English version | Cerca nel sito:

Romania, verso la libertà

dal "comunismo nazionale" alla rivoluzione

Nel 1944 i comunisti contribuirono a far cadere il governo di Antonescu e l’Armata Rossa attraversò il confine. Nel 1946 il Partito comunista vinse le elezioni, nel 1948 fu emanata la nuova Costituzione che garantiva libertà di espressione solo agli autorizzati dal Governo. Veniva abolita la Chiesa Greco-Cattolica e introdotta la collettivizzazione delle terre, con deportazione dei contadini. Dopo un periodo di tensioni con Mosca, dove era in corso la destalinizzazione, nel 1967 divenne Presidente Nicolae Ceaușescu, che si fece promotore del “Comunismo nazionale”. Negli anni ‘70, la “Piccola rivoluzione culturale” scatenò le prime espressioni di dissenso organizzato. Negli anni ’80 fu introdotto un rigido razionamento dei beni di prima necessità e si fece più ferreo il controllo sulla società. Voci di dissenso erano quelle di Constantin Noika, Ana Blandiana, Doina Maria Cornea. Nel marzo 1989 la BBC diffuse la “Lettera dei sei”, una critica alla politica interna firmata da ex leader del partito. La manifestazione di protesta del 17 dicembre a Timisoara venne stroncata a cannonate. Il 21 dicembre a Bucarest un comizio di Ceaușescu finì tra i fischi, il dittatore si rifugiò nella sede del Comitato centrale. Il 25 dicembre 1989 Ceaușescu e sua moglie furono uccisi nel bunker di Targoviste, dopo un processo sommario.

Il dopoguerra
In Romania i comunisti ottennero un ruolo significativo nella vita politica dall’agosto 1944, quando, a fianco dei raggruppamenti democratici e del re Michele, fecero crollare il governo filo nazista del maresciallo Ion Antonescu. Una settimana dopo l’Armata Rossa attraversò il confine: l’esercito sovietico rimase nel Paese per 14 anni. L’Unione Sovietica fece pressioni affinché il Partito comunista, che in precedenza era illegale, entrasse nel Governo e i politici non comunisti fossero eliminati dalla scena. Dal gennaio 1945 i tedeschi etnici, cittadini rumeni che vivevano in Romania da 800 anni, furono deportati nelle miniere di carbone di Donbas: 70 mila uomini e donne furono obbligati a lasciare le proprie case e un quinto di loro morì di stenti, per incidenti sul lavoro o malnutrizione.
Nelle elezioni del 9 novembre 1946, i comunisti ottennero l'80% dei voti. Dopo la vittoria eliminarono i partiti centristi e il potere passò totalmente nelle loro mani. Tra il 1946 e il 1947 centinaia di funzionari pubblici, militari e civili, vennero processati con l’accusa di aver sostenuto il regime del generale Antonescu, molti furono condannati a morte per crimini di guerra. Nel dicembre 1947 Re Michele si ritirò in esilio dopo essere stato costretto ad abdicare, il 13 aprile 1948 fu emanata la Costituzione della Repubblica Popolare Rumena che proibiva e puniva ogni associazione di natura fascista o anti democratica e garantiva la libertà di stampa, di parola e di assemblea solo a chi era autorizzato dal Governo. La Chiesa greco-cattolica rumena venne abolita attraverso una fusione con la Chiesa ortodossa, di fatto controllata dal regime.
Nei primi anni del dopoguerra gli accordi “SovRom” fecero nascere molte imprese sovietico-rumene, consentendo l’esportazione in Urss dei prodotti rumeni a prezzo politico. In tutti i ministeri, c'erano "consiglieri" sovietici che dipendevano direttamente da Mosca e detenevano i reali poteri sovietici, informatori e agenti segreti controllavano la società. Nel 1948 fu introdotta la collettivizzazione forzata delle terre, e i contadini che non intendevano cedere i campi volontariamente furono"convinti" con la violenza, intimidazioni, arresti e deportazioni. Il 1 giugno 1948 le banche e le maggiori imprese vennero nazionalizzate. Gli oppositori politici subirono il carcere, le torture e persero la vita. Il 18 giugno 1951 cominciò la deportazione dei contadini del Banato (Transilvania sud-orientale, al confine con la Jugoslavia): circa 45 mila persone raccolsero i propri averi e li caricarono su carri bestiame sotto scorta armata e vennero deportate nelle pianure orientali. Questa azione volle indurre gli ultimi contadini autonomi ad entrare nelle fattorie collettive. All’interno del partito si giunse ad uno scontro tra sue diverse anime, che portò all’eliminazione dei gruppi “dissidenti” con la linea sovietica. Nel partito c’erano tre importanti correnti, tutte staliniste: i "Moscoviti", tra loro Ana Pauker e Vasile Luca, che avevano trascorso gli anni di guerra nella capitale sovietica, i "Comunisti Prigionieri" di Gheorghe Gheorghiu-Dej, che erano stati nelle carceri rumene durante la guerra, e gli stalinisti "Comunisti del Segretariato", tra cui Lucretiu Patrascanu, che si erano nascosti durante gli anni di Antonescu e avevano partecipato al Governo del 1944. Dopo la morte di Stalin, e probabilmente anche a causa delle politiche anti-semite del tardo stalinismo (la Pauker era ebrea), Gheorghiu-Dej e i "Comunisti Prigionieri" ebbero la meglio. La Pauker fu espulsa dal partito (insieme ad altri 192.000 membri); Patrascanu fu torturato con l’amputazione di una gamba, accusato di revisionismo e giustiziato con un processo farsa.

