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Uno strumento per processare i crimini contro l'Umanità

Già agli inizi del ventesimo secolo le potenze vincitrici della prima guerra mondiale avevano incaricato una “Commissione Alleata” di studiare l’istituzione di una “Corte Internazionale di giustizia penale” per punire i crimini contro le “leggi di umanità”, ma il progetto era fallito, schiacciato dalle superiori esigenze diplomatiche.
La prima esperienza significativa di Tribunale sovranazionale, pur se militare e non civile, è quella della Corte di Norimberga per i crimini commessi dai nazisti, costituita dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Un analogo tribunale fu istituito per le stesse finalità a Tokyo.
Con la definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 si pose all’ordine del giorno l’esigenza di un tribunale penale sovranazionale, che tuttavia fu bloccato dalla resistenza di singoli Stati e dall'avanzare della guerra fredda. 
Soltanto negli anni ’90 è tornata alla ribalta tale necessità, sull’onda dell’emozione suscitata dal genocidio rwandese e dalla pulizia etnica nei Balcani.

Come primo passo l’Onu ha istituito, nel 1993, un “Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia” con sede all’Aja, per perseguire gli autori della pulizia etnica, e nel 1994 ad Arusha, in Tanzania, il “Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda”. Contemporaneamente, il graduale processo di pacificazione in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid, ha portato alla creazione  -da parte dello Stato nazionale - di una “Commissione per la verità e la riconciliazione” equiparabile a un vero e proprio tribunale deputato a indagare e giudicare sulle violazioni dei diritti umani in quella società. 
Nel 1998 l’Onu ha istituito la “Corte Penale Internazionale” con giurisdizione sui reati correlati ai crimini contro l’Umanità e sede all'Aja.  Lo Statuto è stato firmato a Roma il 17 luglio ed è entrato in vigore nel 2002 con il raggiungimento della condizione di 120 adesioni, pur con significative eccezioni come Stati Uniti, Turchia, Cina, Giappone, Israele.
Gli Stati firmatari hanno rinunciato alla parte di giurisdizione relativa ai crimini di competenza della Corte, nell'intento di dotare l'Onu di un ulteriore strumento efficace nel dirimere pacificamente le tensioni internazionali, garantendo la giusta punizione ai responsabili. 

Spesso i governi non hanno espresso alcuna volontà politica di processare gli autori di crimini contro l’Umanità e questo ha contribuito a creare una cultura della impunità intorno ai fatti più gravi riguardanti lo sterminio di propri sudditi e propri cittadini. L’istituzione di un organismo sovranazionale permette che questi crimini non restino impuniti nell’interesse dell’intera comunità internazionale, dopo il trauma della Seconda guerra mondiale.
Come la realtà statuale risulta il frutto di un patto tra cittadini e istituzioni, in cui i cittadini rinunciano a una parte di libertà per garantirsi un livello adeguato di convivenza civile, così una realtà sovranazionale nasce dall’aspirazione dei singoli Stati a un equilibrio stabile in cambio della rinuncia a una parte del proprio potere. Anche perseguire i responsabili di crimini contro l’Umanità può essere considerato un valido contributo al mantenimento della pace nella democrazia delle istituzioni internazionali.
Inoltre tali crimini vengono solitamente commessi in realtà autoritarie, dove chi detiene il potere non ha alcun interesse a perseguire i responsabili, mancando un confronto democratico sulle dinamiche politiche e sociali. In tali situazioni è venuto meno il “contratto sociale” tra cittadini e Stato, poiché i detentori del potere non hanno perseguito il bene comune, ma hanno agito contro una parte della popolazione. Non vi è, in questi casi, una legittimità di governo che giustifichi l’invocazione alla “non ingerenza” e la presenza di un organismo sovranazionale costringe a misurarsi con un consesso più ampio, interessato a sanzionare le condotte repressive e antidemocratiche.

Solo quando una società trova all’interno la forza di affrontare le proprie ferite, esaminando nel confronto democratico le responsabilità e le dinamiche che hanno prodotto la violenza, con la conseguente sanzione dei colpevoli, il ricorso alla Corte internazionale può apparire superfluo, come nel caso citato del Sudafrica. Ciò avviene molto raramente.

Rimangono irrisolti alcuni nodi:
il pericolo di una “delega in bianco” alla giustizia, con un’abdicazione della politica nei confronti degli Stati responsabili di crimini contro l’Umanità;la possibilità di un’influenza preponderante degli Stati di maggior peso nelle decisioni dei giudici;
la mancanza di una legislazione articolata e di una giurisprudenza consolidata sui reati di competenza della Corte, a fronte della necessità che la sua produzione giuridica venga presa ad esempio dagli Stati “giuridicamente” giovani e meno attrezzati nella difesa degli spazi di salvaguardia della sfera dei diritti dell’individuo.
Un codice penale internazionale universalmente riconosciuto è di difficile articolazione e apre il problema del rapporto tra giustizia e legalità. È pensabile l’istituzione di una commissione ONU che possa verificare la conformità dei codici e delle Costituzioni dei singoli Stati alle norme fondamentali di libertà e giustizia contemplate dalla "Carta dei diritti universali dell’Uomo"? 
Di fronte alla composizione di talune commissioni delle Nazioni Unite, in cui prevalgono Stati notoriamente poco inclini al rispetto dei principi democratici, che criteri dovrebbe seguire tale organismo?

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