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Storia di Jurij Dmitriev, cosa significa fare memoria in Russia

intervista ad Andrea Gullotta

Igor Podgorny (TASS)

Abbiamo intervistato Andrea Gullotta, docente dell'Università di Glasgow, esperto di storia e letteratura del sistema GULag e socio della ONG Memorial Italia, sulla figura di Jurij Dmitriev, archeologo e storico russo membro di Memorial - una delle più importanti associazioni per i diritti umani della Russia - che fin dagli anni Ottanta ha lavorato sulla preservazione della memoria dei gulag sovietici e delle vittime dello stalinismo. Dmitriev, dopo essere stato più volte processato e assolto, è oggi condannato a 13 anni di carcere con l’accusa di pedofilia, giudicata non fondata dagli esperti interpellati.

Gullotta, oltre ad aver seguito negli anni il lavoro di Dmitriev, per la cui scarcerazione ha promosso un appello con Memorial Italia, ha conosciuto personalmente lo storico, con cui ha lavorato al progetto di aprire una finestra sul talvolta indecifrabile passato sovietico della Russia.

La petizione per Dmitriev da parte di Memorial Italia ha raccolto più di 400 firme da 27 Paesi, tra cui premi Nobel e alcuni dei massimi esponenti degli studi sul GULag, ed è stata utilizzata dall’avvocato difensore dello storico come materiale per la sua difesa.

Proviamo a raccontare questa figura molto complessa… chi è Jurij Dmitriev? Come si inserisce nel quadro della politica della Memoria in Russia?

Jurij Dmitriev, prima appunto del “caso Dmitriev”, era molto poco conosciuto, se non da chi, come me, è uno studioso e si occupa proprio del GULag e in particolare della zona della Carelia, dove lui è attivo. È uno dei tantissimi e straordinari ricercatori che hanno dedicato la loro vita al recupero non solo della storia, ma anche della memoria delle vittime di questo sistema. Dmitriev è membro di Memorial e ha partecipato infatti, con decine di associazioni, sia a ricerche storiche che a iniziative per la preservazione della memoria delle vittime.

Io l’ho conosciuto quando lavoravo alla mia tesi di dottorato, diventata negli anni una monografia, sul campo di prigionia delle Solovki. Necessitavo di informazioni che avevo difficoltà a reperire e mi veniva consigliato da tutti di rivolgermi proprio a Dmitriev. Così feci. Lo incontrai alla stazione di Petrozavodsk dove lui venne a prendermi, andammo a casa sua e gli descrissi il progetto che avevo in mente. Era un tipo particolare, non sembrava il tipico studioso… era vestito in maniera bizzarra, con una lunga barba e la sigaretta sempre in bocca. Nel suo lavoro appariva ed era invece molto serio, mi presentò e consultò per me il suo archivio con migliaia di nomi di vittime dei campi, o in generale delle repressioni staliniane. A un certo punto, vidi alla parete una foto di lui vestito da militare. “È stato in guerra?”, chiesi. “Le faccio vedere la mia guerra”, mi rispose. La sua guerra, per la quale indossava quell’uniforme, era quella nei boschi della Carelia, dove cercava le fosse comuni delle persone fucilate durante lo stalinismo. Per me fu una sorpresa scoprirlo, a quel tempo non sapevo che cosa Dmitriev avesse fatto; solo dopo, seppi che lui, Venjamin Jofe e Irina Flige di Memorial San Pietroburgo, avevano unito le loro ricerche e scoperto Sandormoch, un luogo completamente immerso nelle foreste della Carelia, dove sono state uccise circa 7000 persone, fucilate e seppellite, e di cui non si sapeva assolutamente nulla. Nello specifico, Dmitriev cercava le vittime dei campi del canale Mar Bianco-Mar Baltico, una delle pagine più tragiche della storia della repressione sovietica, Venjamin Jofe e Irina Flige cercavano la cosiddetta tradotta delle Solovki, ovvero un gruppo di 1111 prigionieri che erano stati fucilati ma di cui non si sapeva il luogo dell’esecuzione né null’altro. I tre si incontrarono e, mettendo insieme le ricerche fatte, si recarono nei boschi fino a che non trovarono questo terribile luogo di sofferenza, una enorme fossa comune abbandonata. Di fatto, furono loro quindi a ridare un luogo di memoria a queste vittime. Il loro lavoro, inoltre, non si è fermato qui, Sandormoch è diventato negli anni - su loro iniziativa e grazie al sostegno della Repubblica della Carelia, ai tempi molto attiva in questi ambiti - un vero e proprio cimitero memoriale, nel quale, ogni 5 agosto, si sono tenuti eventi di commemorazione delle vittime. Diverse delegazioni, soprattutto straniere in quanto a Sandormoch ci sono vittime di più di 60 nazionalità, hanno cominciato inoltre a erigere monumenti nazionali in questo grande spazio della memoria, in cui non solo i discendenti a distanza di 60 anni dagli eventi sono riusciti ad avere un luogo dove piangere i propri cari, portare le loro foto (cosa rarissima per la storia del GULag in cui è difficile che si abbiano nomi e luoghi delle sepolture), ma anche le varie nazioni coinvolte hanno potuto ricordare i propri morti, ucraini, polacchi ecc. Queste commemorazioni hanno potuto continuare tranquillamente finché la memoria del GULag è rimasta, per una serie di motivi, non molto rilevante a livello nazionale russo, e di questo tema non se ne occupava nessuno se non specialisti o parenti delle vittime. Nel tempo, però, questa memoria ha assunto sempre più importanza e Memorial e altre associazioni hanno iniziato a essere bersaglio di una serie di azioni scomode. Una su tutte - non mirata unicamente a queste realtà - è stata quella da parte del governo russo che nel 2012 ha approvato una legge sugli agenti stranieri, la quale prevede che chi riceva fondi dall’estero debba dichiararsi agente di uno Stato straniero; se non lo fa, viene sottoposto a multe salatissime e inserito in un registro speciale che obbliga ad accompagnare qualsiasi iniziativa con la dicitura, appunto, “agenti stranieri”. Questo, ovviamente, ha creato non solo un clima di generale mancanza di fiducia verso tali associazioni, ma anche repressioni burocratiche, quali numerose ispezioni, sequestri, sanzioni pecuniarie… Memorial, ad esempio, ha ricevuto multe per decine di decine di migliaia di euro, decidendo comunque di continuare a lavorare e rifiutandosi di sottostare a questa legge; per molte associazioni, però, il provvedimento ha significato la chiusura.