Il regime di Gheorghiu-Dej e gli anni cinquanta
Gheorghiu-Dej, rigoroso stalinista, non gradì le riforme introdotte in Unione Sovietica da Chruščëv dopo la morte di Stalin nel 1953. Inoltre, non condivise l'obiettivo del Comecon di portare la Romania nel Blocco Orientale attraverso un programma di sviluppo dell'industria pesante. Chiuse i maggiori campi di lavoro, abbandonò il progetto del Canale Danubio-Mar Nero, pose fine al razionamento e aumentò i salari dei lavoratori. Questi provvedimenti e il risentimento dovuto al fatto che i territori storici della Romania erano rimasti nei confini dell'URSS, portò la Romania di Gheorghiu-Dej su una via relativamente indipendente e nazionalista, anche se il Paese aderì al Patto di Varsavia nel 1955. Quando il regime comunista raggiunse la stabilità, aumentarono gli arresti soprattutto tra le élite pre-belliche: gli intellettuali, gli uomini di chiesa, gli insegnanti, gli ex politici anche con orientamenti di sinistra, come la Pauker e Patrascanu. Nacque un sistema di campi e prigioni per i lavori forzati sul modello sovietico dei Gulag. La ripresa dell’inutile progetto del Canale Danubio-Mar Nero divenne il pretesto per l'edificazione di numerosi campi di lavoro. Tra i più famosi ci furono Sighet, Gherla, Pitesti e Aiud; ne furono istituiti alcuni anche nelle miniere di alluminio sul Delta del Danubio. La tristemente famosa prigione di Pitesti divenne l'epicentro di un particolare "esperimento" comunista, con torture psicologiche e fisiche che portavano al crollo totale dell'individuo e trasformavano le vittime in carnefici. Per i paesi del blocco comunista la “Rivoluzione ungherese” del 1956 fu un momento cruciale che indicò la necessità di un cambiamento: la maggior parte degli stati prese le distanze della rigide regole dello stalinismo in favore di un “comunismo dal volto umano”. Dej sfruttò il disgelo voluto da Chruščëv e la condanna dello stalinismo per rafforzare la propria posizione nel Partito. Durante la rivoluzione di Budapest, il governo rumeno offrì il proprio sostegno all’URSS, in cambio l’Unione Sovietica nel 1958 ritirò le proprie truppe dalla Romania, anche grazie alla fiducia di Mosca nel nella capacità del Governo di soffocare ogni iniziativa anti comunista, rafforzata da alcune modifiche al codice penale che inasprivano le pene per le attività anti-comuniste. Dopo la rivoluzione del 1956, Gheorghiu-Dej lavorò a stretto contatto con il nuovo leader ungherese, János Kádár. In cambio, Kádár rinunciò alle pretese sulla Transilvania. In questa regione si unificarono le scuole ungheresi e rumene a Cluj. Dopo il 1956, in Romania iniziarono le purghe politiche e si diffuse il terrore: ogni iniziativa di opposizione fu duramente sanzionata , crebbe il numero dei campi di lavoro. Si spensero nel sangue le proteste contro la nazionalizzazione e la collettivizzazione: chi si opponeva era perseguitato, torturato, ucciso o deportato. Anche a seguito di queste repressioni, presero vigore alcuni gruppi di resistenza armata, soprattutto nelle province di Galac, Tulcza, Mures, Gorj, Dolj, Bacau, Dambovita e Arges. Queste organizzazioni non costituivano una reale minaccia per il regime ma avevano un enorme valore simbolico. La resistenza armata nacque immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale grazie ai partigiani che si rifugiarono sui Carpazi, in piccoli gruppo che riunivano persone molto diverse tra loro per estrazione sociale e orientamento politico: c’erano ex ufficiali dell’esercito, studenti, contadini, medici operai, alcuni di loro avevano fatto parte della Guardia di Ferro di estrema destra, altri invece erano comunisti.

