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"Bene"

Continua il Dizionario dei Giusti

Continuando il dizionario dei giusti proponiamo una riflessione sul termine bene contenuta in una lettera di un insegnante alla propria figlia adolescente

Parole come bene e male spesso vengono usate con una certa esagerazione se si porta all’eccesso quello che in base al buon senso potrebbe essere definito con termini meno impegnativi, quali: “costruttivo”/“distruttivo”, “utile”/“dannoso”, “umano”/“disumano” “ragionevole”/“irragionevole” eccetera. Come se l’esistenza del termine identificasse in modo incontrovertibile l’esistenza dell’oggetto – in questo caso il bene – designato. Si tratta di una tendenza insita nel nostro linguaggio ad assolutizzare i concetti, qualsiasi concetto.

Il concetto di bene, invece, ripensandoci adesso, si è depositato nella mia coscienza attraverso la sovrapposizione e la giustapposizione di una molteplicità di esperienze, si è venuto focalizzando lentamente come si focalizza un paesaggio nell’obiettivo di una macchina fotografica. Tuttavia i suoi contorni rimangono tuttora sfumati per quanto leggermente più nitidi di quando avevo pochi anni di vita.

Per me bambino essere buono significava evitarmi le rogne connesse alle interferenze esterne, derivanti a loro volta da prese di posizione di adulti che volevano o dovevano educarmi. Il mio motto più o meno consapevole era: “Non fare nulla per cui gli altri possano rivendicare il diritto di romperti le scatole. Fai quello che ti dicono e pensa quello che vuoi; ma non appena trovi un varco incustodito creati uno spazio per risarcirti almeno in parte dei divieti che ritieni ingiusti ”. Non dico che questa debba essere considerata una regola di vita particolarmente nobile, ma serviva ad un bambino che non si sentiva sufficientemente agguerrito per difendere con le unghie e con i denti il suo scarso armamentario intimo, un bambino fondamentalmente debole. 

Sono convinto che, almeno in parte, tutti ci riserviamo uno spazio intimo all’interno del quale poter realizzare un piccolo desiderio nascosto, uno spazio che spesso coincide con il nostro spazio dell’infanzia, di un’infanzia in cui non ha ancora fatto il suo ingresso l’adulto, per esempio nella figura del genitore. Il nostro personale paradiso terrestre è stato distrutto nel momento in cui ci hanno inculcato l’idea che c’è una stretta connessione fra la rinuncia/sofferenza e l’approvazione/affetto/bene. Credo che sia un collegamento che fanno un po’ tutti i bambini: sia quelli che sono stati educati nel periodo in cui ero piccolo io, sia quelli che vengono educati oggi. 

Quando avevo due o tre anni, istintivamente consideravo bene quegli atti o quei pensieri che venivano premiati con premi di varia natura, come il bacio della mamma o il regalo del papà. Nella mia mente molto presto si formò l’associazione fra i premi o gli elogi e ciò che dovevo considerare bene. Sicché ogniqualvolta ero premiato mi reputavo buono per il fatto di essere premiato. È frequente questo passaggio. Essere buoni produce come conseguenza l’essere approvati, riconosciuti. Il riconoscimento più importante deriva dall’affetto, perché è dall’affetto che riceviamo sicurezza. 

Il bene fa il suo ingresso nella nostra esperienza con un volto arcigno, lo si impara mediante l’addestramento ad essere buoni con la strumentazione dei premi e dei castighi. Ed essere buoni equivale a rinunciare a qualcosa. Nell’essere buoni c’è qualcosa di innaturale, qualcosa che va contro la nostra conformazione organica, la quale, è il caso di sottolinearlo, ci spinge sempre verso l’egoismo. Ma tant’è: di essere buoni non si può fare a meno, perché dobbiamo vivere con gli altri, perché abbiamo bisogno degli altri e perché in molte occasioni gli altri sono una parte essenziale del nostro stesso mondo interiore. Mentre dico queste cose mi sento tanto buono! Ma sono consapevole che la mia parte in ombra è sempre in agguato, che fa continui preparativi per rompere l’assedio che le pone questa “forza repressiva” che si chiama bene. 

