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Non solo Isis

le formazioni jihadiste nel mondo islamico

Gli Stati Uniti hanno dato inizio all’offensiva aerea contro l’Isis in Siria. Tredici anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il nemico numero uno di oggi sono i fondamentalisti dello Stato Islamico. Non è tuttavia la prima volta che in Occidente si sente parlare di Isis, formazione che da più di due anni combatte nella guerra civile siriana contro il presidente sciita Bashar al Assad. E soprattutto, oltre all'Isis esistono tante altre realtà jihadiste nel mondo islamico. 

Lo Stato Islamico affonda le sue radici nel conflitto iracheno, nascendo come cellula di Al Qaeda nel Paese. Tale processo si deve ad Abu Musab Al Zarqawi, seguace di Osama Bin Laden che gli si rivolta contro nel 2005 per guidare una propria via alla jihad. Se da un lato Zarqawi segue le direttive di Bin Laden, realizzando attacchi contro gli occidentali, dall’altro manifesta l’intenzione di estendere la campagna di terrore ai musulmani sciiti. Si crea così Al Qaeda in Iraq (AQI), guidata dallo stesso Zarqawi. Quando nel 2006 Zarqawi viene eliminato dai jet americani, l’organizzazione entra in crisi. Al suo posto arriva Abu Omar al-Baghdadi, a sua volta ucciso nel 2010. A succedergli alla guida del movimento è Abu Bakr al-Baghdadi, che riprende le stragi di sciiti. Approfittando della guerra in Siria, al Baghdadi estende la sua organizzazione intervenendo nel conflitto contro Bashar al Assad, e cambiando il nome dell’AQI in Stato Islamico dell’Iraq e del Levante - oggi Stato Islamico.

L’Isis arriva quindi a mettere in ombra Al Qaeda nella regione. L’organizzazione di Osama Bin Laden - che intanto era stato ucciso nel blitz del 2 maggio 2011 - guidata oggi dall’egiziano Ayman Al Zawahiri, mantiene il controllo in Afghanistan e Pakistan operando tramite una sorta di sistema di “franchising” con i gruppi affiliati, ma ha perso il ruolo di punta nella regione. Ancora una volta risulta centrale il conflitto siriano. Al Qaeda ci arriva per prima, creando Jubat al Nusra, ma l’Isis risponde a questa mossa sul piano strategico: mentre Al Zawahiri vuole rovesciare Assad per fare della Siria un nuovo Afghanistan, lo Stato Islamico punta a unire il territorio con l’Iraq, per poi dare vita a un Califfato erede di Maometto.
Secondo fonti di intelligence, citate pochi giorni fa dal New York Times, una nuova formazione sta oggi cercando di rinsaldare i legami tra al Nusra e la casa madre, in risposta alla sfida dell’Isis: si tratta di Khorasan, un gruppo guidato dal fedelissimo di Osaba Bin Laden Muhsin al Fadhli - che secondo alcune voci sarebbe rimasto ucciso durante i primi raid americani vicino ad Aleppo - operativo in Siria ma con mire transnazionali e focalizzato a colpire obiettivi occidentali.
Nonostante questo, continua il successo di al Baghdadi nell’area, grazie anche al giuramento di fedeltà da parte di diverse formazioni, tra cui l’egiziana Bayt al-Maqqdis e organizzazioni vicine alla stessa Al Qaeda.

Tra queste, Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). Il gruppo si è costituito nel gennaio 2009, quando - in un video intitolato “Da qui noi cominciamo e a Gerusalemme ci incontreremo” - Nasir al Wahayshi, Said al Shihri (ex segretario personale di Bin Laden e oggi leader del movimento), Qasim al-Rayami e Muhammad al-Awfi ne annunciarono ufficialmente la nascita. Da allora l’organizzazione si presenta come la fusione delle due precedenti estensioni territoriali di al-Qaeda, quella yemenita e quella saudita. Come Al Qaeda, l’AQAP si oppone alla monarchia saudita, che negli ultimi anni ha destinato un gran numero di forze economiche e strategiche alla lotta per contrastare i terroristi - ne è un esempio il muro costruito nel 2003 al confine con lo Yemen. Il 25 dicembre del 2009 AQAP ha rivendicato il tentativo del nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab di far esplodere un aereo di linea della Northwest Airlines diretto a Detroit. A questa formazione, responsabile anche di rapimenti e attacchi alle ambasciate, è legata l’organizzazione Ansar al-Sharia, creatasi in Yemen durante le proteste anti-governative del 2011.

