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Rwanda, un Paese nel cuore dell’umanità

il racconto di Mauro Matteucci

Un'immagine de viaggio di Mauro Matteucci

Un'immagine de viaggio di Mauro Matteucci

Mauro Matteucci, responsabile del Giardino dei Giusti di Pistoia, ci ha inviato una toccante e intensa testimonianza del suo viaggio in Rwanda.
Insieme alla moglie, Matteucci ha attraversato il Paese delle mille colline, incontrando i testimoni del genocidio del 1994, in un viaggio attraverso ferite non ancora rimarginate e storie di speranza. Per due appuntamenti, questa rubrica ospiterà il suo racconto.

Guardando la carta dell’Africa, a un primo sguardo sembra quasi impossibile trovare il Rwanda, il minuscolo “Paese delle mille colline” schiacciato contro il gigantesco Congo. Eppure, per una feroce ironia, la storia ha segnato profondamente la vicenda del secolo passato con un’immane tragedia, il genocidio dei Tutsi da parte degli estremisti Hutu, che, in un vortice inarrestabile di odio e di violenza, cancellò in cento giorni la vita di un milione di persone. Nel discendere nel cuore dell’Africa, che per noi è diventato il cuore dell’umanità, io e mia moglie, con il nostro viaggio – che non è stato certo una vacanza o il solito safari turistico – abbiamo voluto capire, se capire tanto orrore era possibile. Volevamo capire se la pratica, che definirei ostinata, della riconciliazione – di cui parlano continuamente i rwandesi, peraltro in straordinaria sintonia con papa Francesco – ha una possibilità di riuscita e di realizzazione, dischiudendo percorsi fecondi nella faticosa purificazione della memoria. Gli incontri, quasi tutti di grande intensità, ci hanno dimostrato che noi come loro non possiamo sottrarci al ritrovato, vero rapporto con l’altro, pena la perdita completa di senso di ogni nostra relazione. Lo scambio di umanità è stato costante: non c’erano i soliti filtri formali tra di noi; era come se, a ogni incontro, ci fossimo sempre conosciuti. Parlavamo liberamente di tutto in un confronto incessante ma fecondo - purtroppo così difficile nella nostra società.

