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L’insegnamento di Vaclav Havel

di Gabriele Nissim

Il carattere morale di un uomo è il suo destino, scriveva il filosofo Eraclito. Vaclav Havel, di cui in questi giorni si ricorda il primo anniversario della scomparsa, per tutta la vita con il suo comportamento morale ha plasmato un destino molto particolare, come ricorda il titolo del suo ultimo dramma teatrale: Uscire di scena.
Entrava in scena con le sue battaglie morali per la libertà e i diritti umani negli anni del totalitarismo e regolarmente i dirigenti comunisti lo facevano uscire di scena, quando lo arrestavano in continuazione per mettere a tacere la voce che aveva riacceso la speranza a Praga, con la costituzione di Charta '77

Havel aveva cambiato le regole del gioco, quando aveva insegnato ai giovani che la dittatura non era un male ineluttabile e che c’era invece sempre una luce in fondo al tunnel, per una ragione semplicissima.

Aveva infatti compreso, come Hannah Arendt, Emanuel Levinas, Jan Patocka  - a cui si ispirava - che ogni forma di male non era qualcosa di demoniaco e dotato di onnipotenza, ma si basava sempre sul coinvolgimento della società.

Bastava dunque, nella vita personale di ogni cittadino, costruire un’esistenza diversa, che definiva la vita nella verità, affinché potesse iniziare da ciascuno una lenta erosione del sistema. Ognuno infatti poteva dire che la menzogna non sarebbe più entrata a casa sua, ed in questo modo toglieva un tassello al consenso del regime che continuava a riprodursi esclusivamente per la paura e il conformismo dei singoli.

È la sua famosa metafora del fruttivendolo di Praga, che per quieto vivere si adeguava al sistema mettendo in bella mostra nel suo negozio un cartello di adesione al regime, ma che, per amore della libertà e della verità, poteva decidere di rischiare, togliendo l’insegna del Potere.

Vaclav Havel ritornò alla grande sulla scena quando nel 1989 tutti i “fruttivendoli” lo seguirono e a Praga vinse senza spargimento di sangue la Rivoluzione di velluto.
Diventato Presidente della Repubblica, come è stato ricordato in un bel convegno organizzato all’Università La Sapienza di Roma da Annalisa Cosentino, Havel non ha mai rinunciato al suo spirito libero. La sua coerente battaglia per i diritti umani, invece di rendergli la vita facile, lo ha fatto diventare una figura spesso scomoda, anche nella ritrovata democrazia. Poco prima di morire volle incontrare a casa sua, ancora una volta, il Dalai Lama, per esprimergli la sua solidarietà: per questo venne criticato da chi riteneva che si sarebbero così incrinati i rapporti economici con la Cina comunista.

Havel però, anche se era sempre disposto a pagare un prezzo per le sue battaglie, non era un Don Chisciotte in lotta perenne contro i mulini a vento, ma aveva la capacità di essere un combattente realista e riusciva a coinvolgere attorno a sé anche le persone che la pensavano diversamente. Ecco perché volle sempre che Charta '77 fosse rappresentata da tre portavoci con posizioni diverse. E quando prese il comando della nazione non mise ai margini Vaclav Klaus - l’attuale Presidente ceco - che aveva sempre espresso posizioni antitetiche alla sua.
Come ha ricordato il suo amico Vladimir Just, Havel sosteneva che non c’è idea, posizione politica, costruzione umana, che non possa essere un giorno confutata e criticata, e che ciò che invece permane nel tempo è il valore morale della persona.

Oggi, diceva spesso il presidente scomparso, il difetto fondamentale della democrazia è che le persone parlano tra loro senza ascoltarsi e guardando solo a se stesse.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti

21 dicembre 2012

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Joanna Szczęsna

firma del giornalismo culturale polacco, ha dedicato la vita alla scrittura e alla difesa dei diritti umani