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I Rohingya, popolo senza Stato

storia dei musulmani di Birmania

Quella dei Rohingya, in Birmania, è la storia di un popolo senza Stato, di una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Balzati agli onori della cronaca per le tensioni con i buddisti, i Rohingya sono oggi tra i gruppi etnici a maggior rischio genocidio.
Il casus belli che ha portato agli scontri del 2012 è stato lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista, Thida Htwe; l’escalation di violenza che ne è derivata ha portato a 650 morti e migliaia di dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi.
 
Secondo il Bollettino ufficiale delle Nazioni Unite, 240mila Rohingya sono stati costretti ad abbandonare le loro case, spesso per il Bangladesh, e 180mila di loro si trovano nei campi profughi e necessitano di assistenza umanitaria. Circa 103mila sono bambini.

Ma chi sono i Rohingya? Da cosa nascono realmente le tensioni tra i gruppi etnici?

Stato del Rakhine, Birmania occidentale, al confine con il Bangladesh. Vivono qui i musulmani del Myanmar, in un Paese a maggioranza buddista. Il territorio è tra i luoghi più pericolosi del mondo per un musulmano, e ancora di più per un Rohingya. Le origini di questo popolo, circa 800mila persone, si perdono nella storia. Alcune teorie sostengono che questa etnia risieda nel Paese da secoli, altre che i Rohingya siano giunti in Myanmar con la campagna migratoria dell’ultimo secolo. Di certo la loro presenza è attestata nel 1785, anno dell’invasione birmana che uccise migliaia di indigeni, tra cui molti Rohingya. Chi riuscì a salvarsi fuggì nelle zone limitrofe, sotto il controllo britannico, lasciando il territorio quasi disabitato. La successiva conquista inglese dello Stato dell’Arakan - l’antico nome del Rakhine - incoraggiò gli abitanti delle regioni adiacenti a migrare in quelle fertili terre. Migliaia di Rohingya si stabilirono così dal Bengala - oggi Bangladesh - all’Arakan. Censimenti inglesi del 1891 riportano la presenza di 58.255 musulmani nel territorio, ma il numero arrivò a 178.647 nel 1911, grazie alla necessità di manodopera a basso costo da impiegare nei campi della Compagnia delle Indie Orientali.

Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”.

La fine della giunta militare non ha migliorato la situazione per i Rohingya, che ancora oggi vivono nella condizione di “popolo senza stato”. La legge sulla cittadinanza del 1982, infatti, non include i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni. Lo stesso Bangladesh, in cui alcuni di loro si sono rifugiati per sfuggire alle violenze, non riconosce loro la cittadinanza, e anzi ormai non è più in grado di accoglierli.

Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare - anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale - e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Agli studenti Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione.

La violenza anti Rohingya fa parte di un più generale scontro tra buddisti e musulmani, che si verifica quotidianamente nelle città del Paese, spesso ad opera delle stesse forze di polizia  chiamate a fermare le violenze.

Quello che stupisce è il ruolo dei monaci buddisti, che sono addirittura i fondatori del Movimento 969, gruppo che predica la purezza religiosa, il blocco dei matrimoni misti e il boicottaggio dei negozi dei musulmani Rohingya. 969 è un numero che secondo i monaci simboleggia le virtù del Buddha, le sue fatiche e i suoi fedeli, ed è diffuso dai seguaci con adesivi, targhe e slogan appesi negli esercizi commerciali. L’inno ufficiale del movimento contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”.
Il leader del 969 è Ashin Wirathu, monaco buddista che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Il movimento si basa sulla convinzione che, come predicato da Wirathu, “il Paese diventerà musulmano, se ci mostreremo deboli. I musulmani controllano l’economia e mirano a cancellare il buddismo e la cultura birmana in pochi anni”.  Una sorta di “complotto musulmano” che ricorda tristemente espressioni diffuse nella Germania degli anni ’30.

In tutto questo, risalta il silenzio - o il tacito supporto - delle autorità del Paese.
In più occasioni, l’ex generale Thein Sein ha proposto una deportazione di massa dei Rohingya, e anche Aung San Suu Kyi si è espressa in modo ambiguo sulla questione. Il Premio Nobel per la pace, infatti, ha più volte evitato di parlare dei Rohingya nei discorsi ufficiali e nelle interviste. Solo nel maggio scorso si è detta contraria alla legge sul figlio unico imposta agli abitanti del Rakhine, definendola illegale e discriminatoria, ma la sua posizione resta di fatto ancorata all’idea di rispettare la legge di cittadinanza, senza condannare apertamente le violenze sui musulmani.
Nel suo recente tour europeo, inoltre, la donna ha spesso glissato sulla questione Rohingya, concentrandosi sulla riforma costituzionale. Un passo certamente importante per la democratizzazione del Paese, ma anche un elemento strategico in vista del voto del 2015, in quanto un articolo dell’attuale Costituzione impedisce a coloro che abbiano parenti stranieri - come il Premio Nobel, con marito e figli di cittadinanza britannica - di candidarsi alle elezioni presidenziali.

Il 20 novembre 2013 le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione per chiedere al governo birmano di concedere la cittadinanza alla minoranza musulmana. Se tuttavia non ci saranno sostanziali cambiamenti, la questione Rohingya rischia di sfociare in un vero e proprio genocidio, nel silenzio della comunità internazionale.

Martina Landi, Redazione Gariwo

Martina Landi, Redazione Gariwo

5 dicembre 2013

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