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Breve è meglio?

analisi dei processi dei tribunali penali internazionali

Poche sentenze in tanti anni. È una delle accuse più frequenti rivolte ai tribunali penali internazionali. Song Sang-hyun, appena rieletto per il suo secondo ed ultimo mandato come Presidente della Corte Penale Internazionale, giustifica questo aspetto con diversi elementi, e ricorda l'importante "effetto di dissuasione" che il lavoro della Corte è riuscito a creare.

Dal 1998, anno della sua entrata in vigore, la Corte Penale Internazionale è giunta a sentenza definitiva solo per il caso di Thomas Lubanga, condannato a 14 anni di reclusione per aver arruolato bambini soldato all'interno dei movimenti ribelli del Congo, da lui guidati.

Spiega Sang-hyun che il motivo di queste lungaggini si basa innanzitutto sulla complessità delle indagini necessarie per pronunciarsi su di un crimine contro l'umanità. "Ad esempio, se abbiamo un responsabile di un crimine che parla la lingua di una piccola tribù africana, dobbiamo educare per alcuni mesi qualche membro di tale tribù affinchè possano operare da interpreti durante il processo". La grande quantità di testimoni inoltre porta a dover "leggere decine di migliaia di fogli di interrogatori, ognuno dei quali deve essere tradotto preventivamente".

Il Presidente ricorda il triplice ruolo di prevenzione, protezione e persecuzione che spetta ai diversi tribunali penali internazionali, e sottolinea che la dissuasione, legata al primo elemento, è molto forte grazie all'operato della Corte Penale. "Il giudizio contro Lubanga - continua Sang-hyun - ha permesso la liberazione di 3000 bambini soldato da parte dei ribelli nepalesi, e l'impegno formale dello Yemen a non arruolare più minori nelle fila dei suoi soldati".

Simili critiche sulla lunghezza dei processi sono giunte al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che dopo due decenni ha quasi ultimato i lavori, ma non ha garantito la riconciliazione nazionale delle parti in causa. Basti pensare agli scontri, politici e sociali, scatenati in Serbia e Croazia dall'assoluzione dei due generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac. L'antagonismo tra le etnie e tra gli Stati persiste anche a livello europeo, in quanto sia Serbia che Croazia sono Stati candidati ad essere ammessi nell'Unione.

Fiore all'occhiello della giustizia internazionale è invece la Corte Speciale per la Sierra Leone, il primo tribunale ibrido formato da giudici nazionali e internazionali. La Corte ha permesso ai sopravvissuti dei massacri successivi al 1996 di partecipare attivamente al processo e non solo di essere degli spettatori passivi. Secondo un sondaggio condotto dall'Unione europea nello scorso maggio, l'80% dei superstiti crede che la Corte abbia compiuto totalmente il suo mandato, e il 91% sostiene che essa abbia contribuito a rafforzare il processo di pace nel Paese.

La Corte può vantare un altro successo statistico: è stato il primo tribunale internazionale a condannare un ex capo di Stato, dopo la seconda guerra mondiale, con la sentenza emessa il 26 aprile 2012 nei confronti di Charles Taylor, Presidente liberiano dal 1997 al 2003.

3 gennaio 2013

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Tribunali penali internazionali

uno strumento per processare i crimini contro l'Umanità

Già agli inizi del ventesimo secolo le potenze vincitrici della prima guerra mondiale avevano incaricato una “Commissione Alleata” di studiare l’istituzione di una “Corte Internazionale di giustizia penale” per punire i crimini contro le “leggi di umanità”, ma il progetto era fallito, schiacciato dalle superiori esigenze diplomatiche.
La prima esperienza significativa di Tribunale sovranazionale, pur se militare e non civile, è quella della Corte di Norimberga per i crimini commessi dai nazisti, costituita dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Un analogo tribunale fu istituito per le stesse finalità a Tokyo.

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