Nicolae Ceaușescu e il “comunismo nazionale”
Un altro importante elemento per la formazione dell’opposizione rumena è costituito dalla nascita, alla fine degli anni cinquanta, di un “comunismo nazionale”. I primi passi in questa direzione furono compiuti da Dej, poi, dal 1965, Nicolae Ceaușescu fece del comunismo nazionale la linea guida del governo rumeno. Nicolae Ceaușescu divenne Capo del Partito Comunista nel 1965, dopo la morte in circostanze non chiare di Dej a Mosca, e Capo dello Stato nel 1967. Fin dai primi anni del suo governo Ceaușescu seppe efficacemente sfruttare il nazionalismo nel gioco politico: appellandosi ai sentimenti antisovietici della gente si conquistò le simpatia della società. Al comunismo nazionale si accompagnò una certa liberalizzazione dell’economia. Nell’aprile 1964 la Romania rifiutò un nuovo accordo “SovRom”, che prevedeva lo sfruttamento “congiunto” rumeno-sovietico del delta del Danubio, e che di fatto avrebbe colpito l’integrità territoriale dello Stato. Ad ottobre il segretario del Partito operaio rumeno ottenne il ritiro dei consiglieri sovietici dalle istituzioni partitiche e statali rumene. Vennero rilasciati i prigionieri politici, per dare l’impressione che il terrore fosse una conseguenza della politica sovietica e che la Romania si stesse invece incamminando verso un sistema liberale. Il 22 marzo 1965 il Plenum del Comitato Centrale del Partito Operaio Rumeno elesse all’unanimità Nicolae Ceaușescu primo segretario del partito. Ceaușescu sfruttò il processo di liberalizzazione per eliminare tutti gli oppositori, accusandoli di essere responsabili del terrore degli anni’50. Nel 1967 la Romania allacciò rapporti diplomatici con la Repubblica Federale Tedesca e l’anno successivo condannò l’invasione della Cecoslovacchia rifiutandosi di inviare l’esercito. La grande popolarità che Ceaușescu si guadagnò grazie a questa politica, a poco a poco divenne un culto della personalità mentre il suo governo diventava sempre più autoritario e i rigidi controlli della polizia soffocavano sul nascere qualsiasi critica al regime. Dopo la visita del 1971 nella Corea del Nord, Ceaușescu sviluppò una visione megalomane di completa ristrutturazione della nazione, la cosiddetta “sistematizzazione” o “Piccola Rivoluzione Culturale”. Una grande parte di Bucarest fu rasa al suolo per far posto al gigantesco complesso della Casa del Popolo e all’annesso Centro Civico. L'edificio con le sue immense dimensioni taglia la città in due. Costruire il Palazzo e il Centro Civico richiese la demolizione di circa un quinto dei distretti storici di Bucarest. Fu raso al suolo un intero quartiere con 40 mila edifici, molti di enorme valore artistico, storico e architettonico, fra cui 19 chiese cristiane ortodosse, 6 sinagoghe e templi ebrei e 3 chiese protestanti, Ciononostante, Ceaușescu continuava a godere del rispetto internazionale: i presidenti degli Stati Uniti e della Francia, l’imperatore giapponese, la regina d’Inghilterra e molti altri continuavano ad esprimere pubblicamente l’ammirazione per il capo del governo rumeno e per la sua politica indipendente da Mosca. Questo rendeva particolarmente difficile per l’opposizione interna la lotta contro un regime accettato dalla comunità internazionale. Negli anni ‘80 per ripagare i prestiti stranieri e terminare la costruzione del Palazzo del Popolo si razionarono i beni di prima necessità in modo sempre più drastico di anno in anno. Dal 1985 furono questo provvedimento si estese anche al petrolio, all’energia elettrica, al gas e al riscaldamento. Nacque il mercato nero e le sigarette divennero la seconda valuta del Paese: erano utilizzate per comprare qualsiasi cosa. Contemporaneamente, il controllo sulla società si fece sempre più rigido: le conversazioni telefoniche erano spiate, la Securitate arruolò molti nuovi agenti, la censura divenne più ferrea. Secondo alcuni rapporti, nel 1989 un rumeno su tre era un informatore.