A partire da questa prima fase, in Russia si sono poi susseguiti una serie di avvenimenti che hanno portato a una vera e propria guerra della memoria. Lo Stato, dopo aver ignorato per tanti anni la memoria del GULag e delle repressioni sovietiche, di colpo se n’è interessato. A questo proposito, nel 2015 a Mosca è stato inaugurato un enorme museo tecnologicamente all’avanguardia, realizzato con fondi governativi ma anche con l’aiuto concreto di Memorial e di altre realtà come il Centro Sacharov, dedicato proprio a questa parte della Storia; nel 2016, in più, è stato creato un fondo per la memoria, con l’obiettivo di organizzare iniziative a ricordo delle vittime delle repressioni, e nel 2017 è stato inaugurato un monumento dedicato ai morti del GULag, il Muro del dolore. Parallelamente a queste celebrazioni, sono avvenute però una serie di piccole repressioni divenute, nel caso di Dmitriev, “una grande repressione”.

Jurij Dmitriev venne infatti arrestato improvvisamente nel dicembre 2016 per produzione di materiale pedopornografico. L’accusa, in particolare, si riferiva al fatto che nel suo computer vennero trovate 9 fotografie della figlia adottiva ritratta nuda. Le foto erano effettivamente state scattate, ma Dmitriev ne ha spiegato il motivo. Da quando ha deciso di adottare la bambina, ha affrontato una serie di iter burocratici estremamente complessi e lunghi, anche in ragione del fatto che lui fosse già in età avanzata, e, durante una di queste verifiche, gli assistenti sociali gli consigliarono di scattare periodicamente una foto della bambina nuda per poter, in caso di ispezioni, dimostrare che il suo stato di salute fosse buono, soprattutto perché quest’ultima era stata in orfanotrofio molto malnutrita. Inoltre, si era verificato anche un episodio equivoco in cui, all’asilo, alcune macchie d’inchiostro che la bambina aveva sul corpo (in Russia c’è la tradizione di mettere dei fogli di giornale sotto i vestiti per isolare dal freddo quando le temperature scendono di decine di gradi sotto lo zero) erano state scambiate per lividi. Queste fotografie Jurij Dmitriev le teneva in una cartella sul proprio computer a cui solo lui aveva accesso.