Per concludere la rassegna delle cellule di Al Qaeda disseminate nei Paesi islamici è necessario spostarsi nel Magreb. Qui opera infatti una evoluzione del Gruppo salafita per la preghiera e il combattimento, nato negli anni novanta durante la guerra civile algerina con lo scopo di istituire nel territorio uno Stato islamico. Nel 2007 tale organizzazione si è affiliata ad Al Qaeda, assumendo la nuova denominazione di Al Qaeda nel Magreb Islamico (AQIM). L’attività di questa formazione - che con il passare degli anni ha assunto una dimensione regionale, arrivando a comprendere diverse realtà statali dall’Algeria al Maghreb e di qui all’arco del Sahel - è finanziata prevalentemente da traffici illegali e da un rapporto di dominio-protezione sul territorio simile a quello mafioso. Obiettivo del gruppo, dopo iniziali richiami alla jihad globale conseguenti alla relazione con Al Qaeda in Iraq, è ancora una jihad locale, con lo scopo di affermare lo Stato islamico nel territorio. I membri attivi di AQIM sono poche centinaia e conducono una vita nomade. Il leader dell’organizzazione è l’emiro Abdelmalek Droukdel, soprannominato il Bin Laden del Maghreb. Fino allo scorso anno l’emiro si serviva di due vicecomandanti, Mokhtar Benmokhtar (‘Monsieur Marlboro’) e Abdelhamid Abu Zeid, ma la loro uccisione tra il febbraio e il marzo 2013 ha aperto nuovi interrogativi sull’eredità della leadership. Di recente l’organizzazione ha preso le distanze da Al Qaeda - che in questi mesi aveva disconosciuto l’Isis - e ha invitato tutti i jihadisti a unire le forze per supportare lo Stato Islamico e combattere la coalizione internazionale. Negli ultimi giorni si è poi creata una nuova cellula all'interno di AQIM, quella dei Soldati del Califfato (Jund al-Khilafah). La formazione, operante in Algeria, è responsabile della decapitazione della guida francese Hervé Gourdel.

Nel 2012 il conflitto in Mali ha generato una divisione all’interno di AQIM, che ha portato alla nascita di nuovi soggetti dediti alla jihad, con il preciso scopo di imporre lo Stato islamico e di concentrarsi esclusivamente sul Mali. Sono così sorti il Movimento per il Tawhid e il Jihad nell’Africa occidentale (MUJAO), le cui operazioni - dalla connotazione più regionale - sono attualmente sotto il coordinamento dell’ex vice-comandante di Belmokhtar Omar Ould Hamaha, e Ansar al-Din (“I difensori della religione”), un gruppo islamista con una spiccata connotazione maliana e tuareg.

Il pericolo jihadista tuttavia non preoccupa solo il Magreb e i Sahel. Tristemente noto è infatti Boko Haram, il Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e la Jihad che è stato protagonista, pochi mesi fa, del rapimento di 200 studentesse in Nigeria. Nato nel 2002 per opera dell’imam Mohammed Yusuf - deceduto nel 2009 - il gruppo combatte per imporre la legge islamica in Nigeria, di maggioranza musulmana al nord ma di prevalenza cristiana al sud. L’organizzazione ha assunto negli ultimi anni connotati ideologici simili a quelli dei talebani, impiegando tattiche di origine afghana apprese in Somalia. I militanti di Boko Haram sono collegati ad altri gruppi terroristici, tra cui AQMI, e recentemente potrebbe avere espanso il suo raggio d’azione anche in Niger e Camerun. Il rischio reale è che il modello Boko Haram possa espandersi nei Paesi dell’Africa occidentale dove esistono situazioni analoghe a quella nigeriana, diventando una sorta di Al Qaeda africana.

All’organizzazione che fu di Bin Laden è legato dal 2012 un altro gruppo jihadista, Al Shabaab (“i Giovani”), che opera in Somalia. Fu il loro leader Moktar Ali Zubeyr - nome di battaglia di Ahmed Abdi Godane, ucciso nei giorni scorsi da un raid aereo americano - a guidare l’attacco al centro commerciale di Nairobi del settembre 2013. Le forze di Al Shabaab sono state notevolmente ridimensionate in seguito alle azioni del contingente internazionale guidato da Nazioni Unite e Unione Africana che, nel 2012, ha respinto i jihadisti da Mogadiscio e ha riconquistato il porto strategico di Chisimaio. Sconfitti militarmente, infatti, gli islamisti somali si sono ritirati in aree rurali al confine con Kenya ed Etiopia, oppure si sono rifugiati negli Stati adiacenti. Mentre i combattenti rimasti in patria stanno continuando la resistenza contro il governo di Mogadiscio, quelli trasferitisi all’estero stanno abbandonando l’ottica del jihadismo nazionale per una visione di tipo regionale.

Il fondamentalismo islamico ha posto le sue radici anche in Asia, attraverso il gruppo Jemaah Islamiyah (JI). La formazione opera principalmente in Indonesia, ma conta su alcune cellule in Thailandia, Malesia, Filippine e Singapore. Creato formalmente nel 1993 in Malesia - dove i suoi fondatori Abu Bakar Bashir e Abdullah Sungkar si erano nascosti per fuggire dal governo di Suharto - il gruppo ha come obiettivo la costruzione di un califfato in tutto il Sud Est asiatico. In seguito all’attentato in una discoteca di Bali nel 2002, la formazione è stata inserita nella lista di organizzazioni terroriste legate ad Al Qaeda.

Martina Landi, Redazione Gariwo

Martina Landi, Redazione Gariwo

25 settembre 2014

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