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Tre grandi pericoli ancora attuali

una riflessione di Annalia Gugliemi sulla Polonia di oggi e di ieri

Bronisław Geremek

Bronisław Geremek

Fra i principali dirigenti di Solidarność, deputato e ministro negli anni novanta, vi era anche uno storico di grande valore, Bronisław Geremek, che nel 1990 proponeva queste riflessioni drammaticamente attuali:

“Se guardiamo all'Europa centrale di oggi possiamo scorgere sia un’atmosfera di libertà riconquistata sia un senso di debole radicamento delle istituzioni democratiche e del pensiero de­mocratico nelle società post-comuniste.

Tre pericoli accompa­gnano in questa fase transitoria i Paesi che si sono liberati dalla dittatura comunista.

Il primo è il populismo. Esso trova un na­turale terreno di coltura nelle esperienze finora vissute da tali società e si fonda sulle illusioni egualitarie. Può diventare un’ar­ma pericolosa nelle mani dei demagoghi politici. Può rovesciare un ancor debole ordinamento democratico.

Il secondo pericolo è la tentazione di instaurare governi dalla mano forte [...]. Tale tentazione è particolarmente forte nelle società post-comuniste. È forte perché deboli sono invece le istituzioni democratiche e lo stile democratico di pensiero. La tentazione di governi dalla mano forte è un pericolo reale per la democrazia nell’Europa centrale.

Il terzo pericolo della fase transitoria è il nazionalismo. Sotto il governo dei comunisti la forma più semplice di resi­stenza da parte della società era il richiamo al sentimento nazio­nale, che [...] garantiva la solidarietà fra le persone. Ma a volte, in situazioni di grande trasformazione e di instabilità sociale, tale sentimento subisce delle deformazioni e diventa nazionali­smo e sciovinismo.”

Queste parole tornano inevitabilmente alla mente guardando quanto sta accadendo oggi in Polonia e in altri Paesi del vecchio blocco sovietico, perché a distanza di quasi 30 anni da quando furono pronunciate, esse sembrano trovare piena realizzazione. Le celebrazioni per il centenario della riconquista della sovranità nazionale polacca, che si sono svolte a Varsavia l’11 novembre scorso, se da un lato sembrano confermare le drammatiche previsioni del professor Geremek, dall’altro hanno ancora una volta dimostrato l’esistenza di un forte movimento di opposizione democratica alle politiche dell’attuale governo. La presenza al corteo delle bandiere di Forza Nuova, e del movimento polacco nazionalista ONR con l’avallo del governo, non lasciano molti dubbi sul carattere nazionalista, sovranista e fortemente antieuropeista dell’attuale élite al potere, che non ha voluto prendere le distanze dal corteo ultrà che il sindaco uscente di Varsavia Hanna Gronkiewicz-Waltz - esponente del partito d'opposizione Piattaforma Civica (PO) che si è aggiudicato anche le ultime amministrative nella capitale - aveva vietato per ragioni di sicurezza con un’ordinanza del 7 novembre. Immediato il ricorso degli organizzatori al tribunale distrettuale che, nel giro di 24 ore, ha ribaltato la decisione del primo cittadino, autorizzando il corteo delle estreme destre. Nel frattempo, però, era già intervenuto il governo annunciando una manifestazione ufficiale, “aperta a tutti i polacchi”, per sostituire quella bandita dal sindaco e alla presenza del presidente Duda e del premier Morawiecki.

È dal 2010 che tre formazioni dell'estrema destra polacca sfilano nel pieno centro di Varsavia in occasione dell'11 novembre. Come accaduto nelle precedenti edizioni, gli organizzatori della manifestazione hanno invitato migliaia di esponenti di movimenti dell'estrema destra europea. Folta e visibile la rappresentanza italiana di Forza Nuova, presenti anche bandiere e ospiti dell'ungherese Jobbik e del Partito Popolare Nostra Slovacchia, oltre a esponenti di movimenti neofascisti spagnoli, francesi e svedesi. Un segno di rottura rispetto al passato è stato il rifiuto della Curia polacca di partecipare all'avvio della manifestazione, che sarebbe dovuta cominciare con una messa per la madrepatria davanti alla sede del parlamento. "Ringrazio tutti coloro che sono venuti in piazza, onore agli eroi", ha detto il presidente Duda a conclusione del suo discorso ufficiale, senza prendere alcuna distanza ufficiale da quanto avveniva dietro di lui: "Via dall'Europa", “Potere bianco”, "Europa bianca o spopolata", gridavano gli ultrà in corteo agitando le bandiere nazionali, i loro vessilli con le croci celtiche e le fiaccole, simbolo di azione estremista. Lanciavano petardi contro chi li contestava, senza che la polizia, presente con idranti e reparti speciali antisommossa, muovesse un dito.

