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L'Egitto tra esercito e Fratelli Musulmani

dopo la vittoria di Al Sisi

Il generale Abdel Fattah al Sisi ha vinto le elezioni presidenziali egiziane, ottenendo il 96% dei consensi - quasi 24 milioni di voti. Durante la campagna elettorale, con il nuovo presidentei si sono schierati gli ufficiali militari, gli imprenditori e buona parte del vecchio establishment del governo di Mubarak.

Il primo giorno di elezioni, il 26 maggio, si è registrata un’affluenza pari al 10-15% dell’elettorato, portando la Commissione elettorale a prolungare di un giorno le operazioni di voto, estendendole fino al 28 maggio. I funzionari governativi hanno addirittura predisposto una multa per chi non abbia intenzione di votare. Al termine delle consultazioni, i dati ufficiali riportano che solo il 47,45% degli aventi diritto si è recato alle urne.

Ma che Paese è l’Egitto di Al Sisi? Come leggere il ritorno al potere dei militari, dopo la messa al bando dei Fratelli Musulmani e la fine delle proteste di Piazza Tahrir?

La partecipazione al voto e i giovani di Piazza Tahrir

Nel 2012, alle elezioni che videro la vittoria di Morsi, votarono circa 26 milioni di egiziani. Al Sisi ne voleva 35. A rispondere al suo appello sono stati prevalentemente cristiani, donne e ultracinquantenni. I giovani che animavano le proteste di Piazza Tahrir - da quelli di Tamarrud, artefici della campagna contro Morsi, al Movimento 6 aprile, nato sull’onda delle proteste operaie del 6 aprile 2008 - si sono divisi tra l’appoggio ad Al Sisi, quello allo sfidante Sabbahi e il boicottaggio del voto. Si tratta di una generazione ancora non politicamente matura, che si è trovata a gestire una transizione di enorme portata senza disporre degli strumenti necessari e che però sta cercando di costruire qualcosa di concreto. I giovani egiziani si trovano quindi a un bivio: fermarsi alla protesta o crescere per formare un’alternativa politica credibile, consapevoli che i processi di questo tipo hanno bisogno di anni per essere portati a compimento.

Un’opposizione divisa

L’opposizione egiziana si è presentata divisa alle elezioni del 26 maggio.
Una parte, rappresentata prima di tutto da Egitto Forte, il movimento guidato dall’islamista moderato - fuoriuscito dai Fratelli Musulmani nel 2011 e candidato alle elezioni del 2012 - Moneim Abul Fotuh, si è espressa in favore del boicottaggio delle elezioni, non considerandole legittime. Altre formazioni, come Corrente popolare, Alleanza socialista popolare e i Socialisti rivoluzionari, hanno invece offerto il loro sostegno ad Hamdin Sabbahi.
Una divisione che ha portato all’allontanamento dei giovani dalle urne e alla vittoria schiacciante di Al Sisi.

La parabola dei Fratelli Musulmani

Nell’estate del 2013 il presidente Muhammad Morsi, democraticamente eletto, è stato destituito dai militari. I Fratelli Musulmani, da lui rappresentati, sono dichiarati fuorilegge, e i leader dell’organizzazione sono stati arrestati.
L’avvento al potere della Fratellanza nel 2012 costituiva un evento storico: per la prima volta dalla loro fondazione nel 1928, infatti, i Fratelli Musulmani hanno avuto l’occasione di arrivare al governo del Paese. Questo passaggio non era affatto scontato: l’organizzazione non aveva preso parte alle proteste contro Mubarak e aveva sempre rifiutato di costituirsi in un partito. Ciò che ha reso forti i Fratelli Musulmani è stato un processo di legittimazione dal basso, proveniente dal costante impegno dell’organizzazione nell’assistenza della popolazione - in un’ottica di persuasione degli egiziani dei benefici dello Stato islamico.
Una volta costituitisi partito politico, i Fratelli Musulmani hanno raccolto i frutti della loro attività, ma hanno tuttavia adottato una strategia errata una volta al potere. La soluzione islamica, infatti, non ha risolto i problemi economici e sociali dell’Egitto, causando il malcontento della popolazione - che si è anche vista calare dall’alto una Costituzione con una forte impronta religiosa.
Ora che la Fratellanza è stata messa fuorilegge, esiste certamente il rischio di una radicalizzazione del movimento. Occorre però sottolineare che l’organizzazione deve ricostruire la sua immagine all’interno del Paese, ripartendo da qual processo di legittimazione dal basso che ne ha causato il successo nel 2012.

Il potere ai militari: un ostacolo al progresso o una risposta al bisogno di sicurezza?

La destituzione di Morsi nell’estate 2013 è stata descritta spesso come un colpo di stato. Molti commentatori hanno parlato di un arretramento del Paese, sottolineando l’ondata di arresti che dopo l’ascesa dei militari ha coinvolto non solo i Fratelli Musulmani, ma anche il Movimento 6 aprile e diversi attivisti - l'ultimo di questi è stato Alaa Abdel Fattah, il blogger più noto della Rivoluzione egiziama, condannato a 15 anni di carcere per aver protestato contro la legge che vieta ogni manifestazione. Non tutti però considerano le azioni del 3 luglio 2013 un colpo di stato: a sostenere la deposizione di Morsi, infatti, sono scese in piazza 33milioni di persone.
Sul sostegno alla presenza dell’esercito gravavano esigenze di partecipazione democratica - dopo l’imposizione della nuova Costituzione da parte dei Fratelli Musulmani - e considerazioni di sicurezza.
Se infatti in un primo momento i militari avevano appoggiato la transizione di potere da Mubarak a Morsi, alcuni episodi hanno incrinato il rapporto tra presidente ed esercito, elevando quest’ultimo a unico garante della sicurezza nazionale.
Il Sinai ha giocato un ruolo centrale in questo processo, diventando, dopo la caduta di Mubarak, luogo di addestramento di terroristi provenienti da tutto il mondo arabo. Ad aggravare la situazione, la presenza di 1500 gallerie che collegano il territorio con Gaza, da cui dopo la guerra NATO in Libia vengono fatte passare le armi per i ribelli.
Questo episodio ha preoccupato fortemente l’opinione pubblica, che ha ricevuto una risposta decisa solamente dai militari - intenzionati a distruggere le gallerie per fermare gli islamisti.
La situazione precipita quando i Fratelli Musulmani si oppongono al piano dell’esercito, facendo pressioni per risparmiare le gallerie. A seguito delle proteste della popolazione, i militari chiedono le dimissioni di Morsi, invocando elezioni anticipate. La risposta del presidente è un appello a “difendere fino all’ultimo la legittimità della presidenza”, che viene letto come un invito alla violenza. È a questo punto che i 33milioni di persone scendono in piazza, consapevoli del fatto che il ritorno dell’esercito non è la situazione ottimale per il Paese, ma vedendo nei militari l’unica forza in grado di difendere l’Egitto da una possibile guerra civile.

Martina Landi, Redazione Gariwo

Martina Landi, Redazione Gariwo

12 giugno 2014

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