Le forme del dissenso negli anni settanta e ottanta
Le prime espressioni significative di un movimento dissidente comparvero all’inizio degli anni’70. Dopo la visita di Ceaușescu in Cina e nella Corea del Nord, il Partito introdusse una serie di restrizioni politiche: questa “rivoluzione culturale” in miniatura pose fine alla libertà di parola che era stata ottenuta alla fine degli anni ‘60, e diede il via a iniziative di dissenso organizzate. Nel 1970 il poeta Anatol E. Baconski pubblicò su una rivista letteraria austriaca un articolo in cui protestava contro la censura in Romania, l’anno successivo il poeta Dan Desliu si espresse pubblicamente contro la politica del governo. Nel 1977 scoppiò una protesta nelle miniere di Lupeni, che si diffuse in tutta la pianura dello Jiu. Gli scioperi furono soffocati con la violenza e la deportazioni di centinaia di operai. Nel febbraio 1979 Ionel Cana e Gheroghe Brasoveanu fondarono il Sindacato Libero dei Lavoratori Rumeni. Nonostante il loro arresto, ad aprile il sindacato poteva contare su un numero consistente di aderenti di tutto il Paese. Molti furono costretti all’esilio, ma altri, come Carmen Popescu, riuscirono a rimanere nel Paese e a diffondere all’estero notizie sulle violazioni dei diritti umani. Questo portò all’acutizzarsi delle repressioni con il rafforzamento della Securitate: secondo i dati ufficiali i servizi segreti utilizzavano 70 mila agenti ma si suppone che il loro numero fosse maggiore. Con il rafforzarsi del potere del regime, aumentarono anche le repressioni contro le minoranze nazionali: nel 1972 quella tedesca creò Timisoara il “Gruppo Operativo Banat”, costituito da scrittori francofoni del Banato, che intendeva proporre iniziative culturali indipendenti. I partecipanti subirono dure repressioni: il fondatore William Totoka fu incarcerato, altri, tra cui il premio Nobel Herta Müller, andarono in esilio. Un problema a parte è costituito dalla minoranza ungherese, vittima di un programma di assimilazione totale. Negli anni ’70 un ex esponente del partito comunista, Karoly Kiraly, inviò al partito numerose lettere di protesta contro il processo di assimilazione forzata e contro lo stesso Ceaușescu, trasmesse da Radio Europa Libera. Benché la Chiesa Ortodossa Rumena collaborasse con lo Stato (ci sono prove che alcuni ecclesiasti fossero ufficiali della Securitate), molti religiosi presero posizione contro le limitazioni alla libertà di fede. Uno di loro, Gheorghe Calciu-Dumitreasa, fu arrestato nel 1979 e rilasciato solo nel 1984, a seguito delle proteste internazionali. Nel 1948 era stata abolita la Chiesa Greco Cattolica, e una parte consistente del clero era forzatamente passata alla Chiesa Ortodossa. I vescovi erano stati arrestati, molti erano morti in carcere. Tuttavia, alcune comunità greco-cattoliche continuarono a esistere clandestinamente, mentre una parte dei fedeli entrò nella Chiesa cattolica di rito latino. Anche le Chiese protestanti dovettero lottare per vedere riconosciuti teoricamente i propri diritti: nel 1974 furono arrestati alcuni pastori battisti che avevano preso posizione contro le limitazioni alla vita religiosa. Il regime si servì molto spesso della psichiatria contro gli oppositori. Alcuni membri dell’Associazione degli Scrittori, benché aderenti a un’organizzazione di partito, rivendicarono il diritto alla libertà di pensiero, rifiutarono le rigide convenzioni del realismo socialista e la glorificazione del regime e dei suoi capi, diventando così il simbolo del rifiuto dell’ideologia, anche a prezzo della propria carriera. Una delle rappresentanti più significative di questo gruppo fu la poetessa Ana Blandiana, i suoi versi erano un’aperta critica al regime. Molto importante divenne anche il ruolo di alcuni filosofi, come Constantin Noika e il cosiddetto “Gruppo di Paltinis” raccolto attorno a lui, particolarmente popolare fra i giovani. La figura di dissidente più importante degli anni ’80 è sicuramente quella di Doina Maria Cornea, professore di Romanistica all’università di Cluj, che nonostante le persecuzioni di cui fu incessantemente oggetto, espresse sempre con coerenza la propria opposizione al regime. In questi anni si intensificarono i tentativi di creare un movimento dissidente di ampio respiro che però fallirono quasi tutti per le dure azioni messe in atto dalla polizia segreta. Gli anni ’80 si caratterizzarono per una grave crisi economica e per il progressivo peggioramento delle condizioni di vita. Alla notizia di una nuova diminuzione dei salari, il 15 novembre 1987 migliaia di lavoratori scesero per strada a Brasov protestando contro Ceaușescu. La repressione fu immediata: gli organizzatori e i partecipanti furono arrestati e allontanati dalla città. La notizia si diffuse presto nel Paese e all’estero, con numerose lettere aperte in Occidente.

