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Yiulia Tymoshenko e l'oblio impossibile

perché l'Europa non deve dimenticare la democrazia

"La nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di una minoranza ma della cerchia più ampia di cittadini", scriveva Tucidide. Questa epigrafe esprime al meglio l'impegno che l'Unione Europea e gli Stati membri devono assumersi di fronte all'opinione pubblica interna e mondiale. Oggigiorno, mentre le istituzioni europee affrontano problemi di credibilità, le varie nazioni vivono in modo contrastante l'esperienza democratica, nata sulle ceneri del fascismo e del comunismo. 



L'Ucraina e l'opposizione soffocata


L'incarcerazione dell'ex premier ucraino è attualmente il simbolo di queste contraddittorie esperienze. Ultimamente Yiulia Tymoshenko, condannata a sette anni di carcere formalmente per aver "favorito la Russia" nei negoziati energetici del suo Paese, è svenuta rinfocolando l'ipotesi sostenuta dalla figlia che il regime post-comunista di Yanukovich la sottoponga a torture. Il marito è appena espatriato in Repubblica Ceca per paura che la repressione colpisca tutta la famiglia dell'ex leader. 


La figlia e l'avvocato possono incontrarla una volta alla settimana in una sala apposita dove lei deve stare sdraiata ed è sempre accompagnata da una misteriosa compagna di cella. I compagni di partito non possono farle visita, mandarle messaggi o protestare davanti alla prigione. I poliziotti conoscono uno a uno i pochi volontari che ancora si ritrovano per chiedere di "non dimenticare Yiulia".  


Il sindaco della città periferica di Kharkiv, sede del penitenziario, ha anche ordinato ad alcuni uomini di continuare a presidiare la piazza potando gli stessi alberi e riempiendo la stessa buca. Il governo, allettato dai proventi dei prossimo Europei di calcio, tende a minimizzare e a respingere al mittente le timide proteste occidentali di fronte a un regime che ripropone l'autoritarismo comunista determinato a soffocare ogni forma di opposizione.


La democrazia ungherese al bivio 


Un altro dramma tutto europeo è quello dell'Ungheria, nazione che vide i gesti di bontà insensata di numerosi Giusti, ma che oggi è soffocata dalla legge bavaglio contro la stampa e da un revival dell'estrema destra populista. Bruxelles sta reagendo con una certa determinazione e sta valutando sanzioni economiche se Budapest si allontanerà dallo Stato di diritto. 


Il premier Viktor Orbán si era imposto sulla scena come alfiere della lotta anti-corruzione, in un Paese che secondo la BBC "dispera dell'intera classe politica". Presto però ha canalizzato la rabbia verso gli ex governanti comunisti e socialisti in un'azione di smantellamento delle istituzioni rappresentative. Tra le altre cose, ha cambiato le circoscrizioni elettorali per garantire la maggioranza al suo partito, ha rimosso gli esponenti dell'opposizione dalla commissione elettorale e ha inserito i suoi uomini nella magistratura. Gli ungheresi scendono in piazza, ma nei sondaggi premiano il partito antisemita e antirom Jobbik anche se la percentuale maggiore ce l'hanno sempre gli insoddisfatti e i dubbiosi. 


L'unione Europea ha inviato infatti ieri tre nuove lettere al primo ministro Viktor Orbán, nelle quali chiede di garantire l’indipendenza della Banca centrale, dell’Agenzia per la protezione dei dati personali e, più in generale, dell’apparato giudiziario.
Si tratta della prima tappa per aprire una procedura di infrazione nei confronti dell'Ungheria.


Minsk, un declino politico ed economico


Una terza incognita per l'Europa è la Bielorussia. Questo regime vicino a Putin ha di recente rafforzato il suo potere con elezioni truccate. Il dittatore Lukashenko è inamovibile dal 1994 facendo del Paese un solitario avamposto del comunismo. La repressione si abbatte indifferentemente sulle donne che protestano contro il turismo sessuale, sugli attori del Belarus Free Theatre e sui leader dell'opposizione, molti dei quali sono finiti in carcere o costretti all'esilio. Anche contro Lukashenko l'Europa sta vagliando l'ipotesi di sanzioni. Certo è che il declino economico sofferto dalla Bielorussia dopo il crollo dell'Unione Sovietica è una minaccia di non poco conto per i fragili tentativi delle opposizioni di lottare per la democrazia.

18 gennaio 2012

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