In una data successiva a questi avvenimenti, Dmitriev venne chiamato dalla polizia con la contestazione di possesso illegale di armi (per dei frammenti di un fucile da caccia che Dmitriev aveva lasciato in garage dagli anni ’90 e mai usato) e, in questo frangente, degli estranei entrarono in casa sua e utilizzarono il suo computer. Qualche giorno dopo, una denuncia anonima riportò la presenza delle foto nel computer di Dmitriev. Da questo contesto, si evince che non si è trattato di una procedura “ordinaria”, ma la cosa da sottolineare è che Jurij Dmitriev venne immediatamente arrestato ma poi completamente assolto a processo, nel 2018, dall’accusa di creazione di materiale pedopornografico. Gli esperti indipendenti chiamati a giudicare il caso, tra i quali membri del Serbskij Insitut, la più importante istituzione di scienze sociali in Russia, affermarono infatti unanimemente che le foto, seppure rappresentavano una scelta bizzarra e contestabile, non erano da considerarsi di carattere pedopornografico. Dmitriev venne quindi condannato solo per la possessione illegale di armi. Dopo circa tre mesi però, lo storico venne nuovamente detenuto in quanto la Corte Suprema della Carelia, su appello dell’accusa, aveva cancellato completamente il verdetto di assoluzione e indetto un nuovo processo a suo carico. Da quel momento, Dmitriev è rimasto in carcere.

Il nuovo processo si è basato su accuse aggiuntive: la nonna della ragazza ormai quindicenne, a cui quest’ultima è stata affidata una volta tolta al padre e che ne è diventata nuova rappresentante legale, ha accusato Dmitriev di abusi sessuali sulla base di elementi non chiari. L’accusa di abusi e’ scaturita da una confessione fatta dalla figlia: l’abuso consisterebbe nel semplice gesto di controllare se la bambina, che ha sofferto di enuresi per un periodo, avesse bisogno di essere cambiata. Esperti indipendenti durante il secondo processo hanno constatato come la figlia sia stata costretta a rendere questa deposizione in un clima di intimidazione da parte degli investigatori. Il processo si è concluso a luglio 2020, con la condanna di Dmitriev a 3 anni e mezzo; la pena applicata dal codice penale russo in casi di abuso su minore è di un minimo di 12 anni di carcere. Per questo motivo, molti commentatori hanno descritto la sentenza come un’assoluzione de facto. Dmitriev è stato inoltre nuovamente assolto sia per l’accusa riguardante le fotografie sia, questa volta, per quella di possesso di armi. Il caso non si è però concluso nemmeno al secondo processo, in quanto è stato fatto un nuovo appello dalla procura, la rappresentante legale della ragazza e lo stesso Dmitriev, che chiedeva la propria piena assoluzione.

A questo punto, la Corte Suprema della Carelia ha per la seconda volta annullato il verdetto processuale e condannato il sessantaquattrenne Jurij Dmitriev a 13 anni di carcere, in una colonia penale di regime duro, per abusi sessuali contro minori oltre che indetto un terzo nuovo processo sul materiale fotografico e sul possesso illegale d’armi.

Per quale motivo il lavoro di Dmitriev e ciò che rappresenta ha destato così tanta attenzione, anche in termini di accanimento contro la sua persona?

Perché Sandormoch, dove lui scoprì le fosse comuni insieme a Venjamin Jofe e Irina Flige, negli anni è rimasto nell’immaginario russo il luogo dove lo Stato ha ucciso i cittadini innocenti, non solo russi, ma anche ucraini, polacchi e di altre nazionalità… è restato un simbolo di commemorazione condivisa e libera: ogni 5 agosto si ribadiva nelle cerimonie al cimitero memoriale che quelle persone fossero state uccise da un regime criminale. Sandormoch non era certo l’unico luogo dove avvenivano questo tipo di commemorazioni, ma aveva un significato particolare. Secondo più grande luogo di esecuzione di massa scoperto in Russia dopo il poligono di Butovo, era parte di una memoria internazionale e riuniva delegazioni ogni anno. Peraltro, dopo 2014, in seguito all’annessione della Crimea, si sono andate a sovrapporre a questa potenza simbolica una serie di tensioni: i delegati ucraini hanno infatti smesso di andare a Sandormoch, ottenendo la solidarieta’ di Dmitriev e Flige e provocando, in risposta, la diserzione delle delegazioni russe e della chiesa ortodossa russa. Intanto gli ucraini hanno posto maggiore importanza su Sandormoch, ricordando con rinnovata intensità che lì vennero fucilati moltissimi ucraini tra cui i rappresentanti del cosiddetto Rinascimento Ucraino, stagione particolarmente felice per il Paese non solo dal punto di vista culturale e artistico ma anche di riappropriazione della cultura ucraina, terminata con l’arresto e la fucilazione dei protagonisti. Nel contesto delle tensioni internazionali, Sandormoch è quindi diventato “il luogo in cui i russi hanno ucciso l’indipendenza intellettuale degli ucraini”. Nel 2016 inoltre, anno in cui Dmitriev è stato arrestato, la Carelia per la prima volta non ha mandato nessun rappresentante alle commemorazioni di Sandormoch. Questo perché c’era stato un cambio di potere che, secondo molti specialisti, ha influito molto su questo caso.

