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​Il regime è nudo. La lettera di Václav Havel al presidente Gustáv Husák

di Andreas Pieralli

Václav Havel mentre legge la lettera a Gustáv Husák, Hrádeček 1975 foto (c) Oldřich Škácha – eredi

Václav Havel mentre legge la lettera a Gustáv Husák, Hrádeček 1975 foto (c) Oldřich Škácha – eredi

Oggi, 8 aprile 2015, in Repubblica Ceca si celebra un anniversario importante. Non si tratta di una ricorrenza legata ai 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, né di altro evento di simile portata "apocalittica". Apparentemente secondario, certamente meno vistoso e per niente violento, questo 40° anniversario non fu certo di minore importanza. Anzi, oggi possiamo ricordarlo come quella piccola e impercettibile crepa che diede il via al lento ma inarrestabile sgretolamento del castello di carta delle promesse mai mantenute dal socialismo reale.

Era l'8 aprile 1975 quando il futuro presidente ed eroe della dissidenza Václav Havel, allora trentanovenne, scelse un gesto semplice, perfettamente legale e pacifico, eppure nella sua apparente insensatezza clamoroso e scioccante: scrivere una lettera aperta all'allora segretario del comitato centrale del partito comunista Gustáv Husák, che di lì a poco sarebbe diventato presidente della Repubblica Socialista Cecoslovacca. In piena normalizzazione, quando era ancora molto fresca e dolorosa la memoria dell'invasione sovietica del '68 che aveva represso il sogno della Primavera di Praga di un socialismo dal volto umano, con la sua lettera Havel si inserisce come un cuneo silenzioso nell'evidente discrepanza tra l'adesione sostanzialmente imposta della società cecoslovacca alla normalizzazione con il ritorno forzato agli ideali del socialismo reale e la silenziosa insoddisfazione dei cittadini, la loro crescente disperazione e l'insopportabile sensazione di impotenza e frustrazione nei confronti di un potere apparentemente monolitico e inattaccabile.

Naturalmente Husák non si scomodò e la lettera rimase senza risposta, ma, com'è facile capire, non era lui il vero destinatario del messaggio. Con parole semplici, con l'ironia profonda e acuta tipica del celebre drammaturgo-dissidente, Havel intendeva risvegliare l'assopita coscienza della società cecoslovacca affinché prendesse coscienza del fatto che quello della normalizzazione socialista non era di certo il migliore dei mondi possibili. Se il regime legittimava la propria esistenza vantandosi della soddisfazione dei cittadini e della loro adesione alle politiche della normalizzazione, Havel, seguendo il motto della dissidenza "Vivere la verità",  usava la verità stessa come un'arma pacifica e micidiale.

Questa lettera, a suo modo assurda e apparentemente inutile, mi fa pensare al buon soldato Švejk, il personaggio immortale dello scrittore ceco Jaroslav Hašek. Nella sua ingenua semplicità, Švejk in realtà è solo un finto tonto che fa della sua apparente stupidità un'arma intelligente contro il non-sense della guerra. I suoi entusiastici e improbabili proclami di eterna e smodata fedeltà all'Imperatore Francesco Giuseppe e all'Impero Austro-Ungarico, obsoleto colosso politico  incapace di adattarsi al nuovo che avanza, rappresentano il potere dei senza potere di Havel. Con la sua improbabile ed esagerata lealtà all'imperatore, Švejk mette in luce tutta l'insensatezza di un mondo, quello austro-ungarico, destinato a perire. Un'arma inattaccabile perché nessun ufficiale dell'esercito può certo rinfacciare al sempliciotto Švejk di essere troppo fedele alla corona.

Parimenti, anche Husák rimane inchiodato dalla violenta semplicità delle parole di Havel che, con sfacciato coraggio, non fa altro che dire quello che tutti sanno ma nessuno osa dire ad alta voce: il regime non ha l'appoggio della società cecoslovacca e questa pretesa adesione alla normalizzazione è solo una menzogna frutto della paura. E così, ancora una volta, le favole si dimostrano uno strumento infallibile per leggere la vita degli uomini. Non fanno forse, Havel e il buon soldato Švejk, come il bambino della fiaba che, mentre i sudditi lodano la bellezza dell'abito inesistente del re - come inesistente è la felicità proclamata dal regime - squarcia il velo della menzogna e innocentemente grida: "il re è nudo!"?

Andreas Pieralli, giornalista e traduttore

8 aprile 2015

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