Siamo proprio complicati noi esseri umani! Per convincerci che talvolta contrastare i nostri istinti può essere più utile che dare loro libero sfogo costruiamo giustificazioni fantastiche che scomodano perfino gli dei. Tale è la potenza delle nostre passioni. Per essere buoni finiamo con l’essere insinceri. Fingiamo di non accorgerci che tutto ciò che urge nel nostro organismo non può essere sradicato una volta per tutte, perché finiremmo col sopprimere l’organismo stesso, e così sovrapponiamo al nostro reale stato di natura una convinzione del tutto cerebrale, per quanto ugualmente utile alla nostra sopravvivenza. Pretendiamo che la verità sia tutta dalla parte del cervello e, di conseguenza, tutta l’aberrazione dalla parte delle emozioni. 

Non si è migliori se si appare ciò che non si può essere. Ciò che ci migliora è lo sforzo. E noi siamo sempre soggetti a miglioramento. Il bene viene considerato un oggetto reale da chi lo intende come una realtà perfetta, raggiungibile come i giocatori del pallone raggiungono la rete. Se però il bene coincide , nella mente di chi lo concepisce così, come la somma di tutte le perfezioni, allora, proprio per questo esso non può essere la nostra meta, da questo punto di vista esso è un oggetto al di fuori della nostra portata.
Il bene è in realtà una sorta di aspirazione ideale, che fa apparire chi la possiede migliore di chi si accontenta dei suoi limiti senza pretendere di affermarli a spese altrui. Purtroppo questa aspirazione viene spesso confusa con il possesso di doti straordinarie o con l’effettivo procedere nella direzione della rivelazione della Verità. 

Al posto della meta raggiunta, dovremmo mettere al centro delle nostre scelte lo sforzo teso ad un ragionevole governo delle nostre passioni, lo sforzo, dico, come presa d’atto di ciò che siamo. Il che non significa che dobbiamo misconoscere quella che rimane pur sempre la caratteristica ineliminabile di una metà di noi stessi: il nostro bisogno di socievolezza. È vero, per metà siamo fatti di istinti, di passioni, di impulsi ciechi; e sarebbe da stupidi non esserne consapevoli. Ma per un’altra metà siamo fatti di pensieri, di linguaggio, di scambio e di cooperazione: potremmo forse sopravvivere diversamente? Queste due metà sembrano spesso in conflitto fra di loro, e lo sono anche più spesso; pretendere di cancellarne una a vantaggio dell’altra significa votarsi al fallimento, ma conciliarle può essere concepito solo come un compito, uno sforzo, come dicevo prima.
Petrarca diceva: “Vedo il bene ed al peggior m’appiglio”, esprimendo in modo molto conciso questo dramma tipicamente umano della difficoltà di conciliare ragione e passionalità, il lato spirituale - culturale col lato naturale - passionale. Quando sarai più grande capirai meglio che cosa significa vivere sul crinale fra natura e cultura. Non è assolutamente possibile dare una esclusiva precedenza ad uno solo dei termini di questo binomio, perché cadremmo in due situazioni diametralmente opposte, ma entrambe ugualmente tragiche, a mio modo di vedere. 

Da una parte avremmo il caso, a cui accennavo poco sopra, dell’emarginato con tendenza alla distruttività propria e altrui. Uno che diventa isolato un po’ per scelta un po’ per necessità, ma sostanzialmente si fa respingere perché non accetta condizionamenti, proibizioni o legami che possano conculcare la libera espressione dei suoi bisogni elementari. Agisce unicamente in nome della sua autoaffermazione. So di stare semplificando alquanto rozzamente, ma non sto scrivendo un trattato di psicologia.
So bene che per quanto poco, anche una persona dedita esclusivamente alla soddisfazione dei suoi bisogni deve fare i conti con dei legami sociali, con aspetti della sua vita di relazione, anzi che è forse probabile che è proprio dalla delusione relativa alla vita di relazione che è stato indotto a rivolgersi ad una vita concentrata unicamente su se stesso. Ma di questo parleremo in un’altra occasione. Possiamo comunque dire a buon diritto che una persona siffatta è tutta sbilanciata dalla parte della natura, cioè del suo istinto, del suo elementare interesse per la propria fisiologia; o poco più. Discorsi sul bene sulla bocca di un tipo così non ne sentirai mai. 