L’ingresso, durante la notte, nella casa di Yolande Mukagasana - nobilissima figura di sopravvissuta e di testimone - e poi nel suo quartiere di Nyamirambo, ci faceva entrare subito nel cuore della capitale Kigali e dello stesso Rwanda, incontrando persone dalle storie più complesse, sempre segnate da quanto avvenne nei tremendi giorni tra l’aprile e il luglio del 1994: eppure in ogni momento la loro umanità ci appariva ricca e accogliente, talvolta travolgente. Innanzitutto quella di Yolande, questa donna che ha perduto tutta la sua famiglia nel genocidio ma conserva intatta una volontà straordinaria di amare, che spesso la fa essere disorganizzata secondo i nostri cliché. Non cessa mai di parlare – dimenticando talvolta le esigenze quotidiane - delle persone che chiedono il suo aiuto, in particolare degli orfani rescapés (sopravvissuti) e delle vittime più indifese: di ognuna ci racconta dettagliatamente e con amore la storia dolorosa. La piccola, bellissima Mireille, dagli occhi luminosi eppure attraversati da un velo di tristezza (per il rifiuto da parte dei genitori naturali), alla ricerca continua di affetto; la bambina-donna Anita, orfana dei genitori, dapprima timidissima, poi esplosa in una confidenza trascinante, in particolare con mia moglie Gabriella. Béata, un vero e proprio angelo della casa, che in silenzio - quali orrori ha visto in quei giorni con quegli occhi profondi e talvolta smarriti! - pensa a tutti e prepara squisiti pranzi rwandesi. Il mite maestro Joseph, di origine banyamulenge, così amante della cultura, mi ascoltava incantato parlare dell’insegnamento del grande maestro don Lorenzo Milani: come dono, ho voluto regalargli la bellissima frase milaniana, (tradotta in francese): Quando avete buttato nel mondo d’oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato nel cielo un passerotto senza ali. Ci ha accolto con gioia nella sua affollatissima classe all’interno della scuola statale del quartiere: in un modesto spazio stavano seduti nei loro semplici banchi di legno una quarantina di bambini, che guardavano con occhi luminosissimi i due muzungu (bianchi) comparsi all’improvviso. Commovente è stato l’incontro con la maestra della classe accanto, che ci ha raccontato con occhi lucidi di aver ritrovato la forza di insegnare, dopo il genocidio in cui ha perso il marito, solo grazie alla preghiera e all’amore per i bambini. Al centro del cortile, presenza silenziosa e ammonitrice, una targa ricorda gli insegnanti e gli alunni uccisi in quei giorni: oltre duecento! L’importanza data all’istruzione e all’educazione è stata uno degli aspetti che ci hanno più colpito nel Rwanda: dovunque abbiamo visto scuole e tanti bambini con le loro divise colorate, si trattasse di scuole statali, islamiche, cristiane, ebraiche. Altro incontro di grande spessore umano è stato quello con Immaculée Ingabire, una donna che da anni si batte strenuamente - e per questo è stata più volte minacciata di morte - in ogni angolo del Paese per la difesa dei diritti delle donne. Il colloquio con lei non ha avuto limiti né di tempo né di argomenti, perché per ore (date le continue interruzioni telefoniche per i drammatici casi da lei seguiti) si è parlato di tutto, dal genocidio all’educazione dei giovani, all’emigrazione, al ruolo della donna nel nuovo Rwanda, alla convivenza tra le religioni. Su tutto era capace di intervenire con grande lucidità e conoscenza degli argomenti.

L’incontro più toccante e intenso è stato senz’altro quello con Les enfants du viol (I figli della violenza) a Kabuga. Abbiamo saputo dalla sua presidente Onorine che questa associazione – con il nome beneaugurante di L’espoir e la paix (La speranza e la pace) è l’unica in Rwanda, a raccogliere coloro che furono concepiti nei giorni dell’odio, perché i genocidari volevano umiliare nel modo più infame e violento le donne tutsi. Sono stati a lungo abbandonati a se stessi, e solo con il costituirsi dell’associazione questi giovani – che oggi hanno circa vent’anni – hanno potuto parlare del loro calvario di sofferenze e di umiliazioni. Tre ragazze, Emy, Drocella e Angélique – non è un caso che siano state solo le donne ad avere il coraggio di parlare, nonostante fossero presenti anche molti ragazzi - raccontano con il viso dolce e triste la loro vicenda di rifiuto e di umiliazione. Hanno trovato la forza di parlare solo grazie all’incontro e all’unione con chi condivide la stessa sorte e con i fratelli, che all’inizio non le accettavano. Nella stanza, in cui erano presenti i figli, alcune madri e alcuni zii, s’incrociavano tre lingue, in un silenzio carico di emozione: il kinyarwanda parlato dai giovani, il francese in cui mi traduceva Yolande le loro parole, l’italiano in cui spiegavo a mia moglie, che volevano condividesse come donna il loro racconto. Mi ha impressionato la loro volontà di continuare a sperare, la loro dignità e fierezza, in quanto pienamente coscienti di non aver nessuna colpa di quanto subivano, come se una profonda ferita interiore ne attraversasse l’anima. Le loro parole cadevano nella sala come pietre. Quando, con un filo di voce strozzata, ha parlato Chantal, una delle madri violate, il silenzio è divenuto ancora più assordante, come se rimbombasse nelle nostre coscienze: parlava la vittima di infinite sofferenze non solo da parte dei violentatori, ma anche del nuovo marito che voleva farla abortire. La sua volontà alla fine ha vinto, nonostante all’inizio non riuscisse ad amare quella figlia concepita nell’odio. Si è poi dedicata all’assistenza del fratello paralizzato, lui stesso vittima dell’uccisore del cognato. Quest’uomo è uno splendido esempio di non-violenza e di perdono: infatti l’omicida gli aveva confidato dove era la fossa comune in cui aveva gettato con gli altri le vittime. Lui l’ha perdonato una prima volta, ma poi l’altro, temendo che rivelasse al tribunale gacaca il suo delitto, con una scusa l’ha attirato su un ponte, dal quale l’ha gettato, riducendolo tetraplegico; la vittima, quando la polizia ha catturato il genocidario, l’ha di nuovo perdonato: così gli ha permesso di essere nuovo libero! 