Il 1989 – il crollo
Il 20 gennaio 1989 alcuni giornalisti del quotidiano “Romania Libera”, furono accusati di essere coinvolti con l’editoria clandestina e arrestati. Nell’ultimo periodo del regime di Ceaușescu le iniziative del movimento dissidente si intensificarono, e crebbero le attese della società, anche per le notizie trasmesse dalle radio libere sui cambiamenti negli altri Paesi del blocco sovietico. Nel marzo 1989 la BBC diffuse la cosiddetta “Lettera dei sei” in cui sei ex leader comunisti criticavano la politica interna di Ceaușescu: la collettivizzazione delle campagne, il folle piano di distruzione di Bucarest, lo strapotere delle Securitate, la censura e le intercettazioni telefoniche. Il 17 marzo il quotidiano francese “Liberation” pubblicò un pamphlet di Mircea Dinescu che descriveva la situazione del Paese. In maggio, durante l’incontro a Parigi della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Gabriel Andreescu fece uno sciopero della fame di due settimane per protestare contro il regime. Due mesi dopo fu presentata alla Commissione per la Difesa contro la Discriminazione e la Difesa delle Minoranze il rapporto sulle violazioni dei diritti umani di Dumitri Mazilu. Con questo gesto eclatante Mazilu, ex diplomatico e ufficiale della Securitate, iniziò a combattere contro il regime. Nell’ottobre 1989 Doina Maria Cornea insieme a un folto gruppo di dissidenti spedì in Occidente una lettera aperta contro la rielezione di Ceaușescu a segretario del partito. Nel frattempo nel Paese si scatenò una violenta ondata di arresti. L’unica risposta di Ceaușescu ai cambiamenti in atto negli altri paesi del blocco sovietico fu l’aumento della repressione e del terrore. Il 14 dicembre a Jasi si tenne una manifestazione contro Ceaușescu, gli organizzatori furono arrestati. Il 17 dicembre un gruppo di Ungheresi transilvani, a cui si unirono anche numerosi Rumeni, si raccolse a Timisoara davanti alla casa del pastore protestante Laszlo Tokes condannato all’esilio. Il governo rispose con i carri armati, uccidendo 100 persone. Il 20 dicembre il dittatore condannò gli eventi di Timisoara con un discorso alla radio. Il giorno seguente un comizio di Ceaușescu davanti alla sede del Comitato Centrale di Bucarest finì nel caos e fra i fischi, il leader fu costretto a rifugiarsi all’interno dell’edificio. Scoppiarono alcuni petardi e la Securitate sparò sulla folla. La mattina del 22 dicembre fu annunciato il suicidio del generale dell’esercito Vasile Milea. La popolazione prese d’assedio il palazzo dove erano rinchiusi Nicolae ed Elena Ceaușescu, che fuggirono in elicottero dal tetto. Contemporaneamente furono occupate la radio e la televisione, che cominciarono a trasmettere in diretta la cronaca degli eventi. A sera si costituirono i primi reparti armati di rivoltosi ai quali si unì l’esercito che invase la sede della Securitate. Il 25 dicembre. Nicolae ed Elena Ceaușescu furono condannati a morte al termine di un processo sommario nel bunker di Targoviste, dove si erano rifugiati. La sentenza fu eseguita immediatamente.