Ne sentirai molti, invece, di discorsi sul bene, dalla bocca di uno convinto che la vita debba essere vissuta come un perenne sacrificio sull’altare dello spirito o delle sue personali divinità. Questo tipo vorrebbe cancellare l’aspetto di “naturalità” che c’è in lui, vorrebbe gettare il proprio corpo alle ortiche e sopravvivere unicamente come anima disincarnata. Possiamo dire che sono solo gli uomini di grande spiritualità che riescono a non provocare guai con la loro aspirazione all’assoluto, perché per loro fortuna usano l’intelligenza. Ma quelli che intelligenti non sono, ma vogliono comunque atteggiarsi a santi o profeti, finiscono col provocare dei gravissimi danni all’intera umanità. Il “Bene” diventa per questi personaggi un feticcio al quale immolare perfino la vita di coloro che ad esso rifiutano di prestare ascolto. In nome del bene – in realtà di una loro personale concezione del bene – gli esseri umani hanno compiuto una miriade di misfatti raccapriccianti.
Platone faceva convergere tutta l’educazione culturale dei giovani verso la contemplazione del Bene. Per lui esercitare ed accrescere le proprie capacità intellettuali non era tanto importante per sé, come modo per stare meglio al mondo, quanto per potersi emancipare dal mondo dei corpi e potere salire nel mondo delle anime. Alla fine di questa salita come premio si aveva la visione diretta del Bene. Il Bene era diventato il traguardo finale dell’educazione intellettuale.

Malgrado ciò che ne pensava Platone, il bene parla soprattutto alla nostra testa, poco al nostro cuore. Questo può avere anche un aspetto positivo. Ci serve soprattutto a non rinchiuderci in noi stessi, a non porre sempre e comunque noi stessi davanti a tutto, a renderci amabili e socievoli.
Se d’altra parte i cosiddetti principi morali non diventano “carne e sangue” della nostra vita, cioè non si mettono d’accordo con i nostri affetti e le nostre emozioni, rimangono per noi una conquista precaria, pronti ad evaporare nei momenti cruciali della nostra esistenza. In qualche modo i principi morali, che sono la “prole del bene”, come diceva Platone, devono assumere una sfumatura sentimentale, per guidare efficacemente le nostre azioni. Se di per sé alcuni principi non sono assimilabili ad alcun sentimento, la loro applicazione avverrà come in un laboratorio, freddamente, magari con calcolata puntigliosità, ma senza una vera partecipazione “umana”, e potrà dare adito addirittura ad atteggiamenti fanatici.
Ci sono nella storia esempi di statisti che ponevano alla base delle loro decisioni elevati principi morali, ma erano incapaci di concepirli diversamente da postulati di matematica. Per altro questo atteggiamento si può facilmente spiegare. Partendo dalla premessa che il bene o si realizza tutto o non esiste affatto, aggiungendovi l’altra premessa che i principi morali o valgono in modo assoluto o non sono principi morali, due più due uguale a quattro: gli ordini impartiti dal “Bene” vanno eseguiti inflessibilmente e senza tenere conto se esistano o meno le condizioni della loro realizzazione. È in questo modo che, anche partendo dalle migliori intenzioni, anche i migliori approdano al fanatismo, che è una sorta di infantilismo morale. C’è un termine che indica un simile atteggiamento mentale, ed è “dottrinarismo”, o anche “fondamentalismo”. 

