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"Se non posso partire morirò qui, senza Xiaobo non c'è più nulla"

Liu Xia ancora prigioniera a Pechino

Liu Xia e Liu Xiaobo

Liu Xia e Liu Xiaobo

A Pechino, la poetessa e pittrice cinese Liu Xia - moglie del Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, dissidente autore di “Carta 08per uno Stato di diritto in Cina, deceduto dopo una lunga detenzione a luglio 2017 - vive ancora prigioniera in casa sua, trattenuta dagli agenti del Ministero cinese per la sicurezza dello Stato, colpevole solo di aver sognato la democrazia assieme al marito.

Già prima che Xiaobo morisse, la Germania aveva messo in atto una forza speciale di soccorso per aiutare lui e la moglie, per liberarli da una reclusione ingiusta. All’inizio di aprile scorso, inoltre, dopo una serie di negoziazioni illusorie tra Berlino e Pechino, il ministero degli Esteri tedesco avrebbe organizzato il recupero in segreto di Liu Xia all’aeroporto e il suo trasferimento; ma nemmeno questo è ancora accaduto. Tali informazioni ci arrivano dallo scrittore cinese esiliato in Germania Liao Yiwu che - grazie alla sua amicizia con Xia - ha potuto parlare al telefono con lei il pomeriggio del 30 aprile, constatando una situazione che “lo ha folgorato come una scossa elettrica”. Lo scrittore racconta di una telefonata straziante, spezzata dai pianti di una persona che sta vivendo non solo una mancanza di libertà ma anche una profonda depressione, dovuta alla morte del marito, per la quale necessita di immediate cure. “Ormai non ho niente da perdere - dice Liu Xia - se non potrò partire morirò a casa. Xiaobo se n’è andato e non c’è più nulla al mondo per me. Mi è più facile morire che vivere. Usare la morte come sfida non potrebbe essere più semplice per me.”

Negli anni sono stati molti gli intellettuali che hanno chiesto la liberazione di Liu Xiaobo prima, e di Liu Xia poi. L’ultima lettera a Xi Jinping firmata da 50 scrittori internazionali risale al 6 novembre 2017: Lev Grossman, Andrew Solomon, Paul Auster, Sandra Cisneros sono solo alcuni nomi. Questi appelli risultano ancora più importanti ora che le condizioni di salute della poetessa cinese si stanno aggravando, e che rischia di lasciarsi morire. A dicembre Liu Xia ha infatti inviato alcuni versi disperati al Nobel per la letteratura Herta Mueller: “Non ho nemmeno il diritto di parlare/ Vivo come una pianta/ Giaccio come un cadavere”.

Liao Yiwu racconta di aver cercato di convincere l’amica a fare un’altra domanda di autorizzazione a lasciare la Cina, ma lei, in preda a una disperazione incontrollata, ha chiuso la comunicazione. Il giornalista ha poi deciso di richiamare e sovrapporre al pianto di Xia l’assolo per piano Dona, Dona - una melodia ebraica della Seconda guerra mondiale che è diventata rappresentazione del genocidio ebraico. I versi parlano di un vitello che viene trascinato a forza verso il macello, mentre una rondine vola libera nel cielo. L’animale pensa dentro di sé: “se potessi trasformarmi in una rondine potrei volare via, sarebbe magnifico”. Ma il vitello non può volare, come gli ebrei non potevano sfuggire al proprio destino. E come Liu Xia, che sta per cedere alla rassegnazione. La canzone è riuscita nell’intento di calmare la donna, che non ha mai fatto segreto di sentirsi molto vicina alle vittime dell’Olocausto, addirittura di sentirsi un po’ come una di loro, come se fosse stata ebrea in una vita passata.

Non possiamo sapere se questo legame esista davvero o no, ma quello che è certo è che Liu Xiaobo e sua moglie hanno subito una persecuzione che li ha privati del diritto a una vita libera. Da quando Xiaobo si è battuto per il riconoscimento del massacro di Piazza Tienanmen ed è stato per questo incarcerato una prima volta, a quando si è ispirato alla Carta’77 di Vaclav Havel per partecipare alla scrittura e diffusione di un manifesto di democrazia per il suo Paese, per la fine della dittatura e l’inizio di una federazione che proteggesse i diritti delle minoranze, ed è stato sotto sorveglianza giorno e notte. Fino alla condanna a 11 anni di carcere che non gli ha permesso nemmeno di ritirare il Nobel per la Pace nel 2010 - consegnato a una sedia vuota - e al rifiuto di farsi curare per il cancro terminale che lo ha ucciso. Voleva accedere a dei programmi terapeutici all’estero, non perché ci fosse per lui qualche speranza, ma perché così avrebbe potuto far espatriare la moglie in un posto sicuro, che oggi non ha ancora raggiunto. 

4 maggio 2018

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