Figure di coraggio civile
Doina Cornea
Gabriel Andreescu
Ion Vianu
Laszlo Tokes
Mircea Dinescu
Vasile Paraschiv

Tesi
Le peculiarità del mondo rurale rumeno e le sfide dello sviluppo: tra transizione post-comunista e allargamento dell'Unione Europea

Valentina Stramiello, Romeni ed ungheresi nella Romania postcomunista: tra confronto e cooperazione, Bologna, 2003

V. Ierunca
Pitesti, laboratoire concentrationnaire, 1949-1952, ed. Michalon, Paris, 1996

G. Andreescu
Right-wing extremism in Romania, Cluj, 2003

D. Deletant
Ceaușescu and the Securitate: coercion and dissent in Romania, 1965-1989, Armonk, 1995
Communist terror in Romania: Gheorghiu-Dej and the Police State, 1948-1965, New York, 1999
Romania under communist rule, Portland, 1999
M.E. Ionescu, Romania and the Warsaw Pact, 1955-1989, selected documents, Bucarest, 2004

D. Deletant, H. Hanak
Historians as national builders: central and southeast Europe, Hampshire 1988

M. Oprea
The day we won’t forget: 15 november 1987, Brasov, Iasi 2003

M. Shafir
Political culture, intellectual dissent and intellectual consent: the case of Rumenia, Jerusalem,1978
Romania, politics, economics, and society: political stagnation and simulated change, Boulder,1985
Romania policy in the Middle East, 1967-1972, Jerusalem 1974

Biagini Antonello
Storia della Romania contemporanea, Bompiani, Roma, 2004

Costantin Dragan
La vera storia dei rumeni, Milano, 1996

Ioan Horga
Romania and its historical peculiarities amongst the newcomers in the European Union, in Ariane Landuyt e Daniele Pasquinucci, il Mulino, Bologna, 2004

Ion Bolovan A History of Romania , East European Monographs, Columbia University Press, 1996

Steven D.Roper
Romania the unfinished Revolution, Bucarest, Harwood academic publishers, 2000

Tom Gallagher
Romania after Ceaușescu, Edimburgo, Edinburg Press,1995

approfondimento a cura di Annalia Guglielmi

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Gariwo, la foresta dei Giusti

una onlus al servizio della memoria

L'intento di Gariwo è di accrescere e approfondire la conoscenza e l'interesse verso le figure e le storie dei Giusti, donne e uomini che si sono battuti e si battono in difesa della dignità
Opera dal 1999 ma nasce ufficialmente nel 2001 come Comitato foresta dei Giusti-Gariwo e nel 2009 diventa onlus. Nel 2020 si trasforma in Fondazione.
È presieduta da Gabriele Nissim. 

Nel 2003 è nato il Giardino dei Giusti di tutto il mondo al Monte Stella di Milano, che dal 2008 è gestito dall'Associazione per il Giardino dei Giusti, di cui Gariwo fa parte con il Comune e l'UCEI.
Nel 2012, accogliendo l'appello di Gariwo, il Parlamento europeo ha istituito la Giornata europea dei Giusti - 6 marzo. Nel 2017 l'Italia è stato il primo Paese a riconoscerla come solennità civile, istituendo la Giornata dei Giusti dell'Umanità.

I nostri contatti