Contemporaneamente alle accuse verso Dmitriev - e verso Sergej Koltyrin, custode di Sandormoch condannato per violenza sessuale (a lui è mancato il sostegno internazionale che Jurij Dmitriev ha invece avuto) e morto in carcere di tumore -, studiosi della Carelia hanno avanzato l’ipotesi che a Sandormoch non ci fossero soltanto vittime dello stalinismo ma anche membri dell’Armata Rossa, uccisi dai finlandesi durante la Guerra di Continuazione seguente a quella d’Inverno. Quindi, non “cittadini innocenti uccisi da un regime sanguinario" ma “eroi sovietici uccisi da un nemico straniero”.

Questa teoria non ha alcun fondamento storico, gli stessi storici che l’hanno avanzata hanno dichiarato di non avere nessun documento d’archivio a testimonianza della loro tesi; eppure, mentre Dmitriev era in carcere e il suo collega moriva, a Sandormoch è stata mandata un’istituzione, creata da Vladimir Putin e chiamata Società per la Storia Militare Russa, per scavare le fosse comuni e dimostrare che i morti fossero eroi sovietici. Unendo tutti questi punti - e sentendo le parole che Putin ha detto in occasione dell’inaugurazione del Muro del Dolore: “Il GULag è una pagina terribile della nostra storia, dobbiamo ricordarne le vittime ma anche guardare avanti ed essere uniti per il futuro e non fare conti con il passato” -, sembra che, in questo momento, in Russia chi si occupi della memoria o parli delle vittime sovietiche; chi come Memorial pubblichi i nomi degli assassini o come Dmitriev dica apertamente che lo Stato ha ucciso dei cittadini innocenti è visto in maniera scomoda. Lo Stato sta facendo molto per ricordare il GULag, ma se ne deve parlare entro certi termini, senza “fare i conti con il passato”. Il caso di Dmitriev è il più clamoroso da questo punto di vista ma non è l’unico. Io non credo, oltretutto, che dietro di esso vi sia Putin, penso che il suo caso sia una questione locale che però è diventata poi simbolo, nel senso di silenziamento delle posizioni indipendenti, di questa guerra della memoria sia a livello nazionale che internazionale. Questa per adesso è un’ipotesi, che potremo verificare se e quando avremo accesso ai documenti, ma quello che considero certo, è che Jurij Dmitriev sia vittima di un accanimento che ha visto la continua cancellazione di verdetti pronunciati da giudici diversi.

Alla luce di tutto questo, come pensa si evolverà la condizione di Dmitriev e in generale dei dissidenti in Russia?

Personalmente spero sempre nel meglio. Devo dire, però, che quello che sta accadendo fa molta paura. La speranza di molti era riposta nella nuova generazione, con un diverso senso civico, che avrebbe potuto portare avanti le manifestazioni per le libertà… ma tra arresti e processi anche questa via non è facile da percorrere. Molti giovani capaci, intellettuali e non solo, se ne vanno all’estero ogni giorno: la Russia sembra avere difficolta’ a sviluppare un sentire civico che comprenda l’importanza della democrazia, o comunque a proporre un’idea di sistema politico alternativo al putinismo. Basta solo vedere le reazioni violente al caso di Dmitriev sui social media: pare a volte che ci sia un accanimento del pubblico nei suoi confronti proprio perchè visto come un oppositore. La Russia è comunque un Paese che è stato capace più di una volta di sorprendere - nessuno sapeva chi fosse Putin prima che la sua figura s’imponesse o immaginava che l’Unione Sovietica potesse collassare, come poi è avvenuto -, pertanto chissà, magari succederà qualcosa di simile e cambierà tutto di nuovo.

a cura di Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

29 ottobre 2020

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