Nei casi peggiori, però, il fanatismo non è neanche accompagnato dalla buona fede. In ogni caso, con o senza buona fede, il fanatismo ha prodotto nella storia solo disastri. Fascismo, nazismo e le varie incarnazioni e interpretazioni del comunismo, con i loro tribunali speciali, le loro leggi razziste, i loro lager, i loro gulag e i loro “campi di rieducazione” ne sono un esempio.
Il sentimento è un ottimo antidoto anche contro il fanatismo, perché può fungere da moderatore dell’inflessibilità del principio astratto. Ma il sentimento è anche un ottimo antidoto a forme di pensiero autoritario o addirittura totalitario che pretendono di ergersi al di sopra del rispetto della vita altrui. Spero ti risulti chiaro che il totalitarismo è una creatura del fanatismo.

Da questo punto di vista, sembra di imbattersi in un paradosso (l’ennesimo dirai tu). Da un lato abbiamo la legge e lo stato che impone principi ingiusti – e che pure sta dalla parte della razionalità – e dall’altro abbiamo la reazione emotiva a questa imposizione. Ebbene, in questo scontro fra legalità ingiusta e reazione emotiva dobbiamo far prevalere la reazione emotiva. Dobbiamo mettere in campo un sentimento di benevolenza, un sentimento che non ha altro fondamento e giustificazione se non la capacità di empatia verso i propri simili. Sicché dobbiamo arrivare alla conclusione che qualcosa che non è frutto di ragionamento, ma è semplice reazione emotiva, deve prevalere su forme di legalità apparentemente razionale che degradano l’umanità che c’è in noi. Se poi questa empatia sia una capacità innata o si acquisisca con l’educazione rimane un problema aperto. Di fatto l’esperienza dimostra che qualcuno ce l’ha in grado maggiore di qualcun altro, e addirittura che qualcuno non ce l’ha affatto. 

Come vedi, non ho una definizione di bene da proporti. Posso solo indicarti i tranelli che questa parola può nascondere e i vicoli ciechi a cui può portare. Una parola inservibile, dunque? No, perché, se ti accontenti, posso fare qualche rapido cenno a significati più quotidiani, più “terra terra” di questa parola.
Quando il papà dice: “Faccio questo per il tuo bene”, che cosa intende dire realmente? Intende forse quel bene assoluto di cui parlavamo poco sopra? No, non proprio. 

In cuor mio ho un’idea di quello che è il tuo bene, un’idea che mi guida nell’orientare il mio rapporto con te. Ma questa mia idea di bene non rappresenta forse un rischio di interferenza nella tua crescita autonoma? Perché i miei modelli di vita dovrebbero valere come modelli adatti meccanicamente a te? Che cosa può rendere legittima l’imposizione di un mio modello di comportamento ad una persona con sue caratteristiche specifiche, con esigenze peculiari, con propensioni personali? Potrei scoprire che la mia insicurezza rispetto al futuro o l’ansia di proteggerti dalle future difficoltà della vita è il vero motivo che mi induce a farti accettare “per il tuo bene” un modello di vita che non è adatto al tuo carattere.
Dovrei allora rinunciare a volere il tuo bene in nome della tua libertà? Ci sarebbe un troppo stridente contrasto fra il mio dovere di educarti e il tuo diritto di essere rispettata!

Vediamo da quale altro punto di vista si può considerare la questione.
Innanzitutto, ritornando all’espressione che ho usato più sopra, “interferenza”, a ben guardare, se non fuori luogo, ad una attenta analisi, si rivela almeno ingenua. Come se in un rapporto fra padre e figlia si potessero evitare le interferenze! E poi, che interferenze saranno mai, quelle forme di comunicazione che tu ti sei abituata ad introiettare fin dai primi anni di vita? Da te stessa non saranno vissute come interferenze. Mi è lecito supporre che quello che penso sia il tuo bene è anche (almeno in parte) realmente il tuo bene. Quello che io voglio per te non è diverso da ciò che tu vuoi per te stessa: la tua felicità. Solo che lo vogliamo da punti di vista diversi e con esperienze diverse. So bene che ognuno deve fare la propria esperienza per convincersi di ciò che gli suggerisce qualcuno che ha già fatto un’esperienza precedente. Ma se non avessi la speranza di farti almeno prendere coscienza della strada che ti si apre davanti e quindi di darti un minimo di “attrezzatura” per aiutarti a decifrare il mondo non mi sarei nemmeno messo a scrivere questo dizionarietto. 

