese e polacco è un pericolo. Ancora più grave visto che l’America con il dispotico Trump è uscita di scena come forza di controbilanciamento. Il Presidente ha smesso di sostenere e promuovere i valori della democrazia che portano alla libertà.

A Varsavia, l’estate scorsa, Trump ha dichiarato: “La questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente abbia la volontà di sopravvivere”. Poi ha proseguito: “Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini da proteggere i nostri confini?”.

Non ha sollevato alcuna critica verso Kaczynski o le sue misure illiberali. Qui mi dicono che il governo polacco si sente sostenuto da Trump.

Né la Polonia o l’Ungheria si sono sentite minacciate neanche alla lontana dall’Unione Europea, la cui censura della svolta antidemocratica dei Paesi è stata più che prudente, quasi flebile. I miliardi di dollari che vanno ancora a Varsavia e Budapest da Bruxelles dovrebbero essere indirizzati altrove ora. L’Unione Europea si basa sui principi di “democrazia, eguaglianza, Stato di diritto e rispetto per i diritti umani”.

L’Occidente democratico deve risvegliarsi da questo incubo. I dimenticati dei decenni post-1989 hanno parlato, hanno abbracciato lo sconvolgimento a ogni costo, dicendo: “Basta!” alle ricette economiche (soprattutto l’austerity) e all’impunità sfacciata delle élite della globalizzazione. L’Europa non può spalancare le sue porte a tutti, ma ha bisogno di una politica dell’immigrazione condivisa che funzioni, di politiche economiche che neutralizzino la diseguaglianza invece di accentuarla e di una burocrazia europea che garantisca risultati tangibili a mezzo miliardo di europei.

Il peggio si può ancora evitare. Orban con il suo partito Fidesz ha perso sorprendentemente le elezioni locali di recente, ma ci vuole lungimiranza. La Polonia è indietro rispetto all’Ungheria nella sua discesa nell’autoritarismo. È più grande, più plurale e più ostile alla Russia di Putin per ragioni storiche, ha una società civile più forte e conserva dei media indipendenti più vigorosi. Queste sono differenze importanti, che ci regalano un po’ di speranza.

Ma la deriva europea è molto minacciosa. “Ho come la strana sensazione che questo sia il futuro – una transizione a qualcosa di nuovo,” spiega Michael Ignatieff, il Presidente della Università dell’Europa Centrale con sede a Budapest e finanziata da Soros, parlandomi dell’autoritarismo di Orban in ascesa. L’università, un simbolo della libertà accademica concepito per ancorare l’Europa Centrale all’Occidente fornendo un’istruzione liberale, è sotto minaccia di chiusura da parte di Orban.

Quando ho chiesto a Zoltan Kovacs, il portavoce di Orban, perché il governo usi i ritornelli antisemiti contro Soros, egli mi ha risposto: “Non ce la prendiamo con il suo essere ebreo, ma con ciò che fa in quanto speculatore, spendendo denari ottenuti in modo dubbio per la sua concezione cosmopolita del mondo".

Questo è il linguaggio nuovo e al contempo vecchio dell’Europa di oggi. Marcin Matczak, il professore di Diritto che ho incontrato a Varsavia, mi ha detto: “I giovani prendono la libertà per un fatto acquisito. Non hanno mai dovuto lottare per conquistarla”.

10 maggio 2018

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