Nel primo pomeriggio lungo la centrale via Jerozolimskie si notavano già due cortei. Da un lato vi erano i partecipanti alla manifestazione governativa, dall'altro quelli pronti a sfilare nell'evento organizzato dalla destra radicale con croci uncinate e bandiere di movimenti neofascisti in bella vista. Una scena paradossale. Il premier Morawiecki, che aveva assicurato tolleranza zero per la simbologia neofascista o di estrema destra durante l'11 novembre, si trovava sul posto e ha fatto finta di nulla. Entrambi i gruppi hanno ascoltato le parole pronunciate dal presidente Duda che, parlando da un veicolo militare, si è augurato di «sfilare assieme sotto i nostri striscioni biancorossi in un'atmosfera gioiosa» e ha ricordato come «sotto la nostra bandiera c'è spazio per tutti. Dobbiamo essere uniti per la Polonia». Nonostante la gioia auspicata dal presidente Duda, l'atmosfera del secondo corteo è stata tesa e rabbiosa, con petardi e slogan come “Pedofili e pederasti sono entusiasti dell'Ue”, “Chi vuole un negro se lo tenga a casa propria”, “Polonia né rossa né arcobaleno ma solo cattolica” e “Costituzione prostituzione” a romperne il silenzio. 

La crescita di questi movimenti ha tuttavia dato vita anche agli anticorpi per affrontarli, sotto forma di una società civile fortemente contraria a farsi rappresentare, in Polonia e nel mondo, da questa raffigurazione. Così, si sono aggiunte a Varsavia altre due grosse manifestazioni, volute rispettivamente dal movimento di opposizione democratica KOD e dal partito di sinistra Razem (Insieme), che hanno fatto propria l’intenzione di dimostrare come lo spirito nazionale non è patrimonio esclusivo della destra e come si possa dirsi orgogliosamente polacchi pur senza condividere uno spirito belligerante, purista e allergico alla modernità e alla diversità in ogni sua forma.

In Polonia la società civile resiste e si sta rafforzando nelle città, come dimostrano i risultati delle ultime elezioni amministrative. In Ungheria il consenso di Orbán è ben più incontrastato. Repubblica Ceca e Slovacchia cercano di smarcarsi da Varsavia e Budapest con posizioni più pragmatiche. Il premier ceco Andrej Babis ha offerto al grande scrittore dissidente, e poi esule, Milan Kundera di riavere la cittadinanza che la dittatura comunista gli tolse prima della svolta del 1989. In Polonia, invece, la maggioranza al governo non di rado definisce "traditori" i protagonisti della rivoluzione pacifica (il compromesso non violento tra Solidarność e la Giunta di Jaruzelski per la transizione alla democrazia), degli eroi quali Lech Walesa e Adam Michnik, o i compianti Bronislaw Geremek o Tadeusz Mazowiecki.

Sono molti i protagonisti delle lotte di Solidarność e dei cambiamenti del 1989 ad essere scesi in campo in questi mesi per difendere la democrazia e le libertà civili nel Paese, da Lech Walesa, che ha scritto un appello alla popolazione, all’europarlamentare Roza Thun, che ha rifiutato con una lettera molto dura l’invito del presidente Duda al Castello Reale, ad esponenti del mondo della cultura e dell’arte e anche della Chiesa e, per finire, a Donald Tusk, presidente della Commissione europea. Tusk, durante i Giochi della Libertà svoltisi a Lodz il 10 novembre, ha detto: “Prima di tutto contate su voi stessi. Józef Piłsudski, quando sconfisse i bolscevichi, e quindi difese l'occidente, aveva una situazione un po’ più più difficile di quella attuale. Lech Walesa, quando sconfisse i bolscevichi in senso simbolico, aveva una situazione molto più difficile. Se nella nostra storia siamo riusciti per due volte a sconfiggere i bolscevichi, perché non dovremmo sconfiggere i "bolscevichi moderni"? (…) diciamolo ancora una volta: l'eroe, il padre della nostra indipendenza è Jozef Pilsudski, l'eroe, il padre della nostra libertà è Lech Walesa. E basta! Nessuna politica sulla storia imposta dall’alto potrà mai cambiare questi fatti". Ed ha concluso il suo discorso con un appello ai giovani: “Senza i vostri, i nostri, diritti e la nostra libertà, non c'è alcuna indipendenza. Difendete questi diritti e la vostra indipendenza, questo è il vostro compito”.

Annalia Guglielmi, collaboratrice di Gariwo ed esperta di Europa dell'Est

19 novembre 2018

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