Come un vecchio barbogio, quindi, mi accingo a farti questa piccola predica.
Non confondere la tua felicità con l’illusione di sfuggire agli aspetti impegnativi, qualche volta duri, dell’esistenza. Devi prepararti a confrontarti con le future difficoltà. Come i muscoli si rivitalizzano e si rafforzano col loro continuo uso, sottoponendoli a sforzi anche attraverso la ginnastica, allo stesso modo si ha bisogno di tonificare, saggiare e sottoporre al controllo rispetto allo sforzo la nostra stessa personalità. La felicità non coincide con un’esistenza in cui non ci siano prove da superare, momenti difficili da accettare, sfide da raccogliere. Una personalità che abbia un suo tono, non passiva, non flaccida, è sicuramente un obiettivo che ti mette in condizione di essere più libera, veramente libera. E la libertà è una delle condizioni indispensabili della felicità.
Non fraintendere, però, il significato della parola “libero”. Come per il bene così per la libertà non si dà l’assoluto, cioè non si può essere assolutamente liberi. Non per motivi misteriosi, ma perché tutti viviamo all’interno di situazioni che non abbiamo né creato né voluto noi. Basterebbe da sola questa considerazione per capire che noi non possiamo controllare tutto ciò che vogliamo. 

Dobbiamo partire da questo dato di fatto. È solo accettando i limiti esterni e interni entro i quali dobbiamo agire, che possiamo dare alla parola libertà un senso concreto. Allora, per quanto riguarda i limiti interni, espressione con la quale intendo i limiti del proprio carattere e la particolarità delle proprie inclinazioni, dovrai giungere alla conclusione che conoscere queste tue caratteristiche è una condizione indispensabile per mettere sotto controllo le tue reazioni e adattarle alle situazioni in cui si devono esprimere. Non sarai “più” libera se farai esplodere tutti i tuoi sentimenti in una volta sola; lo sarai, invece, se passando sopra un tuo puntiglio, riuscirai a prendere decisioni ragionevoli che ti aiutano a stare bene con gli altri (oltre che con te stessa). I sapienti dell’antichità dicevano “conosci te stesso”, e non credo che volessero dire molto di più di quello che ti ho appena detto. Conoscendoti diventerai più autonoma, ma “più autonoma” significa: più capace di autoregolarti, cioè di darti regole adatte alla tua persona. Scoprirai che la tua libertà non potrà che essere un onorevole compromesso fra tue spinte interiori e le condizioni che ti pone il mondo esterno. Questo è il modello di “bene” che ti propongo, anche se non pretendo di essere sempre in grado di comunicartelo con saggezza e serenità.

Salvatore Pennisi, Commissione didattica Gariwo

16 ottobre 2014

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L’infanzia e l’adolescenza sono periodi cruciali per l’assorbimento di idee e valori, che formano il modo di pensare dell’individuo. Per questo vogliamo dedicare un nuovo spazio al mondo della scuola, di aperta collaborazione con i docenti per comunicare con i giovani.
Come docente di Scuola Primaria Emanuela Bellotti ha sperimentato sul campo che vale la pena trasmettere ai bambini grandi ideali senza lasciarsi sopraffare dalla paura di trattare argomenti troppo difficili. Per i ragazzi più grandi è altrettanto importante proporre strumenti di riflessione che catturino la loro attenzione, suscitando interesse, curiosità e voglia di approfondire. In questo ci guida Anna Maria Samuelli, insegnante di liceo in pensione e responsabile della Commissione didattica di Gariwo.

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