Onorine, la presidente, parla di alcuni progetti concreti sia come prospettiva di speranza per l’avvenire lavorativo dei giovani, sia come sostegno delle situazioni più disagiate. Yolande rinuncia al suo intervento e mi chiede di parlare: dopo un primo momento di emozione che mi serra la gola, decido di rivolgermi a braccio parlando con brevi frasi in francese, ma che vengono dal cuore e che si rivolgono direttamente al cuore dei presenti. Dico che innanzi tutto parlerò come padre di una figlia, Rachele, che qualche anno fa è venuta in Rwanda rimanendo innamorata di questa terra, come marito di Gabriella che è lì con me, come educatore di valori che è venuto a cercare in questo Paese meraviglioso, anche se segnato da tanto dolore. Sottolineo la bellissima affermazione di una delle testimoni, che ha ricordato che l’unione tra loro è stato l’inizio della conquista di nuova speranza: questa può costituire come un cerchio magico della solidarietà. Il genocidio preme sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore delle vittime. Ho dedicato la mia vita professionale di insegnante intendendo il mio lavoro come educazione ai valori fondanti dell’identità delle giovani generazioni: la memoria, il rispetto e la cura per l’altro, l’attenzione all’umanità. Tutto questo, loro l’hanno vissuto sulla loro pelle giorno per giorno. Vengo da un Paese che purtroppo non ha niente da insegnare: le infami leggi razziali italiane del 1938 sono state una vergogna che ci portiamo dietro. Sentendo parlare le testimoni di sogno e di indifferenza, mi sono tornate alla mente le parole di una grande educatrice ebrea sopravvissuta al lager di Auschwitz Birkenau, Liana Millu, che scrisse in una lettera ai miei studenti: Il disprezzo, l’indifferenza, la violenza sono i vostri nemici, le forze malvage che possono rovinarvi la vita … Avere un sogno è bello, direi che è necessario: triste è la giovinezza senza un sogno. Bisogna tenerselo caro, ma anche indirizzare la propria attività, almeno per avvicinarlo. Bisogna apprezzare il grande valore che è stato dato all’istruzione, come mi ha ricordato un altro grande maestro a me carissimo, don Lorenzo Milani, che intese sempre la cultura come impegno al servizio degli ultimi, educando allo spirito critico e al senso di responsabilità. Termino facendo una richiesta e una promessa: chiedo che diffondano, come hanno cominciato, le loro storie che debbono diventare i mattoni del loro futuro. Affermo con forza, lungamente applaudito, che né loro, né le loro madri, hanno nessuna colpa del male che è stato fatto loro. Prometto l’impegno, anche con mezzi modesti, di associazioni e di privati che conosco, a sostegno dei loro coraggiosi progetti. Chiedo alla fine che la frase di don Lorenzo Ogni anima è un universo di dignità infinita diventi il simbolo della loro associazione; la frase li appassiona e confrontando le interpretazioni cercano di tradurla in kinyarwanda: ancora una volta il messaggio del grande educatore di Barbiana si rivolge agli ultimi e dà loro forza!

La seconda puntata del viaggio in Rwanda verrà pubblicata a novembre in questa rubrica 

Mauro Matteucci - Giardino dei Giusti di Pistoia

22 ottobre 2015

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