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La Cambogia e i "maggiori responsabili"

protestano le vittime dei Khmer Rossi

Dopo diversi anni di lavoro il Tribunale Speciale per la Cambogia ha processato unicamente quattro individui, tra cui il guardiano del noto centro di tortura di Tuol Sleng, conosciuto come campo S-21, condannato per crimini contro l’umanità.

La richiesta di giustizia da parte delle vittime e dei loro familiari si scontra con il dibattito interno al paese su cosa ricordare e cosa dimenticare dei crimini commessi durante il regime di Pol Pot tra il 1975 e il 1978. Lo stesso Primo Ministro Hun Sen nel 1998 aveva dichiarato che per il Paese era tempo di “seppellire il passato”.
Il governo cambogiano ha respinto la richiesta di allargare la schiera delle persone ritenute “maggiormente responsabili” anche a individui esterni alla catena di comando. Tale richiesta era stata avanzata dalle vittime della persecuzione, che denunciavano la presenza dei soli leader tra gli imputati del Tribunale Speciale, con l’esclusione di tutti gli altri responsabili che non erano parte della leadership politica o militare.

La Corte è stata “vittima del proprio Statuto”. Il mandato del Tribunale Speciale per la Cambogia prevede infatti la possibilità di giudicare i leader politici e militari dei Khmer Rossi “insieme ad altri individui ritenuti maggiormente responsabili" per i crimini commessi dal regime. Lo scarto tra la lettera e quanto avvenuto nella realtà è notevole, e rischia di minare la credibilità del Tribunale Speciale, che si profila sempre più come un tribunale dei vincitori, in cui il governo cambogiano isola qualche “cattivo ragazzo” e dimentica chi al suo interno è sospettato di aver avuto un ruolo nello sterminio, pur non figurando come leader.

Il problema non è unicamente politico, ma è anche conseguenza della vaghezza di alcune disposizioni dei mandati dei Tribunali penali internazionali. Il Tribunale Speciale per la Cambogia non è la prima corte a cadere nel dilemma degli individui “maggiormente responsabili”.
Quando venne redatto lo Statuto della Corte Penale Internazionale nel 1998 si pensò a una formula che ponesse la giurisdizione sopra ai “crimini più gravi all’attenzione della comunità internazionale”. La scelta fu dettata da motivi di rapidità nell’accettazione della Carta da parte di tutti gli Stati e dalla necessità di evitare un sovraccarico di lavoro alla Corte appena formata. Questa formulazione ha permesso di giudicare anche individui esterni alla leadership politica e militare, ma non abbandona la vaghezza in quanto la gravità dei crimini risulta dipendente dall’attenzione degli Stati.

Il dilemma dei “maggiormente responsabili” risiede sostanzialmente nella difficoltà di qualificare tali individui in assenza di disposizioni precise all’interno degli Statuti dei Tribunali. Le risposte a questo problema sono state vaghe, come evidenziato dal caso della Corte Speciale per la Sierra Leone, che come criterio per definire tali individui ha proposto quello della gravità del crimine commesso. Tale formula non specifica la precedente e lascia aperto il dibattito intorno alle persone da processare.

1 ottobre 2012

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Tribunali penali internazionali

uno strumento per processare i crimini contro l'Umanità

Già agli inizi del ventesimo secolo le potenze vincitrici della prima guerra mondiale avevano incaricato una “Commissione Alleata” di studiare l’istituzione di una “Corte Internazionale di giustizia penale” per punire i crimini contro le “leggi di umanità”, ma il progetto era fallito, schiacciato dalle superiori esigenze diplomatiche.
La prima esperienza significativa di Tribunale sovranazionale, pur se militare e non civile, è quella della Corte di Norimberga per i crimini commessi dai nazisti, costituita dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Un analogo tribunale fu istituito per le stesse finalità a Tokyo.

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